– Per la terza volta nel giro di dieci anni il Ministro Tremonti torna alla carica e rispolvera la sua teoria ‘balneare’ per il rilancio del turismo italiano.
Questa volta il titolare dell’Economia propone di allungare le concessioni per le spiagge fino a 90 anni, creando un diritto di superficie tanto sugli arenili inedificati (ma non su spiagge e scogliere)*, quanto sugli arenili sui quali già insistono insediamenti balneari.
Il diritto di superficie potrà essere comprato pagando un canone a prezzo di mercato, la cui entità sarà aggiornata annualmente dall’Agenzia delle Entrate. La concessione governativa su un bene demaniale si trasforma in sostanza in diritto di superficie, in barba alla ben nota direttiva Bolkestein del 2006 – tanto amata da noi liberal-liberisti – che include i gestori degli stabilimenti balneari nel novero dei soggetti che, per aggiudicarsi l’affidamento, dovrebbero partecipare ad una gara ad evidenza pubblica.

L’Italia è indietro da anni e continua a non dare attuazione al diritto comunitario. Per levarsi di torno la procedura di infrazione (n. 4908/2008), il Governo ha eliminato la “concessione” e l’ha ribattezzata “diritto di superficie”. A cambiare non è soltanto il nomen, ma anche la sostanza giuridica. Con il decreto di Tremonti, non si arriva ad una totale attribuzione in proprietà ai balneari, ma si stabilisce comunque un diritto reale di godimento su un bene demaniale. Si crea cioè una proprietà su ciò che è costruito sopra il suolo (la cd. proprietà superficiaria).

L’aspetto positivo verrebbe dal versamento all’Erario di un canone fissato ad un valore non più simbolico.
Ad oggi, infatti, i prezzi delle concessioni appaiono in media chiaramente inferiori al valore di mercato del bene spiaggia, con grave pregiudizio per le casse pubbliche, che con quei denari dovrebbero poter garantire il decoro, le attrezzature necessarie e il servizio di salvamento nelle cd. spiagge libere. La speranza, comunque, è che i prezzi non siano calati dall’alto, ma alla loro determinazione partecipino anche i Comuni interessati.

Ma veniamo al merito della scelta. Ha senso prevedere tempi così lunghi di affidamento o è più sensato pensare ad un meccanismo di concorrenza per il mercato? Meglio una privatizzazione mascherata o una liberalizzazione che rimescoli le carte periodicamente? Il bene ‘spiaggia’ è un tipo particolare di risorsa scarsa. Quella è e quella rimane. La spiaggia non si allarga, al massimo si restringe… Chi può quindi legittimamente esercitare il diritto di erogare un servizio su di essa? E’ giusto proteggere gli incumbent?

Partiamo dall’ipotesi “pasto gratis”. L’opzione spiaggia libera ovunque, caldeggiata dalla sinistra antagonista e dai professionisti del “pubblico è bello”, pone problemi molto seri, in particolar modo in un paese come l’Italia: innanzitutto sarebbe un’ipotesi depressiva per la nostra economia già malandata. Il turismo contribuisce per circa il 10% al nostro PIL; porre ulteriori barriere alla libertà di intrapresa in un paese fermo come l’Italia è uguale a mettersi un cappio al collo.

In secondo luogo, la presenza dei balneari sulle spiagge italiane ha contribuito in questi anni ad evitare nefandezze edilizie ben peggiori di quelle che le associazioni ambientaliste denunciano ed oggi paventano con l’entrata in vigore del nuovo decreto. La spiaggia libera, di tutti e di nessuno, sarebbe stata l’humus perfetto per far sorgere fabbricati abusivi. Per non parlare di sporcizia, rifiuti e affollamento. Dare un prezzo alle spiagge consente di razionalizzare l’uso della risorsa. E questo è un bene. Non foss’altro perché, in assenza degli stabilimenti, la gestione e manutenzione delle spiagge ricadrebbero sulla fiscalità generale.

Ciò detto, resta da capire quale sistema sia migliore per garantire servizi più efficienti e maggiore concorrenza. Tutto ruota intorno al problema degli investimenti. Come ricordava Alberto Mingardi in un articolo per Libero del 2005, perché un imprenditore si risolva a fare investimenti deve essere certo che il proprio possesso sia stabile e duraturo. Il rischio di concessioni troppo brevi è quindi di scoraggiare gli investimenti e, alla fine, di rendere meno appetibile il servizio.

Nel maggio dello scorso anno, la scelta della Regione Emilia-Romagna di garantire il rinnovo automatico delle concessioni fino ad un massimo di vent’anni è stata giudicata in contrasto con l’art. 117 della Costituzione da parte della Consulta. Non può esserci nulla di automatico, hanno detto i giudici. L’Italia ha insomma l’obbligo di trattare le spiagge alla stregua di tutti gli altri servizi pubblici locali. E la gara è lo strumento individuato a livello UE per consentire ai balneari di avvicendarsi nella gestione di un bene che è e resta demaniale. Come l’acqua, che resta pubblica.

* Quale sia la distinzione tra arenili e spiagge non è chiaro. «Gli arenili costituiscono un ampliamento dello stesso concetto di spiaggia, inteso come tratto di terra che si stende oltre il lido verso la terra ferma senza certi confini, in modo che, a seconda che il mare si avanzi o si ritiri, la sua estensione diminuisce o cresce: in quest’ultimo caso si determina la formazione di un relitto del mare o arenile». Così la Corte di Cassazione Sez. I nella sentenza n. 2995/1980.