di PIERCAMILLO FALASCA – Il voto di domani e lunedì a Milano, Torino e Napoli chiude il quarto ciclo amministrativo di queste città dopo la riforma elettorale che portò, per la prima volta nel 1993, all’elezione diretta dei sindaci. All’epoca votarono anche i cittadini romani (lo scioglimento anticipato dell’assemblea capitolina nel 2008, per le dimissioni di un Veltroni che scelse di sfidare Berlusconi alle elezioni politiche, ha “spaiato” Roma dalle altre grandi città). Fu in quell’occasione che il tycoon Silvio Berlusconi rivelò la sua preferenza per il candidato sindaco Gianfranco Fini, leader del MSI, tracciando il sentiero che avrebbe portato l’anno successivo alla nascita del “centrodestra” come l’abbiamo conosciuto nella Seconda Repubblica. Sul suo fronte, il neonato centrosinistra post-democristiano e post-comunista espresse una classe di sindaci che segnò profondamente la vita dei maggiori centri urbani italiani: a Napoli con il primo Bassolino, a Roma con Rutelli, a Torino con Castellani (ma anche a Salerno con l’intramontabile De Luca o a Reggio Calabria con il compianto Falcomatà). A Milano, il moderato leghista Formentini prima e poi l’imprenditore prestato a Forza Italia Gabriele Albertini  elaborarono un modello amministrativo sobrio ed efficace, che servì al centrodestra per accreditarsi come forza di governo nazionale.

Squarci di una storia che poteva avere come esito la graduale occidentalizzazione del sistema politico italiano, e che invece oggi vede l’Italia precipitata in un insostenibile disordine politico simile a quello sudamericano.

A diciotto anni di distanza, quella “stagione dei sindaci” ha purtroppo fallito il suo obiettivo principale: innescare dal basso un circuito virtuoso, rendere i comuni efficaci palestre per le future leadership nazionali, determinare una dinamica di voto genuinamente basata sulla piattaforma programmatica e sui risultati conseguiti tanto da poter raggiungere tutti i livelli di governo. Ciò non è accaduto, anzi: salvi rari casi, lo sterile binomio berlusconismo-antiberlusconismo ha finito per travolgere e polarizzare anche il voto amministrativo dei maggiori centri italiani, mentre la competizione sul governo concreto ha troppo spesso lasciato il passo alla consueta propaganda fine a se stessa.

Ad essere sinceri, questa non è stata una bella campagna elettorale. La politica nazionale ha finito – come al solito – per inquinare un voto che non le appartiene: accade puntualmente in occasione del rinnovo del parlamento europeo e quando si scelgono i governi regionali e quelli locali. Non è mancato l’ennesimo referendum pro e contro Berlusconi – che è lo stesso Cavaliere di Arcore a innescare, avendone capito i vantaggi quando erano gli avversari ad imporlo agli elettori. Ciò non ha permesso agli elettori dei centri medio-grandi, in cui la campagna elettorale è più mediatica che relazionale, di assistere a una competizione “di prospettiva”. Nessun candidato si è potuto distinguere per il coraggio delle sue proposte di modernizzazione urbana. Nessuno avrebbe potuto davvero essere ascoltato, nella caciara imbastita da Berlusconi e dai suoi sottoprodotti grillini.

Ai migliori animi del paese, dovunque essi risiedano, comunque essi votino, il compito di invertire la rotta. Di provarci, almeno.