di PIERCAMILLO FALASCA – I risultati delle elezioni amministrative di Milano e Napoli, alfa e omega del berlusconismo, fotografano con ogni evidenza l’inizio di un declino. Sotto la Madonnina, il premier ha perso il referendum sul berlusconismo, con un sindaco uscente staccato di oltre sei punti percentuali dal suo principale rivale e le preferenze individuali raccolte dal Cavaliere dimezzate rispetto al 2006. Il rumoroso silenzio post-elettorale di Bossi e la rabbia malcelata della base leghista nei confronti di Letizia Moratti sono la cartina al tornasole delle enormi difficoltà con le quali il sindaco affronterà il turno di ballottaggio, ma soprattutto delle crepe che si vanno aprendo nel rapporto politico tra Berlusconi e il Carroccio.
Perse al primo turno Torino e Bologna, all’ombra del Vesuvio il buon risultato del Terzo Polo e un certo odor di illegalità di una parte della classe dirigente pidiellina hanno imposto una frenata inaspettata alle ambizioni di Lettieri. L’estremismo populista del premier, che agitava sudamericane promesse di sanatoria dell’abusivismo edilizio, ha tristemente polarizzato il voto di centrosinistra su De Magistris. Un personaggio che sta a Cosentino come uno sceriffo pistolero sta a un bandito da saloon.

Nelle quattro grandi città, i risultati del Nuovo Polo oscillano tra il quasi 5 per cento a Torino e il quasi 10 a Napoli: numeri non pesanti, ma spesso determinanti. Certo, se guardati avendo in mente i sondaggi di FLI pre-14 dicembre o i dati sull’appetibilità di un’offerta terzista alle elezioni politiche, essi provocano l’amaro in bocca, tanto più se alle cifre dei candidati sindaci si associano le performance non esaltanti realizzate dalle liste finiane in giro per l’Italia.

Eppure, la giornata di ieri offre a Futuro e Libertà un’opportunità unica, forse irripetibile, se il partito guidato da Gianfranco Fini saprà scegliere “cosa fare da grande”. Le voci di quanti chiedono un appoggio esplicito ai candidati berlusconiani al turno di ballottaggio, quasi in nome di una ideale e plastica unità del centrodestra da “inaugurare” al secondo turno, sembrano non considerare quanto ormai condizionante sia la presenza politica di Berlusconi. E quanto distante dalla piattaforma politica di FLI – liberale, moderata, laica e repubblicana – e del suo elettorato reale e potenziale sia divenuto questo PDL a trazione leghista. D’altro canto, non va eluso il significato politico dell’attuale debolezza elettorale del partito, giocando a distinguere tra casi di successo e di insuccesso, tra dirigenti locali capaci o incapaci, enumerando le bandierine conquistate in questo o in quel comunello. E’ un’operazione forse buona per amministrare l’esistente, ma poco ambiziosa. La sfida di FLI non è quella di costruire una fantomatica “struttura” territoriale (forse che l’IDV vale a Napoli i voti di De Magistris, o la sinistra radicale quelli di Pisapia a Milano?), quanto tornare ad essere agli occhi dell’elettorato italiano una seria e coerente alternativa politica per il futuro.

Il nuovo polo – se sarà – sarà ciò che FLI sarà. I margini di crescita dell’UDC sono naturalmente bassi. Il nuovo polo sarà ciò che Gianfranco Fini saprà rappresentare – da oggi in poi, nuovamente – agli occhi dell’opinione pubblica. Più di Casini, di Rutelli o di altre possibili leadership esterne, il presidente della Camera continua ad essere l’alternativa più credibile a Berlusconi. E’ l’unico che è in grado di offrire una “visione” possibile di Paese, il solo che mostra un concreto interesse per politiche pubbliche innovative e modernizzatrici. Dobbiamo tornare a offrire contenuti e prospettive coerenti con quella visione e con lo spirito di Mirabello e di Bastia Umbra, di cui tanti elettori s’erano innamorati e che avrebbero seguito, prima che la contesa politica finisse nel porcile mediatico e nel pallottoliere dei seggi alla Camera.

Da oggi si apre una nuova stagione. Chi vinse la battaglia dei seggi il 14 dicembre, ieri ha perso nel Paese. Chi invece scelse di abbandonare una maggioranza ormai alla deriva politica e morale, alle amministrative non ha vinto, ma ha visto il suo seme attecchire. Far crescere l’albero, resistendo alla tempesta in arrivo, è il compito che ci aspetta.