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Produttori e consumatori

 – Le politiche che danneggiano i consumatori per avvantaggiare i produttori – come il protezionismo, le barriere all’ingresso e le restrizioni alla concorrenza e alle politiche di prezzo (sconti, saldi) – sono diffusissime in praticamente tutti i Paesi, e investigare i motivi dietro questa palese endemica asimmetria consente di capire meglio i problemi inerenti ai meccanismi politici, così come vengono analizzati nella teoria delle scelte pubbliche.Di questa teoria considereremo due risultati ben noti, particolarmente illuminanti quando si tratta di capire la politica reale. Il primo è che la politica tende a beneficiare gli interessi concentrati, di breve termine, organizzati e bene informati rispetto agli interessi diffusi, di lungo termine, non organizzati e scarsamente informati. Il secondo è che la stragrande maggioranza degli individui non ha alcun incentivo a cercare di informarsi e capire le politiche su cui è chiamato a scegliere (“rational ignorance”), e questo vale soprattutto per gli elettori, mentre non vale per chi ha un interesse concentrato (lobby, politici, burocrati), che avrà incentivi a cercare informazioni migliori se ritiene che ne trarrà vantaggio, in genere in termini di privilegi di categoria.

In un’economia sviluppata ogni persona di norma deve il suo reddito ad una sola fonte principale: la maggior parte dei lavoratori dipendenti lavora per una sola azienda, la maggior parte dei pensionati riceve i pagamenti dall’INPS, la maggior parte degli imprenditori controlla una sola azienda, la maggior parte dei liberi professionisti opera in un solo settore di mercato. Ovviamente ci sono eccezioni, ma di norma, per via della specializzazione, la maggior parte delle persone ha una fonte dominante di reddito.

Al contrario, ogni consumatore ha a disposizione migliaia di beni: automobili, elettrodomestici, cibi e bevande, vestiti, viaggi, immobili, etc. In un supermercato è facile trovare migliaia di prodotti diversi.
Di conseguenza, il consumatore medio ha un interesse relativamente scarso in un singolo mercato, perché si rifornisce su migliaia di mercati diversi. Se raddoppia il prezzo di una merce, i consumatori probabilmente neanche se ne accorgono, perché spendono il loro reddito per comprare centinaia di merci diverse.

Supponiamo che una misura protezionistica faccia aumentare i prezzi delle T-shirt, aumentando i redditi dei lavoratori e i profitti degli azionisti del settore tessile, ma danneggiando i consumatori. Alcune migliaia di lavoratori conserveranno il proprio posto di lavoro e magari otterranno salari maggiori, e alcune centinaia di azionisti godranno di una ricchezza finanziaria maggiore e otterranno dividendi più lauti. D’altra parte, decine di milioni di consumatori si troveranno a pagare di più ogni anno per colpa del protezionismo (dei bengalesi che moriranno di fame per via dei dazi non parliamo, per limitare l’analisi alla redistribuzione “interna” di reddito generata dal protezionismo, ma non bisogna dimenticare che il protezionismo è una politica del tipo “beggar-thy-neighbor”, cioè “rovina il tuo vicino”). Assumiamo per semplicità che sessanta milioni di consumatori perdano 5€ a testa l’anno: le perdite totali per loro sono quindi trecento milioni. Assumiamo poi che diecimila lavoratori guadagnino 6,000€ di reddito in più, e duecento azionisti guadagnino 200,000€ in maggiori profitti: i guadagni totali per questi due gruppi sono quindi cento milioni. La differenza tra perdite e guadagni rappresenta la distruzione di ricchezza nazionale generata dal protezionismo (comunque, i numeri sono arbitrari).

Di norma i consumatori, che spendono poco in ogni mercato e dunque hanno un labile interesse nel prezzo di una singola merce, non si oppongono con veemenza a politiche che li danneggiano per poche decine o centinaia di euro ogni anno, mentre i produttori, che avendo una sola fonte di reddito principale hanno un interesse concentrato nell’aumentare il prezzo della loro merce, hanno forti motivi per ricercare privilegi. Il risultato è che i produttori protestano se vengono danneggiati e si attivano per chiedere privilegi, mentre i consumatori sono di norma silenti: dunque i consumatori sono sistematicamente danneggiati dai privilegi dei produttori. Dato però che ogni persona è sia produttrice che consumatrice, e dato che i privilegi legali costituiscono normalmente giochi a somma negativa (cioè distruggono ricchezza), alla fine una società diventa più povera per via del protezionismo.

Politiche simili al protezionismo, per cui si applica lo stesso ragionamento, sono: i privilegi di accesso alle professioni, le limitazioni regolative della concorrenza, le sovvenzioni alle imprese, le assunzioni nel pubblico impiego. Se ci si guarda intorno, si scopre che gran parte della politica consiste essenzialmente nel tentativo, che di norma ha successo, di gruppi politicamente organizzati di vivere alle spalle dei consumatori e dei contribuenti.Come si può risolvere il problema? Ci sono vari stratagemmi per ridurre i rischi di trasformare la democrazia in una lotta di tutti contro tutti per vivere a spese degli altri. Una prima soluzione sono i limiti di bilancio: ridurre deficit e debito, o magari il livello della spesa pubblica, rende più difficile ai gruppi organizzati ottenere privilegi. Una soluzione analoga sono i vincoli al potere legislativo: impedire leggi e regolamentazioni contrarie alla concorrenza, ridurre i dazi e le quote doganali, e impedire la creazione di albi e corporazioni che limitano l’accesso ai mercati consente di aumentare i costi del lobbying. Tutto sommato, se non esistesse un Parlamento in grado di erogare privilegi, e un Governo in grado di regalare fondi estorti ai contribuenti, non esisterebbero neanche le lobby: dato che un mondo senza Stato è perlomeno altamente improbabile, è necessario cercare di rendere la politica meno dannosa per l’interesse generale, e per farlo occorre limitarne la capacità di fornire privilegi al migliore offerente, a danno dell’intera collettività, come purtroppo accade di solito.

La consapevolezza degli enormi limiti della politica può aiutare a rendere i cittadini più attivi nel controllare e limitare il potere politico, ed è possibile, seppure non particolarmente probabile data l’ “ignoranza razionale”, che imporre una maggiore trasparenza e maggiori controlli all’attività politica crei alle innumerevoli lobby che svolazzano attorno ai Palazzi del potere perlomeno un po’ di problemi di immagine, se non di coscienza.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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