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Se l’Italia dice no ai capitali stranieri

 – Si può solo fuggire dall’Italia? Questo il quesito che apriva il dibattito sugli investimenti esteri in Italia organizzato dall’Istituto Bruno Leoni. Tra gli ospiti del buon Alberto Mingardi, direttore dell’IBL e Nicola Rossi, da poco presidente del think tank per il libero mercato, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi e Raffaele Bonanni, segretario della CISL.

Il ritratto della penisola è dei più drammatici. Noi di Libertiamo, che crediamo che le multinazionali siano bellissime (qui la bozza a cura di Giuricin, Scudiero, Falasca e Palma sul tema), avevamo offerto una sintesi della situazione, lanciando un segnale dall’allarme sulle molteplici posizioni perse in termini di investimenti diretti esteri e sul contraccolpo subito durante la crisi dall’economia italiana, che ha sofferto di più rispetto agli altri Paesi (con una riduzione del PIL di -1,3% nel 2009, -5% nel 2010) la difficile congiuntura internazionale, proprio a causa dell’incapacità di attrarre investimenti. Di più, l’Italia ha perso il treno della globalizzazione. Mentre nell’ultimo ventennio i mercati internazionali dei capitali trascinavano i paesi emergenti, ma anche molte regioni d’Europa, nel cammino della crescita, la nostra economia stagnava, registrando una crescita del PIL che raramente superava 1 punto percentuale.
Maurizio Sacconi, in effetti, è uno dei pochi rappresentanti del Governo che poteva sedere ad un tavolo dedicato agli investimenti esteri. Il suo conservatorismo non ha impedito alle forze sociali di avviare una stagione che potrebbe dare una svolta alle relazioni industriali. Manca di coraggio, ma il suo non fare quanto meno è un approccio della politica che non ostacola l’aggiustamento del sistema della contrattazione collettiva. Gli accordi di Pomigliano e Mirafiori possono rappresentare i primi passi verso la soluzione di questioni come la rigidità del sistema di contrattazione collettiva e i disincentivi alla produttività del lavoro che scoraggiano gli investitori esteri a recarsi in Italia.

Ma che dire delle porte sbattute in faccia dal Governo alle imprese straniere che bussavano alla nostra porta?
Una delle promesse più sbandierate in campagna elettorale nel 2008 era tenere i francesi di Air France fuori dal processo di privatizzazione di Alitalia, in nome dell’italianità della compagnia di bandiera. Piuttosto che permettere a un’impresa francese di rivitalizzare un carrozzone ormai morente portando capitali in Italia, meglio chiedere a una cordata di imprenditori italiani di spremere i propri portafogli, distrarre le loro risorse dai percorsi di crescita delle proprie aziende per difendere, volenti o nolenti, l’idea del campione nazionale. Eventuali incentivi per gettarsi nell’avventura sono a carico dei consumatori (vedi il quasi monopolio di Alitalia nelle tratte più redditizie) o dei precedenti azionisti.

Nel 2011 sono stati emanati ben due decreti legge per allontanare i detestati cugini (Lactalis) dallo yogurt nazionale (Parmalat). Il primo (d.l. 26/11), convertito in legge mercoledì, ha consentito il rinvio dell’assemblea dei soci, impedendo la nomina da parte di Lactalis della maggioranza del CDA. IL secondo (d.l. 34/11), tuttora in via di conversione, provvede ad “armare” lo stato nel caso la precedente misura non bastasse a cacciare lo straniero (e i suoi capitali) oltre confine, affidando al Governo il compito di stilare una lista di imprese da nazionalizzare ad opera della Cassa Depositi e Prestiti. La difesa del campione nazionale ha dato l’occasione per compiere un primo passo verso un ritorno alle grandi partecipazioni pubbliche nelle imprese più o meno strategiche.

A completare il quadro le parole di Giuseppe Vegas, ex sottosegretario all’economia e da pochi mesi alla guida della Consob. Cresciuto nella tradizione liberale, anch’egli pare si sia convertito sulla via di Damasco. A proposito della difesa dell’italianità delle imprese, ha dichiarato lo scorso 7 maggio: “La contendibilità va bene, ma bisogna evitare che si trasformi in un danno allo sviluppo”. Segue la promessa di un particolare scrupolo nel vigilare l’operazione Lactalis-Parmalat.

Ma perché l’iniezione di capitali in un’impresa italiana dovrebbe essere un danno allo sviluppo? E soprattutto, da quando un Ministro, o peggio, il vertice di un’autorità amministrativa che si suppone indipendente dovrebbe decidere nel merito cosa sia meglio per lo sviluppo di ogni singola impresa? La cosa più grave è proprio questa: il fatto che a pronunciare una frase sì sibillina sia stato chi oggi siede al vertice dell’autorità che vigila sul rispetto delle regole di trasparenza e correttezza nei mercati dei capitali, l’istituzione che più dovrebbe agire in modo indipendente, affinché la legge sia uguale per tutti, anche per l’imprenditore straniero che intende investire nel nostro paese.

Il messaggio lanciato all’estero da Vegas ribadisce quello veicolato dal Governo all’estero: portate i vostri capitali altrove. La crescita, il lavoro, il futuro possono attendere.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Se l’Italia dice no ai capitali stranieri”

  1. zcvv scrive:

    ma non ha senso!
    i finanziamenti esteri dobbiamo tenerli lontani tranne che per l’industria che conta!??
    i francesi stanno comprando tutte aziende che sono strategiche, quando noi vogliamo fare la stessa cosa lì loro ci bloccano.
    in italia basta fare l’opposto di quello che vuole la gente per andare bene.
    facciamogli comprare edison, parmalat ecc….
    e noi andiamo lì ad investire nella loro borsa.
    tempo 20 anni e siamo falliti
    se non c’è reciprocità di libertà è da pazzi lasciare libertà ai francesi

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