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La Nato mira a Gheddafi ma non può dirlo. Colpa dell’Onu, che tollera i dittatori

– Otto raid in tre ore. Quella fra lunedì e martedì è stata la notte di Tripoli. Mai come ora la capitale del regime libico è stata attaccata dagli aerei della Nato. Distrutte la sede della Tv di Stato e dell’agenzia Jana, il compound di Gheddafi a Bab al Aziziya e bunker di comando e controllo. Tuttora non si sa se il dittatore libico è vivo o morto. Lo si capirà molto presto, quasi certamente in giornata. Se è vivo lo vedremo sui teleschermi, a lanciare nuove minacce. Se è morto non si saprà nulla finché il regime non si deciderà a diramare la notizia, prima che lo facciano fonti dei ribelli di Bengasi. La Nato, in ogni caso, non potrà dire di averlo ucciso deliberatamente. Anche se è noto che il compound di Bab al Aziziya contiene anche una delle residenze del dittatore. Che non è la prima volta che una sua sede o casa privata viene colpita dai raid aerei. E che la stessa uccisione, in un bombardamento alleato, di suo figlio Saif al Arab, mirava probabilmente al padre. Soprattutto considerando che quest’ultimo si trovava proprio in quella casa fino a pochi minuti prima del lancio degli ordigni Nato.

L’Alleanza e i Paesi del Gruppo di Contatto sulla Libia, comunque, non potranno mai affermare apertamente di mirare a Gheddafi. Lo ha ribadito ieri il generale Claudio Gabellini:

“La Nato non colpisce individui, ma centri di comando e controllo perché vogliamo che Gheddafi smetta di dare ordini di attaccare i civili. Non siamo interessati alla vita di Gheddafi (…) Il nostro mandato è quello di proteggere la popolazione civile”.

Sul piano politico, il Gruppo di Contatto usa una formula molto simile. Guai a parlare di “regime change. Le frasi che vengono ripetute sul senso della missione in Libia suonano sempre così: “La pressione militare (deve) essere uno strumento per convincere il regime di Gheddafi a cessare gli attacchi contro i civili”, come dichiaravano Franco Frattini, e il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, durante il vertice di Roma della scorsa settimana. Oppure: “Soltanto i libici possono decidere il loro futuro”, come affermavano i ministri Frattini e Al Thani, sempre durante lo stesso vertice. Ma, sia a Londra, che a Doha, che a Roma, nel corso dei tre appuntamenti del Gruppo di Contatto, c’è sempre una postilla: “un cessate il fuoco, per essere credibile, presuppone la partenza di Gheddafi”.

Insomma, se lo scopo è quello di creare un nuovo governo libico, votato dai libici, Gheddafi non può rimanere al suo posto. E sarebbe assurdo pensare il contrario. Un dittatore che ha sparato sui manifestanti, ha mandato aerei, elicotteri e carri armati a schiacciare l’insurrezione di Bengasi e ha dichiarato guerra a una buona metà del suo popolo (promettendo un massacro in caso di vittoria), non troverebbe spazio in un nuovo ordine libico. La sua presenza, sia al governo sia all’opposizione, sarebbe infatti fonte di continuo disordine.

Ma allora chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un “regime change”. Un cambio di regime. Eppure non lo si può dire. Il motivo? L’Onu. E’ l’Organizzazione delle Nazioni Unite che non ammette il rovesciamento di una dittatura. Che l’Onu non ammetta la lotta contro un tiranno, pericoloso per il suo popolo e per i vicini, doveva già esser chiaro ai tempi della crisi in Iraq nel 2002 e 2003. George W. Bush non poté mai dire: “Saddam Hussein è un problema per tutto il Medio Oriente, va eliminato” e su questa base chiedere la legittimazione dell’Onu. Dovette ricorrere ad altre formule, quali la presenza di armi di distruzione di massa, i legami col terrorismo internazionale e la violazione dei diritti umani, per giustificare un intervento presentato come una necessità di “disarmare” il nemico potenziale. Non ottenne ugualmente il consenso necessario al Consiglio di Sicurezza e dovette procedere da solo assieme ai “volenterosi”. La formula trovata per l’intervento in Libia, la “protezione dei civili”, ha finora molto più successo ed ha permesso di far passare una risoluzione ad hoc al Consiglio di Sicurezza. Anche qui, però, ci troviamo di fronte alla stessa ipocrisia.

Eppure secondo gli stessi principi fondamentali dell’Onu, che leggiamo nella sua stessa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani:

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione” (Art. 21).

Basta questo articolo – insieme ai 20 che lo precedono, tutti garanti dei diritti di libertà individuale – per capire che una dittatura è incompatibile con l’Onu. “Sei dittatore, dunque ti condanno”, potrebbe e dovrebbe dire il Consiglio di Sicurezza.

Non lo dice perché le “democrature” e le dittature sono esse stesse parte delle Nazioni Unite fino ai massimi livelli e con tanto di diritto di veto: Russia e Cina ai giorni nostri, l’Urss finché esisteva vent’anni fa. La Siria, il cui regime manda (in questi stessi giorni) i carri armati nelle città a sparare sui civili, potrebbe ancora essere eletta a far parte del Consiglio per i Diritti Umani. La Libia ha fatto parte dello stesso organismo prima dello scoppio dell’insurrezione contro Gheddafi.

E’ inutile, dunque, denunciare le ipocrisie della Nato, che dichiara uno scopo e ne persegue un altro. La massima ipocrisia è quella dell’Onu: non è in grado di condannare regimi che pure sono banditi dai suoi stessi principi fondamentali.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “La Nato mira a Gheddafi ma non può dirlo. Colpa dell’Onu, che tollera i dittatori”

  1. Kingamba Mwenho scrive:

    Questa è l’ipocrisia dei cosiddetti “paesi democratici”, le nostre grandi democrazie. Comunque, niente è eterno. Con queste politiche i poteri forti che guidano l’Occidente si fanno riconoscere e la gente “informata” riesce finalmente a capire le vere intenzioni delle istituzioni internazionali: l’ONU, il Consiglio di sicurezza, le Corti di giustizia, i Premi nobel, etc. Tutti strumenti di potere egemonico.
    Quanta tristezza. Svegliarsi al mattino e sentirsi dire che “vogliamo ammazzare quell’uomo per mettere su un governo amico” ti fa cadere le braccia e nel contempo capire: sei nel “loro” mondo. Questo mondo ha padroni, e forse ha sempre avuto, ma non per sempre. Tutto finisci…
    Tanto per cambiare. Arriva la Cina & CO, con questi i nuovi soggetti pronti a ridiscutere il proprio spazio e ruolo nelle questioni internazionali il mondo diventerà un luogo più pericolo per vivere (vs più sicuro di Obama) visto che l’Occidente – gli Usa in modo particolare – non solo continua a vivere oltre le proprie possibilità, ma continua a comportarsi come se fosse tutto uguale a prima. Uguale e prima, quando l’America sconfisse il comunismo e siamo entrati nella Pax americana che ha permesso l’evolversi della globalizzazione e di grandi conflitti etnici: Ruanda, Balcani…
    Kingamba Mwenho

  2. Jean Lafitte scrive:

    un bell’articolo liberal-libertar-fascista. strano, io pensavo che il comma 2 dell’art 1 dello statuto dell’Onu parlasse di autodeterminazione dei popoli. pensavo pure che l’art 4 dello stesso statuto preveda che “Possono diventare Membri delle Nazioni Unite tutti gli altri Stati amanti della pace che accettino gli obblighi del presente Statuto e che, a giudizio dell’Organizzazione, siano capaci di adempiere tali obblighi e disposti a farlo.” senza distinzioni di forma di stato, di governo, di sistemi elettorali, etc…
    buono o cattivo il “regime” “di Gheddafi” è l’ unico legittimo in Libia e qualsiasi operazione militare contro di esso oltre che essere moralmente infame è illegale.
    ricordo poi che a Genova , nel 2001, un membro delle forze armate italiane a bordo di un carro armato leggero metteva fine alla vita di un civile, proprio come lei sostiene avviene oggi in Siria. anche l’Italia è dunque una “democratura”? allora a ben guardare di democrazie al mondo non ne esiste neanche una e l’Onu, secondo le sue bislacche teorie, dovrebbe essere un club senza soci.

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