Diritto naturale, positivismo giuridico e l’essenza della libertà/2

La questione dibattuta in questi giorni su Libertiamo.it si può riassumere nel dilemma che Socrate pone a Eutifrone nell’omonimo dialogo platonico: una certa azione è giusta perché piace agli dei oppure piace agli dei perché è giusta? La seconda ipotesi, accettata da Platone, è alla base del giusnaturalismo, la prima è la tesi del positivismo giuridico. La grandezza di Platone sta nel cogliere benissimo come l’accettazione della tesi giuspositivista non faccia che chiamare ‘diritto’ quella che è solo la legge del più forte. Tipico il caso del sofista Trasimaco (nella Repubblica), che argomenta così: il giusto è l’utile del governante (cioè di chi pone le leggi) perché questi è il più forte. Da allora non è cambiato molto.

Il nome di ‘giusnaturalismo’ raccoglie sotto di sé qualsiasi posizione secondo cui una legge è valida solo se è giusta (una legge ingiusta non est lex sed corruptio legis). Non nego che la soluzione ‘platonica’ presenti dei problemi. Nego soltanto che si possa arrivare a distinguere il diritto dalla forza senza ricorrere alla soluzione giusnaturalista. È vero, come nota Dubini, che Kelsen si distingue dal positivismo giuridico tradizionale perché non fa della giustizia una creazione dei governanti, ma questo solo perché egli tiene distinti ‘diritto’ e ‘giustizia’ e guarda solo al primo e alla questione della sua ‘validità’.

La valutazione etica delle norme giuridiche non è affare che riguardi la scienza giuridica. Ma questo non impedisce (anzi) di arrivare a sostenere l’identificazione del diritto con lo stato, perché solo lo stato è capace di far rispettare le leggi, cioè di sanzionare un illecito, che non è illecito di per sé, ma solo perché viola una norma giuridica e, a sua volta, la norma è solo ciò che attribuisce una sanzione a chi la trasgredisce. La conclusione di Kelsen, è che lo stato si identifica col diritto perché la volontà che vuole la punizione per chi trasgredisce la norma è voluta dallo stato (che ha la forza di applicarla). Che non è poi troppo distante dalla soluzione cui arriva Gentile nei Fondamenti di filosofia del diritto. In entrambi i casi vale il verso di Giovenale: hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas.

L’impressione che si prova di fronte a un simile ragionamento è di trovarsi di fronte a un mezzo ben congegnato e ‘valido’ per un fine che però rimane totalmente arbitrario: perché bisogna sanzionare il furto (o l’omicidio) e non, mettiamo, l’amore per il prossimo o la proprietà privata? Dubini aggiunge che i criteri di valore (per cui, presumibilmente, un’azione è giusta e un’altra non lo è) esistono, ma non sono naturali, bensì costruiti dalla società. Ammesso e non concesso, ma si potrà dire che ci sono società che ne costruiscono di migliori e altre che ne costruiscono di peggiori?
Dubini dice anche che “ogni morale ha pari dignità nell’assunto che non pregiudichi l’autodeterminazione altrui”. Sono d’accordo, ma mi piacerebbe capire qual è il ‘fondamento’ di tale affermazione. È un fondamento descrittivo? Non credo, visto che non è affermazione facilmente generalizzabile. È un fondamento normativo? Ma allora ricadiamo nella vecchia morale anti-relativistica  che si basa su un’idea della dignità dell’uomo che qualunque teoria della giustizia non può fare a meno di prendere in considerazione.

L’autodeterminazione è la premessa della democrazia ma, a sua volta, la premessa dell’autodeterminazione è da rintracciare nel riconoscimento dell’uomo come qualcosa di più di una semplice realtà naturale, come valore della persona o individuo che dir si voglia. Se viene meno questo fondamento etico, la democrazia, ma anche il diritto, si riducono a una semplice tecnica per l’esercizio del potere .
Quando dico ‘democrazia’ mi riferisco alla democrazia liberale, che si basa su un principio di ‘assenza di coercizione’, ma questo principio deve fondarsi da qualche parte, altrimenti tutto perde senso.

La democrazia non è certamente un valore in sé, ma solo lo strumento in cui si può realizzare al meglio (o alla meno peggio) il valore della persona. Analogamente, Kant diceva che lo stato di diritto è il mezzo, anzi, la sola condizione, che rende possibile il “sistema della libertà”, cioè quello stato di cose in cui la libertà di ciascuno è compatibile con la libertà di ogni altro (“Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale”, che è l’esatto opposto del sit pro ratione voluntas)

Questo è il motivo per cui non posso concordare nemmeno con l’articolo di Monsurrò.  La sua tesi è che ci sono domande alle quali non ha senso rispondere perché il problema che pongono è per forza di cose irrisolvibile. Questa idea non è poi troppo distante, sia detto senza offesa, dall’idea di Marx, per il quale l’uomo non deve porsi dei problemi che non possa effettivamente risolvere.  A dire la verità non vedo molta differenza tra questa posizione e il relativismo consapevole. Il che non è poco se siamo messi di fronte al problema: perché è meglio un sistema liberale di uno totalitario?

Quando dico che il liberalismo deve rendere ragione di sé, allora, non faccio che mettere l’accento sulla necessità di argomentare questa ‘scelta morale’: la possiamo basare su un “postulato della ragion pratica”, come pensava Kant, sul riconoscimento del valore della persona umana, come dicono i cattolici, ecc. In ogni caso un fondamento è necessario. E credo sia necessario esigere un valore assoluto a questo fondamento, nel senso sopra indicato, di qualcosa che non rimanda ad altro (e, in questo senso, è assoluto), ma giustifica la nostra scelta.

Monsurrò dice che non c’è nessun problema se le scelte morali diventano scelte estetiche, cioè, alla fine, se tutto si riduce a una questione di preferenze. È una teoria del valore di tipo ‘emotivista’ che si afferma quando si dice che da un giudizio di valore non è possibile espungere il riferimento a un “mi piace”. A parte il fatto che non è vero (io potrei agire in un certo modo perché ritengo che sia ‘giusto’ farlo, anche se va contro le mie inclinazioni naturali), mi piacerebbe sapere se il riferimento a un “mi piace” condiziona solo in parte la scelta per un determinato valore o se la condiziona totalmente.
Nel secondo caso, ci troveremmo davvero di fronte alla sostanziale riduzione di ogni questione etica a questione estetica: non posso dare una ragione del perché preferisco il cioccolato al pistacchio, se non il fatto che il cioccolato mi piace e il pistacchio no; ma, anche qualora fossi in grado di fornirla, ciò non costituirebbe che la giustificazione di un fatto meramente particolare (e, allora, come si passa dal “mi piace” a “è giusto che sia così” senza una imposizione violenta?).

Se l’opzione per la libertà è un’opzione etica (razionale) non è possibile farne una questione di gusti, a meno di non relativizzare tutto. E con ciò si torna al punto di partenza.

Domare il Leviatano, limitare il diritto positivo/1 – di Pietro Monsurrò


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

19 Responses to “Diritto naturale, positivismo giuridico e l’essenza della libertà/2”

  1. Carlo Cordasco scrive:

    Cita quando parli di scelta estetica instead of morale, vergogna! :D

  2. Tommaso scrive:

    Sono perfettamente d’accordo, ma alla fine questo fondamento in che cosa lo si trova? E’ veramente possibile arrivare ad un valore assoluto autodimostrato delle cui ragioni non sia ulteriormente richiesto (e doveroso, almeno teoreticamente) dare conto?

  3. Michele Dubini scrive:

    Ciao Osvaldo,

    c’è una differenza fondamentale tra Gentile e Kelsen. Il secondo non concepisce alcuna metafisica dello Stato e non lo vede come un superuomo. Lo Stato dell’ordinamento giuridico post-kelseniano è anche il singolo cittadino che – con i suoi atti – concorre alla creazione del diritto nell’ordinamento, spesso in modo decisivo (professioni non-regolamentate, per dirne una).

    Sui criteri di valore: i maya oggi giudicherebbero osceno che è possibile perdere la vita di notte, investiti da enormi macchine. Io giudico orribile i sacrifi umani aztechi. L’esperienza millenaria ci ha insegnato che alcuni criteri morali di alcune società hanno portato unicamente al disordine, alla sofferenza incontrollata, alla distruzione. Quindi sì, è possibile operare un criterio selettivo tra più alternative, nella consapevolezza che non esiste un “first best” di naturale memoria, ma solo un fallibilissimo “second best”.

    L’assunto che citi sull’autodeterminazione è un principio che viene postulato dopo l’osservazione che non esistendo valori assoluti, tutti i valori sono FORMALMENTE (non mi stancherò mai di ripeterlo) collocati sul medesimo piano. In una pletoria di visioni di vita, ci si deve collocare in un’ottica che favorisca l’autodeterminazione di ogni singola visione (fino a che non infici un’altra autodeterminazione); altrimenti si scade nel totalitarismo.

    Per questo il liberalismo è meglio del totalitarismo. Ed è per questo che il liberalismo (storico compagno di viaggio del Dubbio) non deve fondarsi su duri principi naturali, a meno di voler creare un sistema autoreferenziale (e quindi soggetto alla morte ideologica). Siamo esseri fallibili con una ragione fallibile che creano sistemi fallibili. Con idee fallibili. La mia è quella della “giustizia della libertà e della democrazia”; è una definizione relativa e fallibile. Ma penso che il liberalismo abbia – a differenza delle altre ideologie – la grande di forza di AMMETTERE la sua fallibilità e di farne un punto di forza; cosa che gli ha permesso di crescere e rafforzarsi, in quanto sistema aperto. Il marxismo è partito dalle premesse immediatamente contrarie; ed è morto.

  4. Michele Dubini scrive:

    Senza contare che fondare un assunto etico-razionale dal valore assoluto equivarrebbe a legittimare l’onnipotenza del legislatore (machiavelli di danni ne ha fatti). Siamo sicuri che il giusnaturalismo sia realmente concepibile? Non è preferibile la “lenta crescita” dei valori (in un percorso simil-evoluzionista) e la fallibile – quanto umana – struttura del diritto positivo. Non ci si può limitare a contemplare il “giardino” senza credere necessariamente che ci siano le fate in un angolo?

  5. Pietro M. scrive:

    Riflessioni sparse, la frase tra virgolette è una citazione del testo

    “Legge del più forte”

    Io non ho mai visto nella mia vita la legge del più debole: la forza è parte fondamentale del diritto, l’ordinamento non sorretto dalla forza non sopravvive. Questo è da interpretarsi in termini puramente descrittivi: un ordinamento è l’esito dei rapporti di forza che vigono in un certo tempo in un certo luogo. Una norma diventa tale quando chi la vuole ha la forza di imporla: “i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono”, ci ricorda Tucidide. Un giusnaturalista senza forza è come un dissidente in un gulag: non ha alcun potere e non può fare nulla contro la dittatura della “forza normativa del fattuale”.

    “Morale anti-relativistica”

    È in parte errato affermare che l’affermazione di Dubini sull’autodeterminazione ricada nella morale anti-relativistica: fare un’asserzione sulle proprie preferenze morale non implica voler fondare una morale assolutistica, significa semplicemente esprimere un’opinione e sperare che sia condivisa, persuadendo e non dimostrando – perché la dimostrazione non fa parte dell’orizzonte del possibile, in etica – le altre persone che è meglio un determinato principio che altri (ad esempio, il socialismo anziché il liberalismo). Bisogna superare il vicolo cieco del fondazionismo etico, che è logicamente impossibile, tanto quanto bisogna superare il vicolo altrettanto cieco del relativismo etico, che è praticamente irrilevante (qui rimando al mio precedente articolo della scorsa settimana). Né l’uno, né l’altro: non si combatte un errore con un errore uguale e contrario.

    “Esigere un valore assoluto”

    Una persona può anche dare un valore assoluto ad un fondamento, però è qui il problema, il fatto che lo si dà: il fondamento in sé questo valore assoluto non ce l’ha, è per questo che bisogna darglielo. Per avere una società liberale dobbiamo convincerci che il debito pubblico è un male? Certo, però non ha razionalmente senso che esista un motivo oggettivo logico per affermare una cosa del genere. Semplicemente, una società con limiti alle finanze pubbliche è più al sicuro dal Leviatano di una che non ne ha. È una cosa importante? Sì. È un valore assoluto? No. Le nostre scelte non sono mai giustificate, a meno di non cadere in un regresso all’infinito in cui si deriva la norma attuale da una norma precedente, perché ogni norma deve prevedere un “ought”, e qualcuno deve pur mettercene uno per derivarne altri “ought”: ma non esistono “ought” razionali.

    “emotivismo”

    Non c’è nessuna differenza tra “mi piace” e “lo considero giusto”: si tratta di giudizi personali. Infatti con la mia posizione l’emotivismo c’entra poco, la mia filosofia morale è misesiana e la mia filosofia del diritto leonina. Ogni affermazione normativa si basa su una premessa normativa, fornita dal soggetto agente, che non è giustificabile razionalmente, ma è frutto delle preferenze dell’agente stesso. La libertà è un giudizio di valore, una preferenza: è una proposta etica, non una realtà oggettiva.

  6. Rorschach scrive:

    In realtá fondare un assunto etico razionale non equivale a legittimare l´onnipotenza del legislatore, semmai a negarla radicalmente, nel senso che un sistema etico razionale/giusnaturalista non puó che portare all´anarcocapitalismo.

    Con la lenta crescita di valori in senso evolutivo arriviamo poi al paradosso totale, per cui questa tesi é sostenuta da entrambi i lati con argomenti diversi:

    1) Giuspositivismo: l´impossibilitá di produrre un sistema etico assoluto porta all´idea che sia meglio applicare un sistema relativista il cui principio di fondo é l´efficienza. Abbiamo evolutivamente realizzato oggi che il liberalismo é il piú efficiente di tutti i modelli e quindi abbiamo deciso di seguirlo.

    2) Giunsaturalismo: i principi etici assoluti esistono e conducono necessariamente al liberalismo, ma l´imperfezione della ragione umana non ci permette di scoprirli e quindi abbiamo bisogno dell´evoluzione culturale per farlo.

    Ora, la soluzione giuspositivista mi sembra totalmente fallata, visto che é fondata su un principio, l´efficienza, per sua stessa ammissione inesistente (chi ci dice infatti che l´efficienza é IL PRINCIPIO base dell´etica, se le premesse stesse sono relative?).
    La soluzione giusnaturalista prevede invece un grado di relativismo: se i principi etici sono assoluti, ma io non li posso scoprire se non quando evolvo la mia ragione, allora i principi etici diventano “relativi alla razionalitá umana”.

    Nel notare la fallacia di entrambi i modelli, secondo me l´unica via d´uscita é quella di adottare una soluzione che vada a considerare un metodo razionale per la produzione dell´etica. Cioé in pratica un metodo secondo cui l´etica assoluta é quella incontrovertibile, fintanto che la ragione umana non possa nuovamente dimostrarne la fallacia.

  7. Carlo Cordasco scrive:

    “L’assunto che citi sull’autodeterminazione è un principio che viene postulato dopo l’osservazione che non esistendo valori assoluti, tutti i valori sono FORMALMENTE (non mi stancherò mai di ripeterlo) collocati sul medesimo piano. ”

    Ma come diavolo si fa a sostenere una posizione del genere senza violare la legge di Hume io proprio non riesco a capirlo. Al solito si confonde pluralismo e relativismo. E’un errore comunissimo.

    Pietro, di un’analisi descrittiva del diritto, il filosofo, giustamente, se ne infischia. Il filosofo si preoccupa di capire cosa è giusto e non cosa succede. Osvaldo ha semplicemente fatto notare che Gentile, Kelsen, Raz e Dworkin (in un certo senso) non fanno altro che propugnare teoreticamente la legge del più forte. Ma il filosofo dell’analisi descrittiva se ne infischia allegramente se non per definirla giusta/ingiusta.
    Non esistono ought razionali. Io non credo che sia così, e d’altra parte dimostrartelo è impossibile. Così come tu non puoi dimostrare che non esistano.
    Una risposta a Rorschach: credo sia palesamente falsa l’idea per cui la legge naturale porti al concepimento di un ordine politico anarco-capitalista. E’ falso anche e soprattutto nella storia del pensiero. Fatta eccezione per qualche sparuto caso i teorici della legge e del diritto naturale sono i classici greci che a sentir parlare di anarchia si sarebbero suicidati. E anche i teorici dei natural rights, non è che fossero pure anarco-capitalisti. E anche nel 900, Leo Strauss che è il massimo interprete e profondo conoscitore di quella tradizione, di certo non era anarco capitalista. Così come non lo è Robert George, che ha scritto new natural law. A prescindere da tutte queste cose, è aberrante che i giudizi sul nazismo possano essere solo di natura estetica, e credo debba esserci qualcosa di profondamente sbagliato nella testa di chi pensa sia impossibile universalizzare il male.

  8. Michele Dubini scrive:

    @Forza: Vero. Con la differenza che la “forza” è solo una faccia del diritto. L’altra faccia – non meno importante – è quella dell’autorizzazione e della protezione (che è inter/dipendente alla “forza”).

    @Valore assoluto: Esattamente. Le motivazioni non vanno ad ascriversi nel “assoluto”, ma nel più modesto “pratico”, “utile”, “conveniente per l’individuo” (che non significa affatto abbassare il livello della discussione; nessuno dei tre aggettivi mira a quello né – incidentalmente – provoca questo effetto).

    @Soluzione giuspositivista: L’efficacia è un principio in senso lato. E’ un principio “fattuale” e verificabile, svuotato da carichi ideologici. Certo, dobbiamo prima di tutto interrogarsi su “cosa intendiamo per efficacia?” prima di procedere, ma la risposta è fattibilissima.

  9. Michele Dubini scrive:

    Io non sono filosofo e ritengo le analisi sul “GIUSTO” una perdita di tempo, se non opportunatamente relativizzate. A me interessa solo il diritto in senso descrittivo e mi interessa per ricavare risposte pratiche e “dal basso” per quanto riguarda la costruzione/evoluzione del diritto stesso. E’ ovvio che non posso dimostrare logicamente la non-esistenza di ought razionali (e viceversa); la questione è quanto siano probabili.

    Quanto è probabile che la fallibile ragione umana si imbatta – un bel giorno – in qualche valore naturale e assoluto, impossibile da non riconoscere? Non è più probabile che siffatti valori le società SE LI COSTRUISCONO seguendo il “set” delle proprie regole/sociali/culturali? Chi sono io per dire cosa è meglio e cosa no?

    Certo, abbiamo criteri valutativi. Ma sono anch’essi frutto di umana ragione e dunque fallibili. E’ come un edificio che viene costruito pezzo dopo pezzo, sulle conoscenze e difetti del piano “sottostante”; cercando di migliorarsi ogni volta. La struttura da prendere in considerazione è la “gru” che parte dal terreno, non il “gancio appeso dal cielo” che fa cadere i diritti. I diritti si costruiscono.

  10. Rorschach scrive:

    Dubini,

    Purtroppo la risposta non é per nulla fattibile, altrimenti il giuspositivismo avrebbe chiuso la partita da secoli, mentre il giusnaturalismo oggi come oggi é ancora in perfetta salute.

    Che cos´é l´efficacia dunque? Il sistema cinese ad esempio é un sistema estremamente efficace nel tenere a bada un miliardo di persone, cosí come una societá druidica era estremamente efficace nel creare coesione ed obbedienza mediante i sacrifici umani.
    Ma il punto di fondo é che l´efficacia che hai in mente tu é totalmente diversa dalla loro e dunque non hai alcuno strumento per dire che essi sono immorali. Puoi solo limitarti a dire che non condividi i loro metodi. Cioé, in altre parole, se io riesco a produrre a tavolino una societá in cui la proprietá privata non esiste e nella quale io consento ai cittadini di avere lo stretto necessario per vivere, non sono efficace per questo? Chi dice che uno debba necessariamente avere il televisore LED per essere felice? Molti comunisti ad esempio sostengono che il comunismo produce un modello sociale dell´essere, perché costringe la gente a puntare tutto sui rapporti umani per sopravvivere, mentre il capitalismo sarebbe la societá dell´avere.
    Come é possibile dunque contrastare il modello rivale se la definizione stessa di efficienza é nelle mani del legislatore?
    Cioé, nel momento in cui tu, da liberale, costruisci il tuo palazzo ed il tuo vicino nazionalsocialista costruisce con metodi diversi il suo edificio, tu non puoi dire che il tuo plazzo é costruito meglio, ma solo che é “diverso” dal suo.

    In pratica, tu puoi definire un concetto di efficienza se e solo se riesci a produrre una logica assolutamente incontrovertibile su cui fondare lo stesso principio di efficienza. Altrimenti é solo una questione di punti di vista e contigenze storiche.

    Ma nel momento in cui hai prodotto un simile concetto, ecco qui che hai scoperto il diritto naturale e sei di nuovo ad un principio assoluto.

  11. Rorschach scrive:

    Cordasco:

    “Una risposta a Rorschach: credo sia palesamente falsa l’idea per cui la legge naturale porti al concepimento di un ordine politico anarco-capitalista. E’ falso anche e soprattutto nella storia del pensiero.”

    Scusa, ma non ho capito la tua risposta. D´accordo sul fatto che il diritto naturale non nasca come tesi anarcocapitalista, ma il discorso sulle origini non toglie il fatto che ad oggi qualunque tesi statalista strida con il giusnaturalismo.

  12. Carlo Cordasco scrive:

    Rorschach: oggi i maggiori studiosi di natural law, da Bob George in su, sono tutti tendenzialmente conservatori. Un conservatorismo che ha in molti aspetti molto poco a che vedere con l’anarco capitalismo!

  13. Michele Dubini scrive:

    @Rorschach: “Altrimenti è solo una questione di punti di vista e contingenze storiche”

    Risposta breve: E’ esattamente quello, il diritto.

    Risposta approfondita: Il mio vicino nazionalsocialista sarà criticato e attaccato perché il suo edificio non tiene conto dei diritti umani (ben diversi dai diritti naturali) e di determinate esigenze (riconosciute come diritti dagli ordinamenti interni e non) che sono state “universalizzate”. Ma non sono diritti-naturali-calati-dal-cielo-di-un’-idea; sono fattori storici, prese di coscienza, risposte a determinati e nuovi problemi, idee che si sono fatte “praxis”. Una società che eliminasse le figlie femmine per eutanasia ci apparirebbe orribile, incivile, totalitaria e immorale (sì, immorale). Perché andrebbe direttamente contro i nostri modelli occidentali di vita e contro quella gamma di diritti “umani” che il 95% dell’ordianamento mondiale riconosce pacificamente. Oltre che contro le esigenze maturate nel corso della storia e il concetto di dignità dell’individuo (anch’esso maturato, non calato dal nulla per un’idea).

    E’ fallibile? Ovvio. La costruzione dell’edificio è fatta anche di errori, ma è un imparare da essi e trovare strumenti sempre più raffinati ed eleganti per la costruzione di un diritto che prende atto che ogni società conosce la sua morale (cose che non equivale a dire che tutte valgono allo stesso modo, se non FORMALMENTE).

  14. Rorschach scrive:

    “Il mio vicino nazionalsocialista sarà criticato e attaccato perché il suo edificio non tiene conto dei diritti umani (ben diversi dai diritti naturali) e di determinate esigenze (riconosciute come diritti dagli ordinamenti interni e non) che sono state “universalizzate””.

    Sí, ma il problema resta sempre lo stesso: che cosa sono i diritti umani? Un nazista ti direbbe che tra i diritti umani é incluso quello di eliminare le razze impure, cosí come un comunista ti direbbe che gli esseri umani non hanno alcun diritto alla proprietá. Chi é che ha ragione? La risposta é molto semplice: ha ragione chi meglio riesce ad universalizzare meglio la propria concezione relativa del diritto usando la forza.

    “…per la costruzione di un diritto che prende atto che ogni società conosce la sua morale (cose che non equivale a dire che tutte valgono allo stesso modo, se non FORMALMENTE).”

    Il punto su cui non riesco a seguirti é proprio questo. Qual é il criterio per capire che un paradigma etico é meglio dell´altro? Abbiamo detto in precedenza che l´efficienza non puó essere, per il semplice motivo che non ha alcuna oggettivitá e chiunque puó inventare il suo criterio di efficienza ed imporlo con la forza.
    E´ possibile dunque trovare un altro criterio oggettivo?

    Se il criterio di valutazione é “mi piace”, allora é la fine: noi siamo convinti che il nostro modello etico é meglio di quello di altre societá, ma siccome de gustibus non disputandum est non possiamo dire che un nazista abbia realmente torto (dal suo punto di vista la libertá é una follia).
    Quindi la libertá diventa semplicemente un punto di vista, che non ha alcuna validitá oggettiva, ma é ritenuta migliore solo in quanto a noi piace di piú. Il che dipinge ogni paradigma etico diverso da quello liberale non come immorale, ma come “altro da”.

  15. MauroLIB scrive:

    Il buon Ottaviani si chiede: Perchè è meglio un sistema liberale di uno totalitario?

    La risposta che mi convince di più è la seguente.
    Perchè un sistema liberale fornisce agli individui più libertà di scelta. Libertà di scegliere le proprie azioni con l’obiettivo di modificare in meglio la propria condizione ‘insindacabilmente e individualmente’ ritenuta bisognosa di miglioramento.

    L’inutilità di indagare la giustezza o meno delle azioni individuali (poichè solo l’individuo che agisce ne è la misura e l’innesco), cioè l’inutilità di farsi domande, non ha nulla a che vedere con la posizione di Marx.

    Tutto ha senso ed è GIUSTO nella misura in cui contribuisce al miglioramento ‘percepito’ della propria condizione. Quanto più sono libero di scegliere il mio comportamento per (tentare di) eliminare un mio disagio tanto migliore è il sistema politico e sociale che me lo consente.

    Poichè l’uomo è animale sociale, riesce a risolvere la condizione individuale di disagio solo col contributo e la cooperazione dei suoi simili. Questo è, per conto mio, l’unico principio che ha validità universale (perchè è autoevidente). Lo Stato ha quindi la funzione fondamentale di garantire che ciascun individuo possa applicare questa libertà di scelta. Se lo fa (o almeno tende a questo) è GIUSTO, altrimenti no.

  16. Michele Dubini scrive:

    @Discorso sui criteri: Un criterio oggettivo non esiste. Non esiste una formula matematica per stabilire cosa è buono e cosa è male. Questo non significa che tutto sia permesso, come dostoevskij-anamente viene spesso affermato; i criteri valutativi esistono eccome. Ma sono fallibili; sono propri di un’epoca e di una società. Spesso si dilatano e vengono sempre più accettati su scala globale (con un processo simile a quello della diffusione del “meme” per intenderci). In sostanza, i valori morali ci sono; ma sono fallibili, umani e soggetti allo “Zeitgeist” (per usare un’espressione poetica).

    I diritti umani sono nati da “esigenze”. Esigenze nate in un certo periodo storico e che si sono sempre più fatte pressanti, fino al punto di non poter essere assolutamente ignorate. Perché è questo il concetto: i diritti non puoi imporli con la forza. Se lo fai, è una strategia a breve termine. Nel lungo termine causerei sconquasso sociale e rifiuto (fino a renderli monchi).

  17. Rorschach scrive:

    Posto che io credo che il criterio oggettivo esista e che definisca un metodo, con tutte le cautele del caso, per arrivare ad un´etica incontrovertibile proprio come un modello matematico, ti rinnovo la domanda, che mi sembra ogni volta tu eluda (forse perché é impossibile trovare una risposta a ció). Anche lo stato d´eccezione con cui Karl Schmitt giustificava il nazismo nasce da una esigenza, cosí come il fascismo é nato probabilmente dall´esigenza dell´operaio che non tollerava piú di perdere il lavoro per colpa di sindacalisti e comunisti vari che vessavano la societá a colpi di scioperi.

    Anche i totalitarismi nascono tranquillamente da esigenze, cosí come la negazione dei “diritti” umani che essi comportano.
    Siamo sempre allo stesso punto: che cos´é che rende quelle esigenze sbagliate e le nostre giuste? Se non c´é una logica che ci permetta di arrivare a ció, alla fine dobbiamo necessariamente ammettere che la seconda guerra mondiale non ha avuto senso, perché abbiamo imposto a qualcun altro i nostri gusti con la forza e non se ne capirebbe il perché. Il problema dell´assenza di criteri valutativi oggettivi comporta che dobbiamo essere pronti ad ammettere che forse noi abbiamo torto e gli altri ragione in ogni momento, il che ci riduce inevitabilmente al silenzio.

  18. Michele Dubini scrive:

    Il discorso di “esigenze” si rifa al discorso secondo cui i diritti si generano per una richiesta proveniente dall’esterno; usare l’argomento in maniera analogica per la dimensione politica non è sbagliato, ma sposta il punto del problema.

    Noi possiamo dire che i risultati sono stati sbagliati solo con l’ottica dei moderni, in possesso di un bagaglio di valori e diritti completamente sconosciuti al tempo di cui discutiamo. Nessuno alzò troppo la voce al massacro degli indios da parte degli Aztechi; nemmeno i teorici del diritto naturale (poche eccezioni a parte), che anzi, sostennero la “naturalità” che una nazione civile potesse reclamare come res nullius un territorio di una popolazione “incivile”. Oggi questo modo di pensare ci dà alla nausea; ma perché ci siamo evoluti. Più precisamente, si è evoluto il nostro modo di vedere “l’altro” e la società, oltre che i suoi comportamenti (si sono evoluti i criteri valutativi. E ce ne siamo costruiti di nuovi).

    La seconda guerra mondiale ebbe un senso politico e fiscale. Fu dalla seconda guerra mondiale che nacque l’esigenza dei diritti umani per tutelare l’umanità, innanzi allo shock degli eccidi nazisti.

  19. Rorschach scrive:

    Tu sei molto abile nella pars destruens, ma nella pars construens continui ad evitare il punto. Cioé, proprio perché con la nostra mente moderna ci siamo accorti che nel passato abbiamo fatto degli errori, per onestá dobbiamo ammettere che anche ció che facciamo adesso o che vorremmo fare potrebbe essere completamente sbagliato e che puó accadere che l´uomo del futuro, dipinga noi come mostri ed Hitler come uno che aveva capito tutto.
    Cioé, le cose sono due:

    1) Accettiamo il giuspositivismo e ammettiamo che i nostri criteri valutativi, evolutisi oggi, non hanno valore sostanziale perché basati su esigenze del tutto arbitrarie e su contingenze storiche. Sapendo ció, non possiamo dire che il nazista abbia sbagliato in assoluto: di fatto abbiamo solo gusti diversi e dobbiamo essere onesti ammettendo che potrebbe aver avuto ragione e noi torto. Ergo la seconda guerra mondiale non é stata una guerra di liberazione, ma di prepotenza, poiché ha imposto con la forza le nostre esigenze ed i nostri gusti a chi ne condivideva altri, facendo sorgere diritti umani che potrebbero un domani rivelarsi abominevoli. Quindi i diritti umani sono stati creati con la forza, cosí come la difesa della razza ariana e vengono mantenuti in vita non in quanto oggettivi, ma in quanto supportati dalla violenza del legislatore (giuspositivismo).

    2) Troviamo un metodo valutativo che é incontrovertibile, fintanto che la mente umana non si evolverá a tal punto da trovare una dimostrazione logica altrettanto solida che sconfessi la precedente (cioé in sostanza il metodo di produzione dei criteri resta lo stesso, cioé é oggettivo, come 2+2).

    Ad oggi secondo me il principio logico alla base di un´etica oggettiva é molto semplice ed é incluso nella biologia umana: il principio di autoconservazione e la logica di sostituzione.

    Trovami un nazista che mettendosi nei panni di un ebreo sia pronto a dire che é comunque giusto che lui stesso venga ucciso senza un motivo logico valido. Magari potresti anche trovarlo, ma non sarebbe diverso da chi dice che 2+2=5.
    O no?

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