– I diritti prendono forma da fenomeni sociali, frutto di una consapevolezza storica e umana, coltivata e costruita in anni e anni (quando non in decenni/secoli). Essi costituiscono la risposta a determinate problematiche, quesiti e interrogativi, spesso immensi; quello che dovrebbe fare un liberale è favorire questo spontaneo fiorire di nuove esigenze, senza opporsi al loro riconoscimento e senza nascondere alcune spinose prese di posizione ma favorendo un pronto e veloce riconoscimento legislativo (e quindi proteggendole); elevandole – dunque – a diritti (con i doveri che corrispondono direttamente) positivi. Perché senza questo passaggio, non stiamo parlando di diritti, bensì di aspettative.


Come si sarà già capito, è necessario non lanciare il cuore oltre l’ostacolo, affidandosi sempre e comunque alla razionalità e alla mitezza che è propria di chi riconosce la fallibilità della ragione umana. Fondare la legittimità e il riconoscimento di alcune (sacrosante, sentite e “liberali”) esigenze sociali sulla dura pietra del diritto naturale è quanto di più errato e inefficace possa esistere. Di diritti “in senso stretto” (cioè, di diritti tout court) possiamo parlare solo quando siamo innanzi a fonti legislative o comunque prodotte  dall’ordinamento che ne riconoscano l’esercizio.

Qualcuno mi risponderà che questo modello giuspositivista di kelseniana memoria (improntato alla forma, al rispetto delle regole e alla moderazione) potrebbe legittimare il modus agendi delle peggiori dittature; per quanto si possa sicuramente aprire un approfondito dibattito in materia (tutte le grandi dittature novecentesche hanno fatto leva su una sovrastruttura mistico/filosofica (l’Ethos per i nazisti, la Nobiltà del Lavoro per l’URSS, il mito della Roma Imperiale per i fascisti…), mai sul rispetto delle regole sottoposte – anch’esse – a sovrastanti regole), a ben vedere è il giuspositivismo postkelseniano e fondato sui valori “laici” e di costruzione umana, cioè fallibile (rispetto delle regole, autodeterminazione del singolo, parità di ogni visione morale) e non il giusnaturalismo ad assicurare il pieno esercizio della libertà morale degli individui, in quanto non viene riconosciuta alcuna verità assoluta etico-razionale (che in realtà legittimerebbe l’onnipotenza del legislatore). Il diritto è separato dalla Morale; e in assenza di un “unico denominatore morale” il governo della società dovrà necessariamente (schema che è proprio degli ordinamenti liberal-democratici) riconoscere la natura irriducibilmente (e incoercibilmente) individuale degli obiettivi e dei costumi di vita di ogni singola persona.

Lo stesso concetto di “Libertà” (e delle altre abc del liberalismo) deve essere svestito da queste assurde pretese naturalistiche, che vogliono tentare di assumerla al rango di indiscutibile, assoluta ed oggettivamente riconoscibile. L’idea liberale non deve (a mio modesto avviso) fondarsi su queste prese di posizione metafisiche e dal vago retrogusto naif, ma rifiutare la dittatura del diritto naturale e innestarsi su una posizione di critica continua, sul dubbio, sulla fallibilità, sulla non-certezza, sull’utile per l’individuo ed assumere l’esercizio della libertà morale (id est: autodeterminazione) come suo fine ultimo. Un liberalismo più maturo, giuspositivisco e relativistico. A ben vedere, la libertà “liberale” non arriva ad esiti relativisti, bensì parte da presupposti relativisti.

Fondare la propria argomentazione sul diritto positivo non causa alcuna cesura netta nei confronti delle “nostre” battaglie etiche; pensiamo al recente caso politico scoppiato intorno al manifesto di Ikea e ai valori della cosiddetta famiglia tradizionale, con tanto di bordate “naturali” da una parte e dall’altra (“naturalità” tutta tesa a coprire una singola posizione morale, indeed). Il migliore argomento per smontare consiste nella reale e corretta interpretazione dell’art.29 della Costituzione (che a ben vedere non vieta il matrimonio tra omosessuali) e nel fornire una analisi saldamente ancorata a criteri giuridici. Senza abbandonarsi a “diritti naturali” (rivoltabili come guanti  e chiari quanto dei vetri opachi); tecnica retorica molto utilizzata dai Giovanardi, dalle Binetti e dai clericali di ritorno (ben diversi dai cattolici veri). I diritti non cadono dal cielo. Essi non sono qualcosa di ascritto nella natura; essi sono il frutto di una consapevolezza e di un’idea che si fa – lentamente ma inesorabilmente azione – fallibile e frutto di una ragione fallibile, quanto l’essere umano.