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Domare il Leviatano, limitare il diritto positivo/1

– A leggere l’ultimo articolo di Michele Dubini contro il giusnaturalismo ho pensato “Michele, tu uccidi un uomo morto”, come disse Ferrucci a Maramaldo: il giusnaturalismo non sta né in cielo né in terra, o, il che è equivalente, sta in cielo, e dunque non riguarda noi vivi. D’altra parte, nell’uccidere un uomo morto, nell’articolo si rischia di dare una mano al più agguerrito nemico della libertà, la politica.

Il primo periodo dell’articolo di Dubini infatti dice che un diritto non è tale finché chi ha potere politico non dice che lo è. Possibile che l’unico ruolo della società nella formazione del diritto sia quella di elemosinare diritti, o briciole di potere legislativo, dallo Stato? Cosa fonda questo monopolio del diritto da parte delle autorità politiche? L’obbedienza: l’ordinamento esiste perché le persone lo rispettano.

L’obbedienza non può che essere frutto di una valutazione morale da parte di chi accetta di rispettare o meno l’ordinamento: il diritto esiste perché le persone lo accettano, o perlomeno lo tollerano. L’obbedienza è un giudizio morale: se la società smettesse di obbedire allo Stato, i rapporti di soggezione politica cadrebbero, come già riconosciuto da La Boetie nel XVI secolo.

Il giuspositivismo non può essere wertfrei: le norme sono dei “dover essere” e non degli “essere”, come suggerisce il nome, le norme sono normative e non positive. Ovviamente la loro esistenza è un fatto ed è possibile una scienza puramente descrittiva del diritto esattamente come è possibile descrivere le preferenze soggettive di una persona, ma questo nulla dice su quale ordinamento sia auspicabile. L’ordinamento giuridico di una società è espressione delle idee morali sulla giustizia di chi vi è soggetto.

C’è poi un secondo problema: cosa succede se il processo mediante cui si prendono le decisioni politiche ha bias antiliberali, favorendo ad esempio una legislazione non compatibile con i principi (normativi) del liberalismo? La teoria politica della public choice ha dimostrato che la procedura decisionale in cui riponiamo tante irragionevoli ed infondate speranze, la democrazia, avvantaggia sistematicamente gli interessi concentrati, di breve termine, informati e organizzati. Che fare?

In quale assetto istituzionale i rischi di espansione scriteriata dell’ambito delle decisioni collettive, che sono connaturali alla politica democratica, possono essere minimizzati? In un mondo dove la costituzione vieta il debito pubblico, la libertà è più al sicuro che in un mondo dove non è vietata. Lo stesso vale per i privilegi legali, ad esempio le limitazioni della concorrenza, che favoriscono pochi a danno di molti. Probabilmente almeno due terzi della politica, e dunque dell’attività legislativa, è il tentativo di alcuni di vivere a spese degli altri, e non soddisfa alcun criterio di giustizia, essendo solo parassitismo elevato a sistema.

Il giusnaturalismo è infondato perché non esistono giudizi di valore oggettivi: il giuspositivismo è d’altro canto una mitizzazione dei giudizi di valore espressi dalla classe politica, che viene a prendere il posto che nel giusnaturalismo è di Dio o della ragione. La scelta è comunque arbitraria, ma almeno il giusnaturalismo non insegna ad obbedire ad un uomo o ad una procedura, ma a dei principi (involontariamente ho qui citato Carl Schmitt).

La politica moderna è un monstrum quasi indomabile, o comunque indomato. Nei limiti in cui è tollerabile, è solo perché le sono stati posti dei limiti, come ad esempio il rispetto di certe procedure amministrative. È però purtroppo evidente che questi limiti non sono sufficienti, e dunque bisogna imporne di altri. Oggi la politica non è altro che la vendita di privilegi fiscali e legali al migliore offerente: possiamo dare il nostro appoggio ad un sistema del genere? Il più grande problema da risolvere oggi è la politica illiberale, illimitata, inefficiente, iniqua, onnipotente, onnipervasiva. Dobbiamo imparare a domare il Leviatano, e a furia di mitizzare la politica ci siamo dimenticati quanto è più importante limitare il potere (libertà), rispetto a decidere a chi conferirlo (democrazia).

Giusnaturalismo, positivismo giuridico e l’essenza della libertà/2di Osvaldo Ottaviani


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

9 Responses to “Domare il Leviatano, limitare il diritto positivo/1”

  1. Michele Dubini scrive:

    Sull’argomento ho avuto uno scambio in pvt con Pietro. Inutile dire che ci accomuna la “conclusione” (più vincoli per una politica sempre più sconsiderata e maneggiona), ma ci differenzia il pensiero generale. Copio qui sotto una mia mail in pvt con Pietro, per far intendere meglio (spero) il mio pensiero:


    Io non difendo la politica; io difendo il fatto che un ordinamento giuridico è tale solo quando si trova negli steccati del diritto positivo. Al di fuori, non è diritto. E attenzione a non confondere i termini del discorso…non è mica solo la “legge” emanata dal Parlamento a formare il nostro diritto. I singoli individui possono concorrere alla creazione di nuove norme (pensa alle nuove professioni non regolamentate dagli Ordini); lo Stato non è governo-Parlamento. Lo Stato è anche – a livello giuridico – il singolo cittadino. Se domani il Parlamento rimuovesse un diritto fondamentale frutto di una consapevolezza secolare, si scatenerebbe una rivolta che avrebbe come effetto la disgregazione dell’unità statale. Prova a rimuovere (dopo aver superato le forche caudine della revisione costituzionale), o a provare di rimuovere, il diritto di proprietà. Il monopolio del diritto è sì statale, ma la parola “Stato” non deve essere concepita come i “palazzi degli onorevoli”. I filosofi politici dell’ultimo secolo hanno sottolineato il carattere “fallibile” della democrazia stessa e hanno spinto per una sottomissione crassa, ma per un’osservanza della democrazia che sia “critica” e votata all’eterna vigilanza. L’obbedienza è frutto di un giudizio morale? Forse. La questione non mi appassiona, anche se prima bisognerebbe accordarsi su quello che intendi con “morale”. Anche io che ti sto scrivendo ho compiuto una scelta morale, vedendo la cosa da un certo punto; personalmente non credo che sia frutto “morale”, quanto invece di “utile”.

    E’ possibile che un sistema giuspositivisco dia adito a governi/interventi non-liberali e dirigisti. Certamente. Sono il primo a dirlo. Anche una casa costruita vicino al mare potrebbe essere soggetta a tsunami, però, se la mettiamo su questo piano. Il giuspositivismo non assurge nulla a “ideale assoluto” (se non il rispetto delle regole vigenti e altri principì “di regola”). Il giuspositivismo “postkelseniano” (proprio dello stato costituzionale di diritto) condivide alcuni valori “di base” tesi a permettere l’esercizio di ALTRI valori. Non sarebbe concepibile (e lo dico da liberale) un sistema politico ove si vieta l’esercizio di politiche social-democratiche. Esiste una Carta di garanzie – difficilmente modificabile e solo con un assenso generalizzato – ma questo non può certo impedire che il campo da gioco sia occupato da squadre con maglie differenti e pensieri differenti. I calciatori sono asini e degli incapaci; sai che sono il primo a dirlo e ad avere orrore di questa classe dirigente. Ma non sarà la condanna del nostro sistema giuridico a salvarci; esso non legittima la classe politica, ma solo gli atti prodotti (e questo lo farebbe anche il giusnaturalismo). E se una legge illiberale venisse emanata (DDL Calabrò), esistono pesi e contrappesi, sistemi di garanzia, referendum, DDL di iniziativa popolare, obiezioni di coscienza (che non sono al di fuori del diritto) e ambizioni/aspettative sociali che la politica non può ignorare. A meno di non voler suicidarsi.

    Per il resto concordo; personalmente, ritengo che noi si sia davanti a un bivio. O qualcuno alzerà la testa, o arriverà…l’Argentina. Da parte mia ho perso la speranza; attendo pazientemente qualcosa che non arriverà mai. Oramai è questa la frase che riassume appieno la mia “idea” politica. Ben vengano dunque i paletti che proponi (io sarei ancora più duro) ma non a far entrare la morale dalla finestra; un liberale è anche qualcuno che non necessariamente crede di avere ragione. Non vorrei mai uno Stato dove una legge deve rispondere ai “miei” canoni di Giustizia. Che sono quelli della democrazia e della libertà; ma come vedi anche questi è una definizione relativa e non Assoluta.

    Insomma, siamo e rimaniamo lontanissimi in quando ad idee sullo specifico argomento “giuridico”. Ma vogliamo la stessa cosa; solo, io non credo che il diritto si fondi sulla dura pietra della morale e che essa sia un elemento essenziale per la sua accettazione. Anzi, mi puzza di anticamera verso una oligarchia (che marciscono sempre). Il giusnaturalismo, per il resto, non è morto; ti basti vedere come ragiona la classe politica de noartri e moltissimi altri. Quello che voglio è un ordinamento che dia autodeterminazione e libertà a ogni individuo (senza formulare giudizi morali), neutro e kelseniano. Liberiamoci del Leviatano, hai ragione. Ma il Leviatano non è lo Stato (mangione e da mettere a dieta, certo); semmai è una piovra che vi si è avvinghiata sopra.

  2. Lorenzo scrive:

    Discussione interessante. Premessa, non sono un filosofo… ma non capisco la distinzione fatta nel commento tra “morale” e “utile”. A mio vedere la morale è semplicemente un complesso strumento di calcolo dell’utile. L’utile per la persona stessa o per il proprio pool genetico, a breve e lungo termine. E.g. se aiuto una vecchietta ad attraversare la strada non lo faccio perché sono un santo ma perché dando l’esempio spero che tale pratica si mantenga fino al momento di averne io bisogno. O no?

  3. MauroLIB scrive:

    @Lorenzo. Qual’è l’utilità di chiederselo?

    Se lo fai in vista di un possibile beneficio futuro che ti ritorna, o diversamente, per sentirti più soddisfatto e ‘a posto con te stesso’, hai comunque deciso di ‘agire’.

    Se hai tutte le ‘rotelle a posto’ (perdonami la confidenza) qualunque sia il motivo per cui aiuti la vecchietta hai agito per modificare il ‘tuo’ stato (non quello della vecchietta). In questo caso ne hai tratto beneficio tu e la vecchietta.

    Questo è libero scambio e lo Stato non si deve chiedere il perchè, deve solo proteggerne il principio e l’applicabilità.

    Per dirla alla Von Mises, se lo hai fatto per sentirti a posto è uno scambio ‘autistico’, se invece lo hai fatto per averne un ritorno è uno scambio ‘interpersonale’. Andare oltre è come chiedersi cosa c’è a nord del Polo Nord. E’ una domanda senza senso.

  4. Lorenzo scrive:

    @MauroLIB
    o tu non hai capito la mia domanda o io non ho capito la tua risposta…

    La mia domanda era: perché nel commento viene fatta distinzione tra “morale” e “utile”? Dato che non li vedo in opposizione come suggerito nel commento, la tua risposta non mi risponde :-)

    Il punto che mettevo in evidenza, è che quello che definisci “sentirsi a posto” e che credo tu riconduca alla “morale”, ritengo sia un inconscio calcolo dell’utile, in vista di un futuro scambio interpersonale (magari non con la vecchietta), quindi niente di autistico…

  5. MauroLIB scrive:

    @Lorenzo

    sono fedele all’adagio di Montanelli – se uno non capisce quello che hai scritto la colpa e tua non sua -. Quindi chiedo venia se non mi sono fatto capire.

    Volevo dire che ritengo irrilevanti il concetto di ‘morale’ e quello di ‘utile personale’ perchè sono categorie a cui si può dare solo un valore soggettivo. Nessuno all’infuori di me medesimo può sapere quale gradino occupano nella mia scala di priorità. Non può esistere dunque alcun criterio per cui qualche entità possa ‘normare’ una scala di valori morali o di utilità valida anche per me.

    Allora cosa ci rimane? Solo la certezza che gli uomini ‘agiscono’ per migliorare la propria condizione. A parte casi patologici nessuno agisce con lo scopo di peggiorare la propria condizione. Anche il kamikaze, il quale scambia la vita terrena per la felicità eterna con trenta vergini.
    E’ evidente che per non disintegrare la società deve esistere uno Stato ‘minimo’ che assicuri che questo individualismo non si trasformi in aggressione e prepotenza verso gli altri.

    Rispetto alla classificazione di scambio ‘autistico vs. interpersonale’, è una considerazione puramente tecnico descrittiva enunciata da Ludwig von Mises su cui concordo.

    Ad esempio, posso farmi dare a caso il nome di un bimbo registrato all’anagrafe di Malindi e fare a lui e alla sua famiglia un versamento anonimo di un milione di euro. Non otterrò mai niente in cambio dal bambino perchè non saprà mai la provenienza di questo dono. L’unica cosa che otterrò è una soddisfazione ‘autistica’ che mi fa sentire meglio. Anche qui c’è sempre uno scambio, un milione contro la mia soddisfazione. Puoi definirlo un ‘utile’ se preferisci. E’ un utile che però ottengo senza un’azione di un altro individuo. E’ uno scambio autistico. Negli altri casi lo scambio è definito ‘interpersonale’, do ut des.

    Non è escluso che in fondo stiamo dicendo la stessa cosa, morale e utile non sono in contrapposizione, semplicemente sono concetti irrilevanti e inapplicabili alle ‘masse’ (perdona il brutto termine).

  6. Lorenzo scrive:

    @MauroLIB

    Sulla prima metà della tua risposta concordo pienamente.

    Sulla distinzione tra autistico e interpersonale continuo a pensarla diversamente: a parte il fatto che in funzione del tuo patrimonio a disposizione, il caso del milione al bambino potrebbe cadere nel patologico, la mia opinione è che quello che definisci autistico (o von Mises prima di te) non è altro che un interpersonale in tempi diversi, la differenza è quantitativa, non qualitativa. Lo scambio “interpersonale” è a breve termine e con maggiore certezza, quello “autistico” è anche esso interpersonale, ma più incerto e più lontano nel tempo. La tua soddisfazione deriva dall’aspettativa di un beneficio interpersonale, che sia un gesto analogo (ispirato dalle azioni come la tua) nei confronti tuoi o dei tuoi discendenti in caso di bisogno, a addirittura dal fatto che migliorare le condizioni di altri popoli scongiuri una loro invasione dei tuoi territori…

    In altro modo, puoi vedere la questione in termini di continuità: partiamo dalla “donazione” che fai a un negoziante in cambio di un oggetto del quale hai bisogno, qui abbiamo certamente un utile interpersonale; poi la donazione la fai a un amico bisognoso, anche qui c’è utile interpersonale perché l’amico ti sarà direttamente riconoscente cercando di ricambiare e andare oltre quando potrà; la donazione al WWF è anche utile interpersonale perché vuoi che le persone al WWF lavorino per preservare gli ambienti naturali in modo che tu e i tuoi discendenti ne possano trarre beneficio; via via fino alla donazione al bambino africano, che come ho provato a “dimostrarti”, vedo anche come utile interpersonale. Ora, se tu volessi mettere un limite, una soglia, uno scalino qualitativo tra tutti questi tipi di donazione, dove discrimineresti tra utile autistico e interpersonale, tra morale e utile?

    L’ultimo tuo paragrafo però non l’ho capito… cosa centrano le “masse”?

    Grazie per la discussione!

  7. MauroLIB scrive:

    Lorenzo, non incartiamoci su definizioni tecniche.

    L’assunto è che tutto origina dall’Azione Umana (non per nulla è il titolo del capolavoro di Von Mises). Si agisce per migliore la propria condizione. L’Uomo preferisce, ceteris paribus, la soddisfazione presente a quella futura ma può decidere di sacrificare un pezzo di soddisfazione presente per averne una maggiore in futuro. Quindi mette le sue preferenze temporali in scala (mi privo ora di mille euro, che ti presto, perchè me ne restituirai mille e cento – l’interesse – al termine del periodo). Questo è uno scambio interpersonale. Negoziato con qualcuno.

    Oppure mi privo della soddisfazione presente dei miei mille euro, regalandoli anonimamente, perchè valuto la soddisfazione di aver fatto tale azione, superiore ai mille euro iniziali (anche questo è un interesse, ma è negoziato con me stesso). Questo è uno scambio autistico. Vale per me e solo per me. A te basterebbe donarne 500 oppure 1500 oppure niente.

    In entrambi i casi, come vedi, la morale, il giusto, lo sbagliato, l’utile, il prezzo, il tasso d’interesse (oggi fissato dai pianificatori), la lunghezza del prestito, etc., non possono essere codificati da un ente superiore (lo Stato, la Chiesa, una Banca Centrale, un comitato di salute pubblica) e imposti al popolo (le masse).

    Ciascuno ha la sua scala di preferenze temporali che nessun pianificatore centrale, economico, religioso o morale che sia, può conoscere.

    I regimi che hanno provato a imporre per legge, non ciò che gli uomini sono, ma ciò che ‘dovrebbero’ essere per avere una società ‘migliore’ economicamente e moralmente, hanno generato dittature, teocrazie, sofferenza e morte. In economia avevano troppe barbabietole quando servivano i proiettili e troppe armi quando serviva il pane (l’Urss è crollata per questo).

    Nel nostro presente italico lo statalismo (incarnazione moderna dello stato etico) dà luogo a caste, corruzione, burocrazia tirannica, fisco predatorio che, per reazione di difesa, generano furbizie, raccomandazioni, scorciatoie, evasione ed elusione fiscale, freustrazione dei talenti e del merito. Esattamente l’opposto del ‘miglioramento’ vagheggiato dai tromboni del Partito degli Indignati che in Italia ha la maggioranza assoluta (e inutile). Ricordati quando l’aborto era illegale perchè immorale. I ricchi andavano in Svizzera e i poveri crepavano sotto i ferri delle mammane.

  8. Lorenzo scrive:

    Mauro, mia hai chiarito la questione delle “masse”, sulla quale concordo pienamente. Grazie.
    Continuo a non essere d’accordo sulla distinzione utile autistico/interpersonale, ma credo ce ne dovremo entrambi fare una ragione… :-)

  9. MauroLIB scrive:

    Ma ti pare. Il succo importante non sono le definizioni ma le loro conseguenze. Grazie a te.

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