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Pensioni e coppie gay. Ecco perché la sentenza della Corte di Giustizia Ue non riguarda (purtroppo) l’Italia

– Sulla stampa si è parlato – se con giustificata enfasi, lo vedremo nel corso del presente scritto – di una sentenza della Corte di Giustizia relativa ai “diritti” delle coppie omosessuali: cerchiamo di verificare l’effettivo contenuto della pronuncia. La sentenza è del 10.5.2011, resa dalla Grande Sezione, in esito a questione pregiudiziale posta da giudice della Repubblica Federale tedesca.

La questione dibattuta avanti il Tribunale del lavoro di Amburgo era la seguente: un lavoratore (legato a persona dello stesso sesso con unione civile registrata) ha chiesto il ricalcolo della propria pensione di vecchiaia, contestando lo scaglione applicato, e chiedendo l’applicazione di diverso scaglione, che – secondo il datore di lavoro ed in applicazione del diritto interno tedesco – si poteva applicare solo ai beneficiari di prestazioni coniugati e non stabilmente separati ed a quelli aventi diritto ad assegni familiari o ad altre prestazioni analoghe.

E’ necessario precisare che la Repubblica Federale di Germania dal 2001 ha consentito alle persone dello stesso sesso di vivere in seno ad una comunità fondata sull’assistenza e sull’aiuto reciproco, costituita formalmente per tutta la durata della vita (che barbari, questi tedeschi….): per le persone dello stesso sesso, quindi, è stato istituito un regime distinto dal matrimonio (riservato alle sole persone di sesso diverso), ossia l’unione civile registrata, la cui disciplina è stata progressivamente allineata a quella del matrimonio.

Si sono poste, quindi, questioni afferenti l’interpretazione della direttiva 2000/78 – che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro – e dell’art. 157 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, e, di conseguenza, sulla compatibilità comunitaria della normativa tedesca ove in contrasto con tali norme comunitarie.

Facendo riferimento a propri precedenti (in particolare, sentenza 1° aprile 2008, causa C267/06, Maruko), la Corte ha ribadito che

la direttiva 2000/78 deve essere interpretata nel senso che non sono escluse dal suo ambito di applicazione ratione materiae – né sulla base del suo art. 3, n. 3, né a norma del suo ventiduesimo ‘considerando’ – le pensioni complementari di vecchiaia come quelle versate agli ex dipendenti della Freie und Hansestadt Hamburg e ai loro superstiti ai sensi del primo RGG, le quali costituiscono retribuzioni ai sensi dell’art. 157 TFUE.

Ciò posto, la Corte ha precisato che

allo stato attuale del diritto dell’Unione, la legislazione in materia di stato civile delle persone rientra nella competenza degli Stati membri. Tuttavia, come risulta dal suo art. 1, la direttiva 2000/78 si prefigge l’obiettivo di combattere, in materia di occupazione e di lavoro, alcuni tipi di discriminazioni, tra cui quelle fondate sulle tendenze sessuali, al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento (punto 38).

Ragionando, poi, sul fatto che i contributi dovuti dal dipendente, in rapporto alla prestazione controversa nella causa principale, non erano in alcun modo correlati al suo stato civile, dal momento che egli era tenuto a contribuire alle spese pensionistiche versando una quota pari a quella dei suoi colleghi coniugati, e che il trattamento più favorevole, previsto dalla normativa interna, non era collegato né ai redditi dei componenti l’unione civile, né all’esistenza di figli, né ad altri elementi come quelli riguardanti i bisogni economici del partner, poiché l’obbligo reciproco per i partner di una unione civile impone, da un lato, di prestarsi soccorso e assistenza e, dall’altro, di contribuire in maniera adeguata ai bisogni della comunità partenariale mediante il loro lavoro e il loro patrimonio, così come è previsto anche per i coniugi nel corso della loro vita in comune, la Corte ha dichiarato la normativa interna tedesca in contrasto con la normativa comunitaria, nella parte in cui il beneficiario partner di un’unione civile percepisca una pensione complementare di vecchiaia di importo inferiore rispetto a quella concessa ad un beneficiario coniugato non stabilmente separato, qualora nello Stato membro interessato,

il matrimonio sia riservato a persone di sesso diverso e coesista con un’unione civile quale quella prevista dal LPartG, che è riservata a persone dello stesso sesso, e sussista una discriminazione diretta fondata sulle tendenze sessuali, per il motivo che, nell’ordinamento nazionale, il suddetto partner di un’unione civile si trova in una situazione di diritto e di fatto paragonabile a quella di una persona coniugata per quanto riguarda la pensione summenzionata. La valutazione della comparabilità ricade nella competenza del giudice del rinvio e deve essere incentrata sui rispettivi diritti ed obblighi dei coniugi e delle persone legate in un’unione civile, quali disciplinati nell’ambito dei corrispondenti istituti e che risultano pertinenti alla luce della finalità e dei presupposti di concessione della prestazione in questione (punto 52).

Come è agevole osservare, il presupposto della decisione è l’esistenza, in Germania, di una regolamentazione dei rapporti tra persona delle stesso sesso, giuridicamente assimilata – quanto a diritti e doveri dalla stessa scaturenti – al matrimonio. Pertanto, finchè non ci adegueremo ai “barbari alemanni”, la decisione dei comunisti di Lussemburgo non ci riguarderà….


Autore: Giuseppe Naimo

Nato a Locri nel 1965, Avvocato cassazionista dal 2003, è in servizio dal 2001 presso l’Avvocatura della Regione Calabria. Ha collaborato alla redazione del “Manuale di Diritto Amministrativo”, di R.GAROFOLI – G.FERRARI, edito da Neldiritto editore, 2008. Pubblica articoli su alcune delle più importanti riviste giuridiche on line italiane (Lexitalia; Federalismi; Nel Diritto.it; Diritto dei Servizi Pubblici).

2 Responses to “Pensioni e coppie gay. Ecco perché la sentenza della Corte di Giustizia Ue non riguarda (purtroppo) l’Italia”

  1. Massimo Damiani scrive:

    L’Italia è un Paese poco Civile… altresì esistono strumenti alternativi per assicurare il proprio compagno/a… Il riconoscimento dei Diritti è la lotta primaria a cui tutti siamo chiamati ma in attesa dei tempi che verranno va fatto qualcosa per garantire la sostenibilità della vita anche al proprio Amore!!!

  2. prescinseua scrive:

    Questa sentenza però riguarda un po’ anche l’Italia, pur se per ora solo a livello ipotetico. Non sono pochi coloro che ritengono che si dovrebbero introdurre le unioni civili ma senza inserirvi anche diritti previdenziali e pensionistici. Di solito, adducendo la volontà di non aggravare sui conti dello stato. Solo un’ipotesi, ma che con questa sentenza diventa più difficile vendere, anche per gli iperattivi oscurantisti de noantri.

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