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L’etica senza istruzioni per l’uso e la fallacia del relativismo

– Quante volte abbiamo sentito che, siccome non esiste una morale oggettiva, allora ogni proposta morale deve avere la stessa dignità? Innumerevoli volte, da ultima su Libertiamo qualche giorno fa. E quante volte abbiamo visto applicare un tale principio nel mondo reale? Fortunatamente, mai.

Il “tutto va bene” del relativismo morale non ha alcun fondamento logico, e si basa sulla fallacia dell’infinito: dato che visti dall’infinito tutti i numeri finiti sono ugualmente distanti, allora tutti i numeri sono uguali. In altri termini, dato che dagli irraggiungibili standard epistemologici dell’assolutismo etico (che impone di fondare oggettivamente un’etica) tutte le proposte morali sono ugualmente arbitrarie, allora sono tutte equivalenti.

Come dal relativismo morale possa venir fuori qualcosa di buono è un mistero: se tutte le proposte sono ugualmente degne, che dire delle proposte morali dei comunisti o dei nazisti? Evidentemente, alcune proposte sono indegne, o perlomeno voglio sperare che tutte le persone sane di mente considerino certe proposte morali indegne.

Il relativista obietterà che non esiste un criterio di indegnità. Pazienza: tra torturare un bambino e aiutare una vecchietta ad attraversare la strada non c’è una differenza logicamente dimostrabile, ma che non ci sia differenza è un’oscenità. Molto semplicemente, la dimostrabilità logica è irrilevante in morale, e dunque non è una condizione che si possa imporre ad una teoria morale: non tutte le differenze rilevanti sono fortunatamente differenze logiche. I relativisti prendono troppo sul serio una condizione che ha senso solo in una mentalità assolutista, dove le fondamenta razionali esistono e sono attivamente ricercate.

La filosofia morale è piena di teorie prive di contenuto morale che vengono spacciate per teorie morali: il relativismo, il pluralismo, il giusnaturalismo, l’utilitarismo sono solo alcuni esempi. Non si capisce per quale motivo una bottiglia vuota possa essere considerata una bottiglia di birra, visto che ci si potrebbe mettere anche del vino: una bottiglia vuota è una bottiglia vuota. Tutte queste teorie non hanno nulla da dire sulle scelte morali: la morale serve a scegliere, se queste teorie non indicano cosa scegliere, non sono teorie morali.

Quando i pluralisti ci dicono che l’idea liberale è “essere tolleranti con i tolleranti, ma non con gli intolleranti”, cosa intendono? Che ci sono cose che si possono e altre che non si possono tollerare. Il criterio è vuoto, però. Che io sappia sono le persone normali che non tollerano gli assassini, e non viceversa. Credo che i più tolleranti di tutti siano i pedofili: alla fine, a me non hanno mai detto nulla per il fatto di non esserlo. Sono io l’intollerante, e ne sono fiero.

Il giusnaturalismo ci dice che esiste un’idea oggettiva di giustizia. Di recente ho letto due libri, l’uno di Franca D’Agostini e l’altro di Roberta de Monticelli, in cui si sosteneva in qualche modo non direttamente associabile alle teorie giusnaturaliste che una qualche idea di giustizia fosse conoscibile. Non ho però mai conosciuto un giusnaturalista che me ne mostrasse una: il cognitivismo etico è un po’ come la teologia, tutti che parlano di Dio senza dimostrarne l’esistenza.

Poi c’è l’utilitarismo, che ci dice che bisogna scegliere ciò che è utile: sto ancora aspettando una definizione oggettiva di utilità, però. Chiamare “utile” ciò che gli altri chiamano “buono” non aiuta a risolvere i problemi etici, a meno che non esista un criterio di utilità più obiettivo dei criteri di bontà, ma trattandosi di preferenze individuali, si tratta di equivalenti ontologici. Il consequenzialismo poi dice di valutare le cose in base alle conseguenze: sono d’accordo, ma come le valutiamo queste conseguenze? Io potrei essere consequenzialista e valutare irrilevante ogni consequenza immaginabile. Contenti loro.

Tutte queste teorie si basano sul tentativo di risolvere un problema spostandolo su un altro problema logicamente equivalente, e dunque analogamente irrisolvibile. Il relativismo etico invece si basa sulla negazione del valore della scelta morale. L’uomo però è nato per scegliere, la scelta implica una discriminazione, dunque non tutto può “andare bene”. D’altra parte, non esistono criteri oggettivi per ordinare le possibili scelte in una scala di preferenze. Insomma, c’è da disperarsi: l’uomo ha bisogno di criteri morali ogni volta che agisce, ma non esistono criteri morali oggettivi. Per evitare di finire come l’asino di Buridano (non è logicamente possibile: anche non far niente è una scelta, e quindi comunque riveleremmo una valutazione nel non agire), conviene tagliare la testa al toro e dire una volta per tutte: chissenestrafrega.

Però un attimo. Perché c’è tanta difficoltà ad accettare che un problema inevitabile sia anche irrisolvibile? Perché c’è un’ipotesi metafisica dietro: che ogni problema ammetta una soluzione. Il “ghe pensi mi” della filosofia: siccome gli uomini devono fare scelte morali, deve esistere un modo razionale e oggettivo per fare scelte morali. No, non esiste.

Il bestiario di reazioni pavloviane a questa banale affermazione non è ancora terminato: sei nichilista! Cos’è il nichilismo? E che ne so? Ho comprato un libro che ne parlava, ma mi sono arreso dopo dieci pagine. Secondo me, è negare che tutto abbia valore.

Il nichilismo è insito nella fallacia del relativismo morale: siccome non esiste una morale oggettiva, allora ogni proposta morale è equivalente. La virtù salvifica del relativismo morale è che nessuno ci crede veramente, altrimenti vivremmo in un mondo di psicopatici.

Da libertarian ho conosciuto versioni diverse del nichilismo: l’idea più aberrante in cui mi sono imbattuto a riguardo è “fiat iustitia, pereat mundus”. Si tratta di un’altra istanza della fallacia dell’infinito: dato che vista dai lontani lidi dell’Iperuranio della morale astratta il mondo fa schifo, allora non serve curarsi che il mondo sopravviva, purché sopravviva la speculazione morale.

Un esempio è il pacifismo libertario: non è vero che i libertari sono pacifisti, in teoria, ma è vero in pratica. Secondo la loro astratta morale, non è possibile uccidere qualcuno in un’azione bellica in nessuna occasione (a meno che non sia l’aggressore), e dunque in pratica non è possibile nessuna azione bellica, salvo casi rarissimi in cui non c’è nessun civile nel raggio d’azione dei propri armamenti, cioè mai. E se una tale norma morale non fosse applicabile? Pazienza, è solo il mondo reale, che tanto fa schifo, a soffrirne. Ricordate: l’Italia è una repubblica democratica fondata sulle bombe degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Insomma: le scelte normative non sono solo inevitabili ma razionalmente infondabili: sono anche praticamente fondamentali. Invece di crogiolarci in pseudosoluzioni filosofiche che non portano da nessuna parte, perché non ci semplifichiamo la vita e ammettiamo una volta per tutte che il diritto, la morale, la bellezza, è ciò che noi riteniamo giusto, buono, e bello, e se prendiamo una cantonata su queste cose, noi e i nostri cari rischiamo di finire a vivere in un mondo ingiusto, cattivo e brutto?

L’articolo finisce qua. Se vi aspettavate di più, il problema non è che sopravvalutavate me: è che sopravvalutate la ragione. Capisco che avere una garanzia di non fare scemenze in un campo importante come le scelte morali sarebbe una grande conquista, capisco anche il desiderio di illudersi che una tale garanzia esista, capisco il sentirsi disorientati senza una guida: ma il non averne una è la naturale condizione umana, e lo è sempre stata. E credo che sempre lo sarà.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

17 Responses to “L’etica senza istruzioni per l’uso e la fallacia del relativismo”

  1. Carlo Cordasco scrive:

    2 cose: io credo sia sbagliato definire il postulato “siccome non esiste una morale oggettiva, allora ogni proposta morale deve avere la stessa dignità?” come relativismo etico. Questo postulato è solo una scempiaggine autocontraddittoria, che più che con la fallacia dei numeri ha a che fare col paradosso del cretese. E’ un postulato erroneo grammaticalmente nella misura in cui è erroneo l’utilizzo della concessiva, dato che non c’è alcuna connessione tra subordinata e principale. Il fatto che non esista una morale oggettiva, di per se, non ci dice assolutamente nulla su come comportarci di fronte a differenti prospettive morali. Hume, again.

    La seconda invece è una curiosità: Sul non-cognitivismo sappiamo tutto e non esiste dialogo possibile tra cognitivisti e non cognitivisti su cognitivismo e non cognitivismo. C’è posto solo per qualche curiosità come: qual è il posto del liberalismo in un mondo non cognitivista? Non-cognitivismo tendenzialmente significa che le scelte morali diventano, di fatto, estetiche. Non esiste un ordine buono, e la forza persuasiva della teoria politica e morale si sposta su un terreno di fatto estetico.
    Il fatto è che a me, il non-cognitivismo etico, sembra una cosa un po’ fascista. Bada bene, fascista nel senso che sono, di fatto, le stesse posizioni che sosteneva Gentile. Niente morale razionale e universale, ognuno c’ha la sua e discrimina quello che gli pare. Vince chi vince. (questa è di fatto l’autoctisi)
    Vedendo le cose da questa prospettiva il liberalismo è una possibilità, così come lo è la dittatura. Il fatto che sia considerato errato uccidere un bambino è un’altra eventualità.
    Per il non-cognitivista può essere certamente giusto o sbagliato uccidere un bambino, ma giusto e sbagliato assumono più il significato di bello/brutto quando rinuncia a fondare il proprio giudizio morale. Lo stesso vale per il liberalismo e per la libertà.
    Sono cognitivista e non semplicemente per gli argomenti ex-negativo (che mai dirimono ma pongono questioni interessanti), ma perchè credo in Dio e quindi, di necessità, devo credere che esista una legge naturale (non sono sicuro che credere in Dio sia csqn per pensare la legge naturale, ma non ho mai trovato convincenti le posizioni alternative).

  2. Carlo Cordasco scrive:

    Un’altra cosa: la posizione su fiat iustitia pereat mundus è a mio modo di vedere priva di senso. C’entra poco con i lidi dell’iperuranio e col nichilismo o qualsivoglia fallacia. Tu puoi benissimo sostenere fiat iustitia ne pereat mundus senza dover ricadere nell’errore di chi rompe le balle accusando l’altro di nichilismo.

  3. Michele Dubini scrive:

    Non voglio dilungarmi troppo perché ho avuto una discussione molto fruttuosa (almeno per me) e approfondita con Pietro sul concetto di “norma giuridica” e sul tema trattato nell’articolo.

    Sul relativismo; non è vero che dire “tutte le morali hanno FORMALMENTE pari dignità” significhi affermare che non esistono strumenti per valutare lo schifo provocato da un torturatore o da uno stupratore; insomma, per giudicare il loro comportamento illecito E immorale.

    In primo luogo, ogni morale ha pari dignità nell’assunto che non pregiudichi l’autodeterminazione altrui. Quando questo manca, siamo in presenza di uno squilibrio illecito e di una stortura da correggere.

    In secondo luogo, esistono strumenti. Esistono kit di “valori”. Quello che – a mio avviso – importa è che sono kit “fallaci”, costruiti dalla società (ogni società si è costruito il proprio paradiso) per fare fronte a nuovi problemi e a nuove domande. Avrò orrore del pedofilo perché – occidentale nato in Occidente e cresciuto coi “valori laici” dell’Occidente – la mia cultura “moderna” (non certo quella antica) mi ha insegnato che il suo comportamento è quantopiù di illecito e immorale (ovviamente solo quando si estrinseca) esista.

    I criteri esistono eccome; ma non sono naturali. Sono anch’essi fallibili e costruiti con l’uomo. Nulla vietino che cambino. Spero di aver chiarito delle cose con questo commento, ad esempio che relativismo non è certo “fai quel cazzo che ti pare” :)

  4. luciano pontiroli scrive:

    Si può seguire il ragionamento ma poi, quando si arriva alla conclusione che “il diritto, la morale, la bellezza, è ciò che noi riteniamo giusto, buono, e bello”, allora sorge immediata l’obiezione: “noi, chi?” e si torna da capo. Vale a dire che bisogna capire quali persone designi il pronome personale plurale, visto che persone diverse possono avere opinioni diverse su che cosa sia “giusto, buono e bello”.
    Allora ci troviamo di fronte all’alternativa tra l’individualismo estremo – ogni singolo individuo è giudice – e forme piò o meno invasive di collettivismo: intendo, è giusto, buono e bello quello che la maggioranza dei consociati ritiene tale. Siccome, però, la maggioranza dei consocialti è un dato statistico, occorre introdurre un interprete: che sarà il governo, il parlamento, il giudice, il prete, il critico d’arte, e così via.
    Mi sembra evidente che si debba distinguere: le preferenze individuali riguardo all’arte non dovrebbero essere coartate da alcuno, sarà semmai il mercato ad esprimere una valutazione indiretta di queli opere incontrino il gusto dei più (che poi possono essere i più intelligenti, i più acculturati, i più sensibili, i più scriteriati, ecc.). Ragionamenti analoghi si possono – forse – proporre in campo etico ma, in tema di diritto, è necessaria la mediazione di coloro che esprimono la coscienza sociale in merito a ciò che è giusto o, almeno, opportuno per permettere l’ordinata convivenza sociale e la riproduzione delle sue condizioni materiali: compito condiviso da legislatori e giudici.
    Il discorso non può finire qui: si tratta di stabilire sia i criteri della reciproca competenza, sia le forme di controllo dell’opera dei primi e dei secondi e su questi punti sarebbe gradita qualche precisazione del dott. Monsurrò.

  5. Pietro M. scrive:

    “qual è il posto del liberalismo in un mondo non cognitivista?”

    Cioè nel nostro mondo? :-) Il posto del liberalismo è che è una proposta morale mista ad un insieme di schemi di analisi positive (scientifiche), come la public choice o la teoria del diritto di Leoni o la prasseologia di Mises. Da questo punto di vista è un’ideologia e una teoria, più teorica certamente di molte scempiaggini ideologiche come il marxismo, ma necessariamente rimane un substrato valoriale non dimostrabile.

    “Non-cognitivismo tendenzialmente significa che le scelte morali diventano, di fatto, estetiche. Non esiste un ordine buono, e la forza persuasiva della teoria politica e morale si sposta su un terreno di fatto estetico.”

    Se vuoi chiamare estetico il fatto che le persone preferiscano o meno farsi chiudere in un campo di concentramento sì, è estetico. Alla fine è questione di preferenze. La struttura logica della mia argomentazione è isomorfa a quella delle prime cento pagine de L’azione umana di Mises, ovviamente.

    “Niente morale razionale e universale, ognuno c’ha la sua e discrimina quello che gli pare. Vince chi vince.”

    Ovviamente il diritto lo scrive il vincitore, questo lo sanno tutti ed è sempre vero per un semplice fatto: che il debole non ha la forza di imporlo. Tucidide diceva “i forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono”.

    D’altra parte ci si può chiedere se si vuole una società in un modo o in un altro, indipendentemente dalla forza, in linea teorica. Poi a convincere la gente magari si acquisisce forza e si riesce ad imporre la propria visione normativa sulle altre.

    La discussione sui valori è possibile perché gli uomini hanno preferenze su come vogliono vivere. La dimostrazione no.

  6. MauroLIB scrive:

    Un tizio che si chiamava Von Mises (so per certo che qualche centinaio di persone l’ha letto) la fece molto breve.

    Tutto ciò che possiamo sapere è che l’uomo agisce. E se non è un ‘malato mentale’ agisce per migliorare la sua condizione, materiale, affettiva, sociale etc. etc. (poi non è certo detto che ci riesca, ma è un altro paio di maniche). Anche un masochista agisce per migliorare la sua condizione, infatti a farsi male ci gode e quindi raggiunge il suo obiettivo.

    Quindi c’è un solo un ‘principio superiore’ a cui lo Stato conele sue leggi e le sue istituzioni si deve ispirare. Garantire il principio di non aggressione e far rispettare le obbligazioni liberamente sottoscritte tra gli individui.

    Detto questo, tutto il resto, come disse un altro grande del pensiero moderno, è noia.

  7. Pietro M. scrive:

    Pontiroli:

    noi tutti, ogni persona in quanto persona. non sto parlando di ordinamento giuridico. ogni esito possibile è interpretabile in questa cornice teorica.

    la società che ne esce fuori è liberale o comunista o socialdemocratica o nazista, non sarà certo perché improvvisamente l’uomo ha trovato un modo logicamente valido per dimostrare la validità dei valori morali (e conseguentemente giuridici: tutte le proprietà normative del diritto sono giudizi di valore, non sta scritto da nessuna parte che ci debba essere il “ne bis in idem”, il “nulla poena sine legem”, etc).

    riguardo il diritto, legislatori e giudici che “esprimono la coscienza sociale” non li ho mai visti. cerco di evitare le forzature ideologiche e le idealizzazioni quando ragiono di politica: legislatori e giudici sono persone che agiscono in un certo contesto istituzionale. bisogna chiedersi quale contesto istituzionale produce risultati liberali e quali no.

    ovviamente una società ben funzionante deve convergere su regole condivise sull’uso della forza, non è possibile usarla a caso, ciò costituirebbe un problema per la convivenza sociale. da qui a giustificare il monopolio del diritto da parte dello Stato ce ne passa…

  8. Pietro M. scrive:

    MauroLIB: l’interpretazione giusnaturalista di Mises è una forzatura completamente indifendibile sul piano esegetico, non è possibile derivare logicamente nulla di carattere normativo dalla sua prasseologia, che infatti è descrittiva e non prescrittiva. che dalle teorie di Mises possa derivarsi che esista o non esista un principio superiore allo Stato o a chicchessia è errato dal punto di vista misesiano.

    Se l’uomo agisce per migliorare la sua condizione, non ne consegue che esiste un ordine naturale: ne consegue solo che le persone tendono a sfruttare le ocndizioni vantaggiose per loro. Un politico che espande il suo potere è tanto prasseologicamente comprensibile quanto un liberale che predica la libertà contrattuale. Dall’assioma d’azione non deriva logicamente alcun insieme di norme liberali naturali.

    Secondo Mises, il liberalismo è possibile perché la cooperazione sociale è mutuamente vantaggiosa, dunque se le persone si rendono conto di questi vantaggi oggettivi della società troveranno forse il modo di convivere e collaborare pacificamente, cosa che nel lungo termine è preferibile per tutti tranne i sociopatici.

    Mi pare evidente che non abbiamo trovato ancora una cura allo statalismo, dunque non deriverei da ciò l’idea che prima o poi le persone si svegliano e capiscono che molte politiche sono dannose. Mises non dice nulla su come il contesto istituzionale produca o meno esiti compatibili con gli interessi di lungo termine, e anzi sostiene al contrario che lo statalismo tende a rovesciare queste tendenze e a produrre conflitti e non pace…

  9. Pietro M. scrive:

    Dubini:

    “ogni morale ha pari dignità nell’assunto che non pregiudichi l’autodeterminazione altrui”

    Mi piace questo principio etico, che è ovviamente inderivabile dal giuspositivismo, essendo una teoria consciamente descrittiva e non normativa.

    Però il principio in questione non deriva dal relativismo: nulla, per ipotesi, può derivarsi dal relativismo, perché è un principio sterile.

    Cordasco ha scritto “non esiste un bene oggettivo, dunque tutto è permesso”, tu scrivi “non esiste un bene oggettivo, dunque tutti dobbiamo essere liberali”.

    Nessuna delle due frasi deriva dalla premessa, sono entrambe possibili reazioni al non-cognitivismo, logicamente valide entrambe.

  10. Michele Dubini scrive:

    Ma infatti è proprio questo il punto; esistono più approcci alla questione. Come si valuta cosa è più valido? Sull’interesse per l’individuo. Capisco che concepire il liberalismo possa essere “sbilenco”, ma io lo trovo – nel mio piccolo – più coerente ed onesto.

    Senza contare che il “principio etico” che hai evidenziato è di kelseniana memoria… :)

  11. MauroLIB scrive:

    Caro Pietro M, è proprio questo che mi affascina di Mises, ti cito:

    … non è possibile derivare logicamente nulla di carattere normativo dalla sua prasseologia, che infatti è descrittiva e non prescrittiva. che dalle teorie di Mises possa derivarsi che esista o non esista un principio superiore allo Stato o a chicchessia è errato dal punto di vista misesiano.

    Il problema che non si possa derivare se esiste o non esiste un principio superiore non è un problema! Semplicemente dimostra l’irrilevanza del discettare sul tema. Non è un problema perchè … non esiste il problema.

    Relativizzare questa impostazione asserendo che – Allora anche un politico ha il diritto di agire per la soddisfazione dei suoi bisogni – mi sembra un po’ una banalizzazione della posizione di Mises che invece è tanto semplice quanto profonda. Certo che ne ha diritto, basta che non lo faccia a danno degli altri!

    Il Liberalismo ‘sembra’ essere la corrente di pensiero che più si avvicina a questa impostazione ma non è questo il punto. Io non difendo il Liberalismo in quanto etichetta, io difendo un certo approccio invece che un altro.

    C’è la miniarchia, la poliarchia, l’anarco capitalismo. Tutte derivazioni interessantissime, alcune più vicine a me altre un po’ meno. Ma tutte con un denominatore comune, in cima alla scala dei valori c’è l’individuo e il suo agire per migliorarsi, a suo insindacabile giudizio.

  12. Carlo Cordasco scrive:

    Pietro, non esiste un bene oggettivo implica che tutto sia permesso. Anche che tutto non sia permesso.

  13. Pietro M. scrive:

    “Pietro, non esiste un bene oggettivo implica che tutto sia permesso. Anche che tutto non sia permesso.”

    Dimostralo.

  14. Pietro M. scrive:

    Michele: ovviamente ogni norma è morale, lo dice il nome, se lo dice anche Kelsen, meglio per lui. ma allora bisognerà ammettere che il diritto positivo non ha nulla da dire sulla libertà, perché quando lo dice sta parlando di cose morali.

  15. luciano pontiroli scrive:

    Replico a Monsurrò: è evidente che la “coscienza sociale” non è un dato oggettivo, ma un costrutto politico o interpretativo (ancora politico, pertanto). Il legislatore – che sia un autocrate, un consesso di ottimati o un parlamento democratico – assume di soddisfare un insieme di esigenze diffuse nella società, anche se non va oltre la propria valutazione del “bene comune” o la mera imposizione della sua volontà. Il giudice, quando non è vincolato dalla lettera della legge o questa è tanto indeterminata da permetterglielo, presenta le sue valutazioni come espressione della “voluntas legis” o come coerenti con i buoni costumi e l’ordine pubblico (magari economico).
    Le conclusioni esposte nella risposta al mio intervento non spiegano in che modo si possa assicurare che “una società ben funzionante” converga su regole condivise sull’uso della forza se non si propone un insieme di principi che le giustifichino.

  16. J1nz0 scrive:

    “In primo luogo, ogni morale ha pari dignità nell’assunto che non pregiudichi l’autodeterminazione altrui.”

    Ma come é possibile?!!!! Ma se si prende un assunto come fondamento dell´etica non si torna al diritto naturale? D´altro canto, in un sistema giuspositivista, chi puó dire che il principio di autodeterminazione valga qualcosa in piú rispetto al mio apprezzamento per la pizza capricciosa?

  17. Luca G. scrive:

    In tutta onestà, non ho capito cosa l’autore voglia dire, oltre a comunicarci che è relativista. Notevole questo passaggio:

    “Insomma, c’è da disperarsi: l’uomo ha bisogno di criteri morali ogni volta che agisce, ma non esistono criteri morali oggettivi. Per evitare di finire come l’asino di Buridano (non è logicamente possibile: anche non far niente è una scelta, e quindi comunque riveleremmo una valutazione nel non agire), conviene tagliare la testa al toro e dire una volta per tutte: chissenestrafrega.

    Però un attimo. Perché c’è tanta difficoltà ad accettare che un problema inevitabile sia anche irrisolvibile? Perché c’è un’ipotesi metafisica dietro: che ogni problema ammetta una soluzione. Il “ghe pensi mi” della filosofia: siccome gli uomini devono fare scelte morali, deve esistere un modo razionale e oggettivo per fare scelte morali. No, non esiste.

    Il bestiario di reazioni pavloviane a questa banale affermazione non è ancora terminato: sei nichilista! Cos’è il nichilismo? E che ne so? Ho comprato un libro che ne parlava, ma mi sono arreso dopo dieci pagine. Secondo me, è negare che tutto abbia valore.

    Il nichilismo è insito nella fallacia del relativismo morale: siccome non esiste una morale oggettiva, allora ogni proposta morale è equivalente. La virtù salvifica del relativismo morale è che nessuno ci crede veramente, altrimenti vivremmo in un mondo di psicopatici.”

    Chi riesce a riscriverlo in italiano comprensibile, vince 100 punti.

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