Scozia, un futuro indipendente?

 – Un successo dello Scottish National Party (SNP) alle elezioni scozzesi dello scorso giovedì era ampiamente previsto, ma quello che pochi si aspettavano è che il partito di Alex Salmond riuscisse ad ottenere stavolta il 45,4% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi – una vera e propria impennata rispetto a quattro anni fa quando aveva ottenuto un solo eletto in più del Partito Laburista.
Eppure il sistema elettorale scozzese – con una massiccia quota proporzionale ed il meccanismo dello “scorporo” – sembrava fatto apposta per evitare che un singolo partito potesse ottenere la maggioranza.

Il risultato dello SNP è maturato a spese del Partito Laburista, ma soprattutto dei Liberal Democrats che hanno avuto anche in Scozia una pesante emorragia di voti ed hanno visto scendere da 11 a 2 i loro eletti nell’uninominale.

I Liberaldemocratici hanno da sempre avuto in Scozia una delle loro più importanti riserve elettorali, ma il fatto di trovarsi per la prima volta al governo a Londra – per di più con i Conservatori – ha compromesso la loro credibilità per molti elettori.
In questo senso lo SNP ha avuto gioco facile nel potersi presentare come l’unico vero partito che difende gli interessi scozzesi.

Nell’attuale situazione Salmond ha potenzialmente due strade di fronte a sé. La prima, quella ideologicamente più coerente, è battersi in modo inequivoco per il conseguimento dell’indipendenza.
La seconda, quella più “leghista” o “sudtirolese”, è utilizzare il potere ottenuto ad Edimburgo in chiave di sindacalismo territoriale, per ottenere concessioni via via maggiori dal potere centrale.
Al momento il leader dell’SNP sembra confermare l’obiettivo dell’indipendenza in modo chiaro ed ha già individuato, del resto, un percorso per l’indizione di un referendum in merito. Allo stesso tempo sta respingendo la pressione per anticipare la consultazione sull’onda del successo elettorale – il referendum resta previsto per l’ultima parte di questa legislatura, un modo probabilmente di tenersi aperta anche la strada di un confronto negoziale con Londra nell’ambito del quale spuntare benefici per la regione che rappresenta.

Alex Salmond intende, di certo, anche soppesare meglio quanto il voto per l’SNP sia effettivamente un voto per l’uscita dal Regno Unito, anche perché ad oggi non risulta ancora alcun sondaggio in cui prevalga l’opzione indipendentista – persino la rilevazione più favorevole la vede sotto di almeno quattro punti.
Peraltro sarà parecchio interessante verificare come si configurerà l’atteggiamento del governo nazionale di fronte ad una parte del paese che si muova in modo unilaterale nella direzione indipendentista. Di fatto, al momento le prime reazioni da Londra sono di moderata apertura.

David Cameron ha detto a Salmond che da parte sua non verrano obiezioni di carattere legale e politico al fatto che si tenga un referendum per l’indipendenza della Scozia.
In questo senso il governo conservatore è andato persino oltre le riserve che sul tema della consultazione erano emerse nel corso dell’ultima amministrazione laburista, anche se comunque è probabile che Cameron non intenda lasciare a Salmond carta bianca sull’effettiva formulazione del quesito.

In ogni caso, se davvero da Londra verrà un via libera almeno sostanziale alla consultazione, la valenza in termini di principio sarà rilevante. Significherà il riconoscimento di un diritto soggettivo di una regione all’autodeterminazione.
Si tratta di un concetto che nel costituzionalismo europeo è tutt’altro che scontato, ma che dovrebbe essere la base di un vero assetto federale, in senso etimologico, cioè basato su un foedus, su un “patto” tra entità in via ultimativa sovrane e non solamente su una serie di competenze ottriate da una sovranità superiore.

Del resto, merita notare che i Conservatori sono il partito più unionista della Gran Bretagna ed hanno contrastato a suo tempo la devolution blairiana, ma contemporaneamente sono anche un partito debolissimo fuori dall’Inghilterra.
Attualmente, ad esempio, a Westminster siede un solo deputato conservatore eletto a nord della “frontiera” e non è detto che nel lungo termine i tories non comincino – pragmaticamente – a trovare anche loro attraente l’ipotesi di una fuoriuscita dalle Scozia dall’Unione che li renderebbe relativamente più forti nel Regno Unito residuale.
In definitiva un referendum scozzese potrebbe persino porre Cameron in una situazione win-win. Se vince il No sarà uno smacco decisivo per lo SNP ed il premier britannico potrà rivendicare un successo delle politiche unioniste. Se vince il Sì potrà invece consolarsi con una solida maggioranza di marca inglese.

Un’ulteriore questione che comunque verrà a porsi sarà quella della praticabilità economica di una Scozia indipendente – malgrado il denaro che proverrà dal petrolio – soprattutto di una Scozia come quella prefigurata dal partito di Salmond.
Nei fatti, lo Scottish National Party sostiene politiche economiche di centro-sinistra. Crede nella “giustizia sociale”, nella progressività delle imposte, nello “sradicamento della povertà”, nella rafforzamento della sanità pubblica, nell’educazione gratuita, etc.
Tuttavia è legittimo domandarsi se una regione certo economicamente non ricca sia davvero in grado di permettersi uno stato sociale coi fiocchi e se quindi  il destino di una Scozia indipendente sia proprio quello di divenire una “socialdemocrazia nordica”.

E’ più che probabile, in realtà, che per il nuovo Stato la preoccupazione maggiore diverrebbe la produzione di ricchezza e l’attrazione di investimenti economici. E così gli scozzesi si troverebbero magari a fare di necessità virtù ed ad imbracciare – perché no? – il modello irlandese di libero mercato e basse tasse piuttosto che quello svedese dell’assistenza dalla culla alla tomba. Sarebbe, per molti versi, una clamorosa nemesi storica del thatcherismo…

Per ultimo merita interrogarsi sul possibile effetto traino che l’accelerazione scozzese potrebbe imprimere a scenari analoghi di altri paesi, legittimando il concetto di secessione pacifica all’interno dell’Unione Europa.
La mente va naturalmente in primo luogo al Belgio e alla Spagna. Nel primo caso ci troviamo di fronte ad un paese da tempo impelagato in una crisi istituzionale che sembra insolubile per l’incapacità dei partiti fiamminghi e francofoni di trovare un punto di accordo per la formazione di un governo. Nel secondo caso alla pressione continuativa del nazionalismo catalano e basco che di tanto in tanto riporta in auge l’ipotesi di eventuali referendum indipendentisti.

Va riconosciuto, in ogni modo, quanto sia bello e prezioso che sull’unità o sulla divisione dei paesi si possa discutere e decidere secondo processi democratici e non violenti, in un continente che – non dimentichiamocelo – ancora recentissimamente ha visto questo tipo di questioni decidersi con le armi e con il sangue.
Dal referendum scozzese – se mai si terrà – venga soprattutto questa lezione per tutti: ballots, not bullets.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Scozia, un futuro indipendente?”

  1. pippo scrive:

    L’Unione Europea deve istituire la dichiarazione dei redditi europea con percentuali da dividere tra 4 livelli
    Comune – Regione – Stato membro – Unione Europea

    Gli Stati membri con referendum popolari possono unirsi o dividere
    lo stesso vale per Regioni e Comuni con soglie minime di popolazione.

    Ad ogni livello proprie competenze e libertà per i cittadini di decidere dove risiedere.

    Problemi linguistici risolti grazie ad una Lingua Internazionale Ausiliaria (Esperanto)

  2. Roberto scrive:

    bell’articolo ed estremamente interessante

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