– Riformare la Pubblica Amministrazione, trasformare la burocrazia da zavorra a leva di sviluppo, il travet da parassita a enzima, le amministrazioni pubbliche da ottusamente auto-referenziali produttori di nulla in agenti efficacemente connessi col mondo là fuori – quello abitato dal  cittadino, che – toh – non è quel subordinato terminale di moduli cartacei da compilare in triplice copia (ciascuna delle quali destinata ad essere consegnata a mano ad almeno tre uffici distinti) ma il destinatario di servizi ritagliati sulle di lui (e non della burocrazia) necessità. Necessità che – va da sé – col tempo evolvono, a dispetto dell’inerziale resistenza della struttura a capacitarsene.

Ora, perché tutto questo, da prodotto onirico di un marziano, si trasformi in realtà serve sostanzialmente un’agenda razionale di riforme: tagli ai rami secchi, ottimizzazione e svecchiamento del capitale umano, connessione in rete di dati e informazioni, accorpamento di strutture, efficientamento, professionalizzazione, dismissione di settori di attività. Un’agenda impostata sulla definizione delle esigenze di spesa in base agli obiettivi non demagogici che si intende raggiungere.

Ecco, quell’agenda qualcuno l’ha pensata, redatta e ufficialmente presentata al Forum PA in corso alla Fiera di Roma, dal 9 al 12 maggio. E quel qualcuno non è il Ministro Brunetta ma un gajardo gruppo di burocrati in carne, ossa e pragmatica vocazione a riformare. Sono i giovani dirigenti della pubblica amministrazione associati nella AGDP (Associazione Giovani Classi Dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni) che a questo loro sobriamente razionale proposito innovatore hanno dato il nome di Piano di riforme per l’Italia 2020: le proposte della dirigenza pubblica.

Invece dei tagli lineari, i giovani dirigenti propongono tagli ‘razionali’, tipo l’eliminazione delle strutture pleonastiche – che sovrappongono funzioni e costi, senza costrutto e con l’ulteriore aberrante implicazione di nuocere gravemente alla salute del subordinato utilizzatore finale – o  l’abolizione di quelle torture procedurali che impongono al cittadino di zompettare da un ufficio all’altro con l’unico obiettivo di approdare a risolvere una pratica – una certificazione di disabilità, ad esempio.

In luogo della valutazione soggettiva – stendardo del crociato Brunetta – propongono quella dipartimentale: che sia il dirigente ad assumersi la responsabilità delle risorse (umane ed economiche) e della relativa adeguatezza agli obiettivi fissati. È così pure nel privato dove – toh – il sistema funziona. Osservano poi come, a dispetto delle propagandistiche intenzioni, negli anni del regime più riformatore e libertario che l’Italia abbia mai conosciuto, i costi e le inefficienze della PA siano levitati di brutto. Strano, no? E no invece perché, se per garantire al vertice politico il conforto di collaboratori fidati, finisci con l’ingolfare gli uffici assessorili, le direzioni generali, le segreterie particolari di consulenti esterni spassosamente a-professionalizzati, incaricati di compiti prima svolti da personale all’uopo reclutato e formato, beh, non è necessario un master in amministrazione dei sistemi organizzativi complessi per capire che così il motore non può che gripparsi fino al puff finale.

E se poi al decentramento dei centri decisionali non fai corrispondere una razionalizzazione gestionale ma sostanzialmente una affatto opportuna moltiplicazione di funzioni e spese, beh, mi dici tu come speri di perseguire il contenimento dei costi e perché accidenti poi continui a prendertela con quei fancazzisti dell’ufficio anagrafe? Accorpali quegli uffici, piuttosto. Ed usa con raziocinio le risorse umane: non dovrebbe essere difficile se solo, invece di fare policy misurate a spanne ideologiche, si agisse in ossequio alle esigenze organizzative, ovvero dei servizi da erogare, degli obiettivi da raggiungere. Roba così.

Okkey, l’inghippo c’è. L’agenda proposta dai giovani dirigenti della PA non è clientela-compatibile, e troppo poco ideologico-indotta. E poi si proietta su un arco temporale non funzionale al dividendo elettorale incassabile con quei risultati sì riformisticamente strutturali che sono le faccette, i tagli lineari ed i titoloni che annunciano lotta dura al fannullonismo sindacalizzato.