di CARMELO PALMA – In un sistema politico i cui equilibri sono affidati alle convulsioni ideologiche e alle capriole semantiche del PdL, il minimo che poteva accadere è che la “moderazione” diventasse un passepartout ideologico, come se lo stile e il portamento, più del contenuto delle portate, qualificasse i candidati e la loro cucina politica.

Poiché poi, in senso politico, questa virtù non designa l’equilibrio, ma l’equilibrismo, non la misura, ma l’attitudine compromissoria, non la capacità di mediare, ma di quella di smezzare ovunque ci sia di che lucrare un vantaggio, non basta parlare di Italia “moderata” per sgombrare le ombre – tutt’altro che commendevoli –  del vecchio moderatismo.

Che a riconoscersi in questa definizione sia poi l’Italia incline al conformismo stilistico e all’estremismo opportunistico – non importa se di destra o di sinistra – è una ragione in più per diffidare dagli appelli bipartisan all’elettorato moderato. Che pure esiste, ma non è quello che “fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare”, come direbbe De Gregori.

Noi che siano lontani alcuni anni luce dall’idea che occorra tornare all’età dell’oro delle culture politiche tradizionali o rimanere in quella del fango in cui gli estremisti vincenti e perdenti di questa campagna elettorale hanno trascinato la politica (dal partito-vaffanculo di Grillo al partito-diffamazione di Madame Moratti) ci permettiamo di eccepire che tutto serve, a questo paese sospeso, fuorché un nuovo bagno nell’indeterminatezza ideologica e programmatica. Adoriamo il sincretismo culturale, ma detestiamo una moderazione che sia semplicemente lo stare un po’ più su o un po’ più giù, un po’ più a destra e un po’ più a sinistra di qualcos’altro. La medietà non è, banalmente, lo stare in mezzo come il giovedì in mezzo alla settimana.

Di che cosa abbia bisogno l’Italia lo diciamo e lo scriviamo senza remore (magari ci sbagliamo). Di un liberalismo radicale e disinibito, che faccia più fiducia alla società che allo stato, più all’individuo che alla comunità, più alla partecipazione civile che all’intermediazione politica. Tutto questo non è moderato? E meno male. “Moderato” ad esempio è chiedersi se ci si noti di più a stare nella carovana (oggi) vincente di Pisapia o in quella (oggi) perdente della sindachessa uscente. Ma essere “moderati” così ci fa tristezza.