Milano al voto tra due settimane, tra confronti negati e politiche miopi

di MASSIMILIANO MELLEY – Le elezioni comunali milanesi del 2011 rappresentano alcune importanti “prime volte”.
E’ la prima volta, ad esempio, dopo Mani Pulite, che il centro-sinistra è davvero competitivo e presenta un candidato che ci crede sul serio fin dall’inizio. Non ingannino i numeri del 2006 (51,9% Moratti contro 47% Ferrante): il centrodestra era in crisi, l’Italia aveva appena premiato Prodi seppur di stretta misura.
E’ anche la prima volta che Futuro e Libertà per l’Italia si misura con un elettorato “importante” nei numeri. Ed è la prima volta che il centro-destra locale sente il peso dei suoi insuccessi, dalla sicurezza all’Expo, in ordine a temi sui quali aveva investito gran parte della sua immagine.

Manfredi Palmeri, il candidato espressione di Fli e sostenuto anche da Udc e Api, ha lanciato un’iniziativa provocatoria. Porterà con sé una sedia vuota che rappresenti simbolicamente il rifiuto di Letizia Moratti a confrontarsi con lui: “Il sindaco scappa, si rifugia dietro a comunicati stampa o a incontri con un pubblico compiacente“. E ancora: “Conta il potere dei soldi e dello status – dice – invece deve contare il potere delle idee e delle energie“.

Tra Sara Giudice e pezzi di Prima Repubblica, di idee Palmeri ne ha tante. Insieme ai partiti che lo sostengono ha stilato un programma elettorale accorto, non pindarico, che non prevede nuove tassazioni. In questo è decisamente diverso da Pisapia, che pur non parlando esplicitamente di nuove imposte locali, dovrà attingere alle tasche dei milanesi se vorrà mantenere alcune delle sue (costose) promesse elettorali.

Ma la sfida che sta dietro alla competizione non è sulle piste ciclabili (tutti i candidati d’accordo), sui navigli navigabili (tutti d’accordo) o sui mezzi pubblici puntuali (tutti d’accordo). Il sindaco di Milano non è solo “l’amministratore del condominio”. Innanzitutto non deve essere un improvvisatore. Ai ritardi pluriennali si rimedia con estrema difficoltà quando un problema coinvolge milioni di cittadini, tra città e hinterland. E tredici anni di giunte di centrodestra (se aggiungiamo quelli del monocolore leghista diventano diciassette) hanno prodotto, oltre ad alcuni risultati positivi come la costruzione della nuova Fiera, anche ritardi che si ripercuotono sul futuro di questa importante parte d’Italia.

La pancia dei milanesi, nell’urna, premierà in ogni caso la Lega Nord, almeno rispetto al risultato alquanto basso della scorsa volta. Il Carroccio è in escalation a Milano, ecco i dati. Camera 2006: 5,2%. Comunali 2006: 3,8%. Camera 2008: 12,3%. Provinciali 2009: 12,6%. Regionali 2010: 14,5%. Ma il tema dominante della Lega, cioè la sicurezza, è tuttora un tema. E dopo diciassette anni non dovrebbe più esserlo.

In politica si dimentica presto. E quindi occorrerebbe ricordare che i vigili di quartiere (quelli che avrebbero dovuto intervenire in fretta per colpire le illegalità) sono (bravi) uomini e donne in bicicletta che parlano con i negozianti e i custodi per avere informazioni di prima mano. Occorrerebbe ricordare che gli stessi vigili urbani (non quelli “di quartiere”, stavolta, ma quelli ordinari) potrebbero entrare nei cortili delle case Aler senza autorizzazione del proprietario (difficile da ottenere in tempi rapidi) grazie a una mozione presentata in consiglio comunale dal centrosinistra (e impossibile da non votare), ma di fatto non lo fanno. Occorrerebbe ricordare che le ordinanze-coprifuoco, fortemente volute dalla Lega, sono state recentemente ripudiate dalla Lega stessa, con Matteo Salvini (il capolista, non uno qualunque) che candidamente ammette l’ovvio: “Hanno avuto pochi risultati”.

Il vicesindaco De Corato, del Pdl ma di cui mi sfugge tuttora la differenza con la Lega Nord, continua a snocciolare i numeri degli extracomunitari arrestati, degli abusivi negli alloggi popolari denunciati e così via. Ma questo suo atteggiamento da sceriffo, come ormai è soprannominato, finora è servito a poco. Infatti restano in mano al racket interi quartieri di case popolari. Talvolta gli stessi che restano enclaves incontrollate di immigrati lasciati a se stessi, tra ogni genere di degrado sociale ed economico. E’ di qualche settimana fa la notizia di un anziano morto per un cortocircuito scoppiato in casa: mancava la messa a terra. Non vogliamo fare un (facile) giornalismo lacrimevole, ma è evidente che queste disattenzioni, che nel caso specifico coinvolgono l’Aler, non sono da terzo millennio, da città europea, da città innovativa.

D’altra parte è tutta la questione della casa a essere rilevante. L’assessore all’urbanistica Carlo Masseroli, incalzato dalla Cisl (secondo cui a Milano c’è fabbisogno di 133mila vani di edilizia sociale), lo scorso febbraio ha risposto che questa proiezione costerebbe quattro miliardi di euro, impossibili da recuperare. Sarà. Ma il fatto che in Italia la media di edilizia pubblica è il 4,5% contro il 17% francese o il 34,6% olandese, solo parzialmente compensato dalla tendenza degli italiani a essere proprietari e non locatari, fa riflettere.

E, restando su Milano, è palese l’obiettivo di privilegiare un processo di gentrification (piuttosto generica in verità) cercando di attrarre nuovi cittadini molto ricchi, con le nuove abitazioni di Porta Volta e City Life vendute a 10-12mila euro al mq. Nuovi cittadini che non si limiteranno a comprar casa, ma poi consumeranno, porteranno imprese, contribuiranno a far crescere la città. Tutto giusto. Ma se non si pensa anche alle giovani coppie, ai single e ai trasfertisti in città per studiare o lavorare, che non possono permettersi non solo City Life ma nemmeno i tanti cantieri “anonimi” di estrema periferia e, ormai, del primo hinterland (come Segrate o San Donato, i cui prezzi sono allineati al capoluogo), si è miopi. La Moratti potrebbe rispondere di aver creato “AgenziaUni”, di cui però nessuno conosce le attività concrete, e di aver posto le basi per un’Agenzia per l’affitto sul modello emiliano, di cui però si aspetta ancora l’avvio. L’alternativa, per ora, è trasferirsi a decine di chilometri di distanza: ma le infrastrutture per ulteriori futuri pendolari esistono?

Casa e trasporti vanno pensati in grande. La Moratti viene spesso accusata di non avere intessuto un dialogo con i sindaci della provincia, nemmeno quelli di centrodestra. Su questo punto le difficoltà non mancano: i particolarismi dei centri di potere periferici sono difficilmente eliminabili con l’attuale struttura istituzionale. Il sindaco del comune medio dell’hinterland ha gli stessi poteri del sindaco di Milano, ma la gran parte dei suoi abitanti gravita oggettivamente sul capoluogo. Eppure non gli si può imporre nulla.

In passato il problema si risolveva allargando il Comune principale, oggi l’unica soluzione sarebbe quella di attuare la Città metropolitana, un unico centro di coordinamento decisionale che incida su un territorio consistente. Ma non solo. Siccome la tentazione di far pagare qualche tassa locale ai cosiddetti city users è forte (alcuni singoli candidati al consiglio comunale ne parlano esplicitamente) ma inapplicabile, la Città metropolitana sarebbe la soluzione ideale, posto che questo sia un problema. Raccoglierebbe infatti risorse da tutti quelli che “usano” Milano a vario titolo e programmerebbe interventi infrastrutturali di più ampio respiro di quelli oggi possibile.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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