Qualcosa di buono nel decreto, ma molto resta da fare per lo sviluppo del Paese

– Anche se il grosso della rivoluzione liberale resta ancora da compiere, con il decreto sviluppo appena varato il Governo introduce qualche innovazione positiva nel nostro ordinamento. Tra le nuove e utili misure si annoverano il documento d’identità unico e digitale, la defiscalizzazione dei costi salariali del 50% per i lavoratori svantaggiati, la riduzione (ma è ancora poco, visto l’inasprimento degli  scorsi anni) dei controlli fiscali a cittadini e imprese e altri provvedimenti di alleggerimento della burocrazia. Ad ogni modo, lo stesso ministro Tremonti si mostra consapevole del fatto che il mezzo punto percentuale d’incremento del PIL previsto con le nuove semplificazioni normative e fiscali, da solo non sarà sufficiente a stimolare la crescita in modo da ridurre il disavanzo pubblico e dare nuovo impulso al mercato. Per fare fronte a questa necessità, nuovi decreti sviluppo saranno varati con cadenza mensile. A questo proposito, vorremmo consigliare al ministro Tremonti alcune liberalizzazioni per dare maggiore vigore liberista alla sua strategia di sviluppo.

A fronte delle impennate record dei prezzi registrate nelle scorse settimane, sarebbe auspicabile una detassazione dei carburanti. A dispetto di quanti sostengono vi sia un complotto ad opera delle multinazionali del petrolio, il costo della benzina è in realtà determinato per più del 50% da tasse e accise. Sarebbe dunque opportuno abolire le più obsolete, sovente istituite per fare fronte a emergenze – la guerra in Abissinia, la crisi di Suez, il Vajont, l’alluvione di Firenze, terremoti e calamità – e colpevolmente non ancora rimosse. I distributori di carburante, inoltre, soffrono della presenza di numerosi vincoli normativi e lentezze burocratiche che limitano fortemente lo sviluppo del settore dei cosiddetti prodotti non oil (generi alimentari, giornali, tabacchi), in grado di aumentare i ricavi del distributore e diminuire il margine di guadagno sui carburanti, con conseguenti riduzioni dei prezzi a vantaggio degli automobilisti. In altri paesi dell’Unione Europea la liberalizzazione dei prodotti non oil ha ottenuto effetti decisamente positivi; il settore copre infatti fino al 45% delle entrate di un punto vendita, a fronte del misero 3% italiano.

Per quanto riguarda le farmacie e i medicinali, le semplificazioni volute nel 2006 dal ministro Bersani non sono sufficienti a liberalizzare il settore. Occorre, infatti, aprire alla concorrenza e iniziare a considerare le farmacie esercizi commerciali come tanti altri, privatizzando quelle comunali e liberalizzando turni e orari di apertura e chiusura. E’ inoltre fondamentale abolire i vincoli demografici che soffocano la concorrenza sul territorio limitando l’apertura di nuove attività e ridurre le barriere all’ingresso dell’ordine dei farmacisti. Sarebbe utile ampliare la lista degli esercizi autorizzati alla vendita dei farmaci da banco e senza obbligo di prescrizione, abilitando anche bar, tabaccai e stazioni di servizio, con una conseguente riduzione dei prezzi e una maggiore diffusione dei farmaci generici.

Anche il settore del turismo, che rappresenta un importante 7% del PIL italiano, avrebbe bisogno di liberalizzazioni per adeguarsi alle novità proposte dal mercato. Tra le principali innovazioni vi è una sempre maggiore diffusione di bed & breakfast a discapito dei costosi hotel, sempre meno competitivi e convenienti. In Italia l’apertura di queste strutture ricettive è regolata da una legge nazionale e da differenti leggi regionali che impongono criteri piuttosto severi per la conversione di un’abitazione in bed & breakfast: grandezza minima e massima di ogni stanza (dotata di armadio, scrivania, due sedie e gettacarte), numero minimo e massimo di vani, presenza di una camera comune, residenza obbligatoria del proprietario nell’appartamento, chiusura obbligata dell’esercizio per novanta giorni l’anno. Abolire molti di questi criteri incoraggerebbe la conversione in bed & breakfast di parecchi appartamenti privati e contribuirebbe allo sviluppo del comparto turistico, offrendo pernottamenti a prezzi più contenuti di quelli degli alberghi.

Per incoraggiare la crescita del mondo del lavoro è ormai improrogabile una seria liberalizzazione delle professioni. Ciò non significa eliminare dall’oggi al domani gli ordini professionali: occorre in primo luogo abolire i privilegi di casta riservati a quanti hanno superato le barriere all’ingresso, al fine di ripristinare il merito e permettere la nascita di nuove figure professionali. E’ opportuno inoltre ridimensionare le stesse barriere, eliminando per molti ordini l’esame di stato dopo il conseguimento della laurea e, imitando il Consiglio Nazionale del Notariato, dare la possibilità ai laureandi di anticipare l’inizio del praticantato durante l’ultimo anno di studi.

Un’ultima proposta riguarda il mercato dei servizi postali. Privatizzare Poste Italiane – come già proposto dall’Istituto Bruno Leoni – attraverso la progressiva vendita dei suoi pacchetti di azioni o direttamente con un’asta pubblica, porrebbe fine alla concorrenza sleale praticata dal servizio pubblico, comporterebbe una notevole riduzione della spesa e, anzi, genererebbe entrate senza dover ricorrere alla tassazione.

Come si può constatare, molte delle suddette proposte sono a costo zero o persino vantaggiose per le casse dello Stato. Dopo diciassette anni di promesse di riforma non mantenute, il governo Berlusconi è giunto a un bivio: perseverare nel mantenimento dello status quo e della paralisi del paese, oppure imboccare la direzione delle liberalizzazioni inaugurata dal decreto sviluppo.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

2 Responses to “Qualcosa di buono nel decreto, ma molto resta da fare per lo sviluppo del Paese”

  1. pippo scrive:

    Privatizzare Poste Italiane che opera in monopolio in alcuni segmenti del suo mercato di riferimento è praticamente regalare quel mercato ai soliti noti.
    Meglio prima aprire alla concorrenza quei segmenti.

    Forse si potrebbe dividere Poste italiane in 2 o 3 aziende che operano sullo stesso territorio (ambito regionale) e con gli stessi servizi in concorrenza e poi metterle in vendita con il divieto di avere azionisti presenti in più di una azienda.

    Abolire il sostituto d’imposta per semplificare le operazioni e ridurre i costi per le aziende, lo stipendio ai dipendenti verso conti bancari o postali con l’automatismo dell’acconto di Irpef e contributi pensionistici rigirato dalla Banca o Posta con una percentuale fissa sul bonifico speciale.

    Iva versata istantaneamente per gli acquisti con moneta elettronica,la banca divide il pagamento tra il venditore e lo Stato e quindi il commerciante non è più sostituto d’imposta per l’acquirente finale.

  2. Miguel71 scrive:

    Caro Daniele, autore dell’articolo.
    Apprezzo la lucidità e la freschezza del Suo articolo, di cui ne condivido in massima parte i contenuti. Tuttavia, sul tema della riduzione del prezzo dei carburanti, mentre concordo pienamente sull’abolizione, perlomeno formale, delle accise sulla guerra in Abissinia, auspicare che l’aumento della componente non petrolifera nel ricavo totale del gestore, determini in modo diretto o indiretto una riduzione del prezzo al litro è tutta da dimostrare.
    Ciò non significa che non sia corretto aumentare l’offerta e i prodotti vendibili da chi al momento vende quasi solo carburante, che possano di fatto soddisfare il bisogno della Clientela di fare una sola sosta per pieno, caffè, giornale e magari pane, prosciutto e latte per la tavola, ma di certo non con l’ambizione di ridurre il prezzo della benzina.
    Il carburante fossile è al momento l’energia dominante che ci permette di soddisfare il nostro bisogno di mobilità.
    Ridurne il prezzo è solo il derivato di un obiettivo primitivo, ovvero quello di ridurre i costi di spostamento.
    Dobbiamo agire su quella componente originaria per migliorare il rapporto economico con la mobilità.
    Per farlo abbiamo solo due strumenti : 1) aumentare la componente di mobilità alternativa all’auto privata, ovvero migliorando l’efficienza del trasporto pubblico e inducendo a limitare gli spostamenti al “necessario”, anche sfruttando le nuove tecnologie 2) investire crescenti stock di capitale umano e finanziario nel promuovere energie alternative per la trazione del mezzo privato.
    Non dobbiamo infine dimenticare che le accise sul carburante rappresentano ua enorme fonte di gettito fiscale e che, se le togliamo dalla benzina, dovremo in ogni caso recuperarle altrove.
    Grazie per lo spunto e per l’opportunità di replica offerta.

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