Napoli al voto, sospesa tra Paradiso e Bidonville

– Napoli, il capoluogo campano dell’Italia unita, da alcuni anni ormai si conquista titoli sui quotidiani e nei telegiornali italiani ed internazionali per disservizi della sua sanità molto più che dissestata, la sua amministrazione comunale incapace di far fronte a necessità primarie, i rifiuti a riempire strade e piazze, le discariche sature, criminalità di ogni tipo a spadroneggiare in ampi settori del centro urbano e dell’hinterland, la politica nazionale e locale, sia di destra che di sinistra, incapace di offrire una prospettiva meno incerta del presente. L’impressione è che legalità, la legalità, sia un obiettivo impossibile da raggiungere, permanendo le premesse di questi giorni, di questi anni. L’impressione è che Napoli sia una città ancora bella, ma tristemente, desolatamente, disperata. Dimentica ormai di quanto ha espresso, di quanto ancora potrebbe essere, del suo antico ruolo di capitale europea in campo culturale al tempo di Carlo III di Borbone, alla metà del Settecento.

La civiltà a Napoli è antica quanto la sua storia. E’ un susseguirsi di eventi, opere d’arte, persone, imprese, cose dette e cose fatte, pagine e pagine di gloria municipale certo, ma anche regionale, nazionale. Storia, musica, arte, archeologia, urbanistica, architettura, letteratura, in sintesi, cultura. Un intreccio continuo di capacità, potenzialità espresse appieno, un’orchestra di prim’ordine apprezzata in tutta Europa.

Topograficamente differenziato rispetto al vecchio centro, situato sul promontorio di Pizzofalcone, il nuovo, programmato dopo la vittoria siracusana sugli Etruschi nel 474 a. C., tende ad occupare con pianificazione regolare la serie dei gradoni che ascendono dalle colline verso il mare e verso oriente. La città, organizzata con tessuto viario ortogonale e suddivisa funzionalmente con i criteri  definiti dalla codifica ippodamea dello spazio, conserva, sostanzialmente immutato, l’impianto nel corso della sua storia e vede riassetti solo con l’inserimento di edifici di grande mole in età romana. Solo nell’area urbana più esposta verso il porto, gli interventi del risanamento moderno hanno reso più frammentaria la documentazione, rendendo problematico il dettaglio planimetrico delle strutture portuali.

Che dire della Napoli spagnola, nel ‘600? Nomi come quelli di Domenico Fontana o di Cosimo Danzano partecipano ad una stagione di grande significato per la città. L’uno intervenendo direttamente sulla viabilità, indirizzando l’espansione  verso il mare. L’altro producendo interventi parziali su chiese e palazzi. Stagione alla cui grandezza contribuì anche la scuola pittorica, i suoi rappresentanti più autorevoli, come Caracciolo e  Ribera. Ma anche pittori di “genere” come lo Spadaro, il Falcone o il Ruoppolo. Senza contare Salvator Rosa, complessa figura di pittore, ma anche di uomo di teatro e di poeta.

Ancora, può forse negarsi un accenno alla Napoli capitale della musica nell’Europa del Settecento, la Napoli dove approdarono in successione Rossigni e Donizetti?

Come non ripensare al progetto di Carlo III di Borbone che, intenzionato a trasformare Napoli in una grande capitale europea, si fece promotore di una serie di interventi edilizi qualificanti, che poté realizzare potendo contare su professionisti di grandi capacità: un grande teatro d’opera (Real Teatro San Carlo) che avrebbe dovuto sostituire il piccolo teatro San Bartolomeo; le regge di Portici e di Capodimonte;  il Foro Carolino (oggi Piazza Dante); l’albergo dei poveri, il colossale edificio, con un fronte di ben 354 metri.

Tutto questo e molto altro è Napoli. La città, il giardino di cultura stratificata e diffusa, sul quale sono cresciuti ed hanno trovato nutrimento, accanto ad indiscusse eccellenze, alcuni moderni “fiori del male”. La città nella quale gli interessi particulari hanno impedito una corretta gestione della cosa pubblica, il malaffare ha spesso inquinato settori vitali.

Napoli, una parte di Napoli, allo stato attuale sembra quasi voler nascondere i suoi tesori, le sue infinite ricchezze. Quasi che il mostrarle, il ricordarne l’esistenza, possa costituire una presa di coscienza, un pericoloso confronto tra la città di oggi e quella di ieri.

Dal punto di vista urbanistico la città da alcuni anni ormai paga scelte miopi e assai poco strategiche. Scelte che non hanno decongestionato il centro storico dal problema del traffico, che in ambito più lato non hanno consentito alla città di dotarsi di strutture e infrastrutture moderne. Così la città continua a soffrire queste deficienze nonostante l’amministrazione comunale guidata dalla Iervolino abbia a lungo reclamizzato interventi di straordinaria portata. Come i ”poli” e i “corridoi” della qualità, strumenti in grado di innescare, all’interno della città storica, il superamento delle attuali condizioni di degrado fisico, funzionale, sociale e economico. A supporto di questo processo sono state avviate anche alcune iniziative. Che hanno alimentato aspettative, ma prodotto ben poco. 

Basterebbe richiamare i Progetti Integrati Territoriali (il PI “Città di Napoli” e il PI “Grande Attrattore Culturale Napoli”), che nelle intenzioni si sarebbero dovuti configurare come sistemi integrati di azioni intersettoriali volte a promuovere un organico sviluppo del territorio, così anche il Piano di Gestione Unesco, per la tutela e la valorizzazione dell’identità culturale della parte della città storica inserita nella lista Unesco del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Contemporaneamente, spostandosi dal centro alle periferie, i problemi s’ingigantiscono, mostrando, forse, la parte peggiore di Napoli. Paradigmatica a questo proposito la questione dell’area nord, con i quartieri di Chiaiano, Piscinola, Miano, Secondigliano, Scampia, San Pietro a Paterno. Luoghi topografici nei quali la memoria è una colpa, la legalità un nemico, il disordine urbanistico una metafora di quella sociale.

Un’importante occasione è offerta dalla recente approvazione del Nuovo PRG, che ha innescato interventi per un investimento di risorse private che l’ACEN ha stimato essere non inferiore a 3.600 milioni di euro, con un’occupazione di circa 17.200 unità l’anno. Tanto più che le aree oggetto di questi interventi interessano una superficie di circa 4 milioni di mq, gran parte delle quali si trovano nell’area orientale.

Una città disordinata nella quale si mischiano le glorie del passato e l’indecenza del presente. Una città che potrebbe divenire una grande città del Sud italiano, una megalopoli del mediterraneo e che invece continua sempre più ad avvicinarsi ad i grandi agglomerati dell’Asia o dell’America latina.

Su tutto questo, su promesse e aspettative, su regole non rispettate e doveri di rado assolti, spazzatura di ogni tipo. Munnezza diffusa, fatta di sacchetti e di parole. 

La Politica, molta politica, da anni, lascia correre. In alcuni casi addirittura, colpevolmente alimentando comportamenti eticamente poco cristallini, facendo da sponda ad attività dal riscontro certo. Veleggiando nel sottile confine tra legalità ed illegalità, spesso sconfinando nel secondo.

Pensare che Napoli debba essere abbandonata a se stessa è delittuoso, è un’operazione nella quale la convenienza di alcuni non può divenire alibi per nessuno. Napoli è patrimonio di tutti, di tutti quelli che lavorano per il Bene del Paese. A Napoli come a Bolzano, a Milano come a Lampedusa.

Le elezioni di domenica possono, debbono, costituire uno spartiacque. Tra un passato recente, nel quale la spregiudicatezza e l’arroganza di alcuni maggiorenti ha offuscato l’immagine gloriosa della città, e un futuro prossimo costruito sulla restaurazione di alcuni capisaldi della società civile. La gente di Napoli deve riprendersi Napoli. Strappandola al malaffare, alle tante degenerazione delle quali soffre. Anche facendo leva sul senso di responsabilità, spostando l’ago della bussola dal nord dei diritti a quello dei doveri. Ad esempio provando a recuperare la sintesi del pensiero di due figure di primo piano del nostro neoclassicismo e del nostro Risorgimento: Ugo Foscolo e Giuseppe Mazzini. Per Napoli, oggi, ripensare alle parole dell’uno  -“lavorare per il bene comune e assumersene tutte le responsabilità”- e dell’altro -“lavoro, passione e generosità”-, può essere un buon inizio.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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