Storia della caduta di MySpace

– MySpace è stata la prima comunità virtuale di largo respiro del mondo globalizzato e innervato dalle tecnologie digitali. “Creo un profilo su MySpace, dunque sono”: il social network fondato dal californianoTom Anderson era lo strumento di legittimazione dell’esistenza, della riconoscibilità e, in tanti casi, della popolarità in rete. Grazie alla condivisione di brani e video diretti al cuore degli appassionati di musica, rock band sconosciute come quella dei romani Belladonna sono diventate un fenomeno di culto prima ancora di produrre e distribuire il primo album.

Il loro successo attaccava l’industria discografica proprio alla sua radice “ideologica”, la matrice in base alla quale i consumatori erano stati condizionati ad associare la libertà di scelta e il diritto all’ascolto di buona musica con tutto ciò che era prodotto e circolava nel mercato fisico. Oggi che quell’epopea sta lasciando il posto a una triste consunzione, molti parlano, scrivono e ragionano della caduta di MySpace con un tono così riverente da far pensare che i suoi fasti trionfali siano avvenuti nella nebulosa era glaciale, invece che appena qualche anno fa, quasi contemporaneamente alla nascita del cosiddetto modello Web 2.0.

Il Gran Mogol dell’informazione e dell’intrattenimento Rupert Murdoch ha acquisito MySpace nel 2005 per 580 milioni di dollari. E da allora non c’e’ dubbio che la nuova potenza emergente della rete abbia avuto dei grossi problemi. Tra l’obiettiva disarmonia della sua interfaccia grafica, la proliferazione esponenziale di nuove comunità virtuali e l’ascesa del “nemico acerrimo” Facebook, il network non è riuscito nel tempo né a mantenere la quantità di visitatori di cui aveva bisogno per giustificare i prezzi degli spazi pubblicitari necessari a rendere profittevole un sito gratuito, né a realizzare sinergie con altri media di proprietà del magnate australiano.

Con il senno di poi è facile accusare News Corp. di esser stata miope riguardo le potenzialità commerciali del target adolescenziale di MySpace (sono rarissimi gli utenti che cliccano le inserzioni presenti sul sito), ma è obiettivamente difficile essere lungimiranti quando si è costretti a lottare tutti i giorni contro la concorrenza spietata e invasiva di Facebook, che ha letteralmente “finlandizzato” i suoi rivali, arrivando quasi al punto di lanciare un’ “Opa” su Internet.

A marzo il traffico su MySpace si è dimezzato rispetto all’anno scorso, e nel trimestre chiuso il 31 marzo la divisione digitale del gruppo Murdoch ha registrato una perdita operativa di 165 milioni di dollari, in gran parte a causa dei risultati deludenti del fantasma del glorioso social network, che in gennaio aveva già annunciato il licenziamento di circa la metà dei suoi mille dipendenti. Un’apocalisse che avrà due conseguenze di notevoli proporzioni: le cessione a prezzi da saldo (si parla di una base d’asta di 100 milioni di dollari) di una business unit che rappresenta un peso per i risultati finanziari e la rifocalizzazione sugli asset core.

Nell’attesa di un nuovo “Avatar” (il blockbuster di maggiore incasso nella storia, prodotto dalla 20th Century Fox) la divisione cinematografica si aggrappa agli incassi di Black Swan e Rio e delle prossime uscite come X-Men: l’inizio e Monte Carlo. Fox News, il canale di news via cavo più seguito negli Stati Uniti, continua ad essere la gallina dalle uova d’oro del gruppo (la divisione cavo – Fox TV e Fox News Channell – genera più del 60% del profitto operativo consolidato). Sky Italia ha chiuso il trimestre con un utile operativo di 17 milioni di euro, in calo rispetto ai 35 milioni del medesimo periodo del 2010, in scia a un maggior costo di acquisizione dei clienti (300 euro, contro il 270 euro di un anno fa) e a un mercato pubblicitario stagnante, ma le aspettative sono positive dopo che la base abbonati ha raggiunto il livello record di 4,92 milioni e dovrebbe superare la soglia psicologica dei 5 milioni in estate. Il risultato della divisione editoriale, inferiore alle previsioni, è stato impattato da calo degli introiti pubblicitari in Australia e Gran Bretagna.

Tutto finito col web? Il capitolo finale non è ancora stato scritto, ma il futuro sembra essere sempre più appeso al “cavo” e alla capacità di negoziare nuovi accordi con i distributori a prezzi che riflettano l’importanza crescente di Fox sul mercato.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

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