– In questi giorni ho avuto la fortuna di imbattermi in “Aborto e Morale“, un agile libello ad opera di Maurizio Mori, professore di Bioetica e presidente della Consulta di Bioetica (tra le altre cose).

Il saggio in questione si preoccupa di porre i fondamenti per una riflessione lucida e competente su un tema controverso, spinoso ed esposto a facili strumentazioni (e innominabile, almeno sino a quarant’anni fa), quale è l’aborto. La mission è un’indagine intorno alla moralità dell’aborto (e quindi sulle varie posizioni in materia), saggiandone la coerenza interna; sin dalle battute iniziali notiamo un richiamo verso la necessità di un linguaggio preciso, rigoroso e lontano dagli squilli di tromba/slogan (“bisogna proteggere l’Innocente” ecc.) che nulla aggiungono al dibattito, se non confusione e misunderstanding reciproci tra gli interlocutori.

L’autore ripercorre la storia della moralità dell’aborto in Occident
e; e già arrivano le prime sorprese. Fu solo con l’avvento del Cristianesimo (la pratica abortiva era accettata tanto nella Grecia quanto a Roma) che l’aborto cominciò a venire condannato, ma non in quanto omicidio.

L’aborto era infatti considerato un (gravissimo) peccato di lascivia, impurità e contro il matrimonio. Ma non un omicidio (a differenza della posizione tenuta dai pro-life de noantri); i Padri della Chiesa, fedeli alla tesi tomista secondo cui l’anima si lega al corpo in una fase successiva al concepimento, non affermarono mai che il feto è persona. Tale posizione teorico-dottrinale è – ancor oggi – quella ufficiale del magistero cattolico (nel Catechismo della Chiesa Cattolica si afferma infatti che l’embrione è da trattarsi come persona, non che è persona).

Laicamente parlando, le prime serie forme di repressione verso la pratica abortiva vennero attuate nel nome dello Stato Sovrano, verso cui i sudditi avevano una serie di doveri, tra cui quello della procreazione. Ma anche qui, nella selva di classificazioni penali dell’aborto (reato contro la stirpe, il matrimonio, la generazione…ecc.) non figura mai e poi mai l’omicidio.

E proprio su questo punto, il libro – dopo varie analisi – arriva a uno dei punti focali del discorso, all’argomento “feticcio” per definizione: il Movimento per la Vita (i pro-life) – la Chiesa Cattolica invece no, come si è visto – sostiene che l’embrione sia una persona.

Così cadiamo nel discorso tipico di chi vuole (faziosamente?) usare il linguaggio comune per un tema biologico-giuridico (brandendo – ironia delle ironie – un argomento “scientifico”). La scienza ci dice, infatti, che al momento del concepimento si forma un essere umano (un corpo), ma non può dirci assolutamente nulla sulla persona (composto di “anima” e corpo). Chi propone l’argomento scientifico per assurgere l’embrione a persona, confonde i due termini (lontanissimi tra loro, a un attento esame) e li usa come sinonimi; il concetto di “persona” supera il nucleo di significato che è proprio di “essere umano”.

Il concetto di persona vuole essere (almeno, nel pensiero occidentale), un concetto che “superi” il mero mondo naturale. Una definizione generica? E’ persona quell’individuo razionale che trascende il mondo del naturale (in virtù di quell’elemento immateriale che possiamo ancora chiamare “anima”, per quanto in senso molto lato).

La persona è dunque costituita da individualità e razionalità. L’embrione risponde a questi criteri? Per quanto riguarda l’individualità: siamo innanzi a una individualità somatica solo, e solo, quando è presente una relazione di stretta subordinazione delle parti al tutto. L’embrione non è un individuo nel senso biologico, perché può dividersi e ricombinarsi; si è – semmai – in presenza di un pre-individuo.

E per quanto riguarda la razionalità (caratteristica non-naturale per eccellenza della persona)? Si deve fare riferimento alla corteccia cerebrale; quando è dissolta (quando come non si è formata) certamente non può esserci razionalità, nemmeno a livello ultra-minimale (che è il livello ricercato in questa sede).

L’interpretazione dei dati biologici mostra dunque un dato che è impossibile (e stupido) ignorare: è un’assurdità bella e buona sostenere che l’embrione è persona sin dal concepimento. Ed è ancora più risibile (e ridicolo) addurre l’argomento aristotelico della “persona in potenza”: quando si dice che una cosa X è potenzialmente una cosa Y si intende dire (ma spesso questo piccolo simpatico particolare sfugge) che X non è Y. Anche uno studente di giurisprudenza è un potenziale avvocato; ma non per questo potrà fregiarsi del titolo.

Dunque, l’embrione non è una persona. E se non è una persona, l’aborto non è un omicidio; non si scappa. E se ribaltassimo la discussione parlando del feto? E se – anche per assurdo, perché no – accettassimo il termine “persona” (con i suoi profondi risvolti) sia per l’embrione che per il feto? Il discorso non cambierebbe di una virgola; il diritto alla vita non implica il diritto all’uso prolungato del corpo altrui; l’autore mostra il celeberrimo esempio di Enza e “il violinista” (il secondo viene collegato al fegato della prima, a sua insaputa); nulla vieta Enza di recidere il legame tra i due, anche se ciò provocherà la morte del violinista.

L’analogia con la gravidanza è calzante; qualcuno potrà affermare che in quest’ultimo caso vi è una speciale relazione biologica tra donna e feto, cercando di portare l’argomento sulla dura pietra dell’ontologismo naturalistico; se si afferma il diritto alla vita del feto, questo aspetto – residuo di una concezione retrograda e oscurantista dei rapporti sociali – diventa irrilevante.

E qualcuno ora dirà “Ma la donna sapeva! Sapeva che a seguito di quel rapporto sessuale si sarebbe potuto instaurare un rapporto con una nuova ‘entità’. E se anche avesse usato tutte le precauzioni del caso, siamo innanzi a un consenso implicito“. La tesi non è convincente (e ignora totalmente il concetto giuridico di “caso fortuito”), ma prendiamola comunque per buona: è comunque contestabile, in quanto una delle regole principali del consenso è che – per essere tale e non “viziato” – possa essere revocato liberamente, in un qualsiasi momento. Giuridicamente parlando, non esiste alcun tipo di possibile argomentazione che spieghi in modo coerente una presunta irrevocabilità di un “presunto” consenso; a meno di voler classificare la donna come mero essere riproduttivo, prima che sociale.

Perché è questa la vera chiave di volta del libro. L’aborto non comporta alcun omicidio, ma uccide la posizione di dominio del principio di sacralità della vita e con esso le tradizionali concezioni della maternità e della procreazione, del matrimonio e del ruolo della donna. L’aborto ha dunque ucciso il dominio del finalismo naturalistico, della tradizione, dello status quo; l’idea che la donna fosse prima di tutto “madre” (non importa con che volontà) e solo poi “donna” in senso sociale.

Il crollo di questo iniquo totem ha posto un nuovo approccio metologico nei confronti del cosmo di valori; dalla tirannia della sacralità della vita al giudizio – singolo, soggettivo e votato all’autodeterminazione – della “qualità della vita”. Un nuovo orizzonte dove la donna può evitare di dare la vita come se dovesse dare la morte e autodeterminarsi nel modo più pieno e completo possibile.

E’ per questo che oggi l’aborto non è nemmeno “immorale”; esso è l’esercizio di un diritto di “libertà religiosa” (appendice della “libertà morale”) ovvero di approccio alla vita stessa; un diritto che deve essere letto nell’Art. 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione.”