Sicurezza alimentare globale: opportunità, prima che soluzioni

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Riproduciamo qui l’intervento pronunciato da Giordano Masini all’incontro promosso il 17 maggio dalla John Cabot University sul tema “Global Food Security: Challenges and Solutions”

Oggi dovrei parlare di OGM e povertà, di OGM e crisi alimentari. Sinceramente preferirei parlare semplicemente di cibo, e non solo perché, come agricoltore, sono un produttore di cibo.
Molti sostengono che gli OGM possano essere la soluzione per la povertà e la fame, ma io ritengo che questo sia un approccio completamente sbagliato. Gli OGM sono una tecnologia, la maggioranza di essi non sono sviluppati per venire incontro a domande di carattere sociale o benefico, su questo non c’è dubbio. Ma come tutte le tecnologie anche gli OGM rispondono a delle esigenze ben precise di carattere economico, ed è di queste esigenze che vorrei parlare oggi.

Tutti abbiamo sentito parlare dell’obiettivo, individuato dalla FAO, secondo il quale la produzione globale di cibo dovrebbe, in cinquanta anni, essere in grado di sfamare 13 miliardi di persone: la produzione dovrebbe raddoppiare. Non so attraverso quale criterio sia stata formulata questa previsione, ma anche chi si accontenta di previsioni di più breve periodo non può fare a meno di preoccuparsi.

Gli ultimi rapporti dell’International Grain Council indicano con chiarezza che la distanza tra produzione globale e consumi sta aumentando. Ad aprile è stata stimata una produzione di 1808 milioni di tonnellate, a fronte di una domanda per 1818 milioni di tonnellate, e questo nonostante l’aumento generalizzato dei prezzi abbia indotto gli agricoltori ad aumentare le loro produzioni.
 
Infatti la Commissione Europea ha da poco pubblicato un rapporto secondo il quale l’UE, il più grande importatore di prodotti agroalimentari, è tornata ad essere esportatrice netta, per la prima volta dal 2006, con un surplus di 6 miliardi di euro nella bilancia commerciale, conseguito, questa è la cosa più interessante, per il 75% grazie ad un aumento del volume delle vendite, e solo per il 25% a causa dei prezzi più alti.
 
Riducendo il campo visivo alla realtà italiana, l’Ismea ci segnala che le esportazioni italiane di prodotti agricoli sono in deciso aumento, nonostante una significativa contrazione dei consumi interni.
Cosa indicano questi dati? Indicano che una quantità sempre più importante di persone, in aree sempre più significative della Terra, sta adeguando il proprio stile di vita al reddito, e che l’unica risposta che razionalmente può essere data a questo fenomeno è un significativo aumento della produzione.
 
In che modo le colture geneticamente modificate vengono incontro a questa fondamentale esigenza? E’ noto che nessun OGM finora è stato creato per garantire rese più alte: non esiste una varietà di mais che, grazie all’ingegneria genetica, produce 25 tonnellate di granella per ettaro. Ma gli OGM possono, in maniera significativa, abbattere i costi di produzione, consentendo agli agricoltori di produrre in maniera più efficiente, economizzando le risorse e, conseguentemente, di produrre di più.

Una coltura resistente agli erbicidi non selettivi consente di risparmiare sui trattamenti contro le malerbe, così come le colture resistenti ai parassiti consentono di risparmiare sui trattamenti antiparassitari, e non voglio soffermarmi, spero che non ce ne sia bisogno, sugli ovvi vantaggi ambientali che possono derivare dall’immissione nell’ambiente di minori quantità di pesticidi.

Quando si parla di riduzione dei costi e dei conseguenti maggiori guadagni sappiamo ciò di cui stiamo parlando: l’USDA ha stimato che il divieto di coltivare mais BT, resistente ai parassiti, costa ai maiscoltori italiani tra i 175 e i 400 euro per ettaro. Ed è una stima fatta nel 2009, quando il prezzo del mais era significativamente più basso. Oggi parleremmo di cifre molto maggiori. La maiscoltura italiana paga per questo folle divieto circa 350 milioni di euro, ma non è questo il dato che mi interessa di più: ogni agricoltore risponde singolarmente ed individualmente alle richieste del mercato, quindi la cifra più importante è quella che ho appena segnalato: tra i 275 e i 400 euro per ettaro. Una cifra enorme, tanto più significativa se si considera che il sussidio che mediamente un ettaro di terra percepisce in Italia dalla PAC  è di circa 300 euro (e questo aspetto può aprire interessanti interrogativi sul fatto se sia una buona politica quella di far pagare ai contribuenti il costo di impedire agli agricoltori di stare sul mercato con le loro gambe, ma questo sarebbe un discorso che ci porterebbe lontano).

E non dobbiamo dimenticare la resistenza ai virus, ambito nel quale è soprattutto la ricerca pubblica no-profit a poter giocare un ruolo importantissimo, di fondamentale importanza per salvare e garantire la sopravvivenza di colture di carattere più locale e non estensivo, che non il mercato ma le malattie stanno mettendo fuori gioco.

Oggi nel mondo ci sono spinte irrazionali che impediscono al mercato di funzionare correttamente, e questo non riguarda soltanto gli OGM: da una parte i governi accusano la speculazione finanziaria di essere la causa degli aumenti dei prezzi (quante volte la politica confonde le cause con gli effetti…), dall’altra gli stessi governi mettono in atto politiche che, quelle sì, provocano volatilità e aumenti dei prezzi anche quando sarebbero ingiustificati da dinamiche normali di mercato.

Se è vero infatti che gli speculatori scommettono sui prezzi, senza però che reali quantità fisiche di materie prime vengano accumulate, è vero anche che sono proprio i governi ad avere il potere di porre ostacoli al commercio internazionale, bloccando le scorte per ragioni strategiche (come ha fatto la Russia lo scorso hanno o come ha minacciato lo stesso Sarkozy subito prima dell’ultimo G20) suggerendo ai mercati l’eventualità di un’ulteriore riduzione dell’offerta globale.

Allo stesso modo ci sono le politiche agricole come la PAC, concepite in un epoca in cui si riteneva conveniente disincentivare la produzione agricola e tuttora in vigore, mentre gli incentivi pubblici ad utilizzare la produzione agricola per obiettivi diversi da quelli più naturali, come biofuel o biogas, distolgono parte della produzione effettiva dalla disponibilità del mercato. Tra pochi anni verrà varata la nuova PAC. Se prima di allora non verranno seriamente ridefiniti i concetti di “public goods” e di “market’s failure” (ma forse sarebbe arrivata l’ora, dopo decenni di PAC, di cominciare a porsi il problema dei fallimenti dell’intervento pubblico), c’è il rischio che sarà una politica agricola suicida.

Così come nei paesi ricchi i consumatori sembrano essere convinti che i prodotti agricoli crescano al supermercato, così i governi occidentali sembrano aver dimenticato che la terra coltivabile è una risorsa indispensabile per produrre cibo, dato che disincentivano l’agricoltura intensiva e incentivano un uso improprio dei prodotti della terra e della terra stessa.Qui in Europa, per non parlare della paradossale situazione italiana, si stenta a comprendere le potenzialità che l’ingegneria genetica, ultima frontiera del miglioramento varietale, può fornire sia in termini di aumento della produttività sia in termini di riduzione dell’impatto ambientale dell’agricoltura. E’ purtroppo diffusa la convinzione che l’Europa possa far da sé, che l’agricoltura europea vada protetta dal mercato globale e che gli agricoltori europei possano trovare nella domanda interna “benzina” sufficiente per la loro crescita. I dati di cui ho parlato all’inizio dimostrano che si tratta di un clamoroso errore, i cui costi rischiano di ricadere, oltre che sui contribuenti e sui consumatori europei, e sulle aziende agricole europee, anche sui Paesi in cui più alta è la domanda di cibo.

Dato che siamo a Roma, vorrei concludere citando un importante lavoro prodotto dall’Accademia Pontificia delle Scienze, sul tema “Le Piante Transgeniche per la Sicurezza Alimentare nel Contesto dello Sviluppo”: 

Riesaminare l’applicazione del principio di precauzione all’agricoltura in un contesto scientifico e pratico, e rendere proporzionali al rischio le richieste e le procedure normative, considerando i rischi associati al mancato agire.
Ciò significa che la caratteristica principale della prudenza non è quella di astenersi dall’agire per evitare i danni, ma utilizzare la previsione scientifica come base per l’azione.
Esortiamo chi è scettico o si oppone all’impiego di colture geneticamente ingegnerizzate e all’applicazione della genetica moderna in generale, a valutare attentamente l’evidenza scientifica connessa e i danni dimostrabili causati dal trattenere questa comprovata tecnologia da chi ne ha più bisogno.

 L’agricoltura, ovunque nel mondo, ha bisogno di efficienza. Che cosa può stimolare di più a produrre di più e meglio, a ridurre le perdite e gli sprechi dovuti alla carenza di infrastrutture nei paesi in via di sviluppo, ad approfittare delle opportunità che offrono le nuove tecnologie se non una maggiore domanda di cibo e prezzi remunerativi per gli agricoltori?
 
Per questa ragione credo che sarebbe meglio parlare di “challenges and opportunities” più che di “challenges and solutions”.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Sicurezza alimentare globale: opportunità, prima che soluzioni”

  1. Marco Beretta scrive:

    Avrei una semplice proposta.
    Sì agli OGM a una sola condizione: nessun materiale genetico può essere copyright e proprietà di nessuno.
    Se non arriviamo a questa conquista, gli OGM si trasformeranno nella dittatura delle multinazionali sull’alimentazione umana.

  2. Marco Beretta scrive:

    Per “materiale genetico” intendevo ovviamente “forma vivente, animale o vegetale, sia come specie che come varietà che come individuo concreto”.

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