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Umberto Eco diffida della Rete. Guglielmo da Baskerville non l’avrebbe fatto…

– Lo abbiamo sentito ripetere innumerevoli volte. Ora ci si è messo pure Umberto Eco: «Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire tutto senza potere essere smentiti», ha scritto su l’Espresso. Aggiungendo: «Però se è difficile stabilire se su Internet una notizia sia vera, è più prudente supporre che sia falsa». Il teorema è chiaro, e ricorda una contrapposizione vecchia ma dura a morire: da una parte l’informazione tradizionale, dall’altra i corsari della rete. Di qua i giornali, di là i blog. Professionisti contro dilettanti, certo, ma non solo: annidata tra i meandri di questa tesi sembra esserci una caratteristica intrinseca al mezzo, Internet, che lo renderebbe il luogo dove vero e falso si confondono. Senza più poterli separare.

Eppure il racconto mediatico dell’uccisione di Osama Bin Laden sembra, per l’ennesima volta, scardinare l’idea dalle fondamenta. L’esempio più chiaro riguarda l’isteria sulle presunte immagini del terrorista morto dopo il blitz dei Navy Seals ad Abbotabad. La «prova» da più parti invocata per mettere a tacere dubbi legittimi e meno legittimi, incongruenze nelle versioni fornite dagli Stati Uniti e più o meno fantasiosi teoremi complottistici.

Una prima fotografia aveva iniziato a circolare in rete dopo essere stata mostrata da una tivù pachistana, Express Tv. Come ha ben scritto Luca Sofri, l’immagine, di dubbia veridicità, ha lasciato perplessa gran parte della stampa internazionale, che ha preferito non diffonderla prima di accertamenti. In Italia, al contrario, ha campeggiato per ore in apertura a tutti i principali siti di informazione. Poco dopo, le verifiche degli esperti di Peacereporter e Msnbc ne hanno dimostrato la falsità. Solo allora, e non senza fatica, la foto è stata messa in secondo piano. Vero diverso da falso anche su Internet, dunque. Un falso che, tra l’altro, è stato promosso da un organo di stampa tradizionale (un canale televisivo), rilanciato da organi di stampa tradizionale e smentito da altri organi di stampa internazionale. Sarebbe successo anche offline, certo, ma la rete ha reso il tutto più rapido: la diffusione della menzogna e quella della smentita.

Imparata la lezione? Neanche per sogno. Passa un giorno e si comincia a parlare del rilascio delle foto ufficiali da parte delle autorità statunitensi, da un momento all’altro. Nelle redazioni l’attesa si tramuta di nuovo in fibrillazione. E, immancabilmente, spunta un’altra immagine. Questa volta a pubblicarla è un sito, LiveLeak, che mostra foto e video caricati dagli utenti, privilegiando quelli provenienti da scenari di guerra, incidenti e crimini. Qualcuno all’Ansa se ne accorge tramite un ‘cinguettio’ su uno dei tanti account Twitter legati ad Anonymous, il collettivo di attivisti digitali. E decide di rilanciarla sottolineando, tuttavia, che la sua attendibilità «non è verificabile».

Di nuovo, mentre il mondo tace, l’Italia sproloquia. E così sul sito de L’Unità appare in prima pagina, seguita dal sibillino «Osama morto, nessuna prova. Ma c’è una foto». Poco dopo, anche La Stampa decide di pubblicarla, parlando tuttavia di un fantomatico «giallo su una nuova foto su Internet». Eppure bastava effettuare una breve ricerca e, sempre grazie alla facilità con cui si possono reperire contenuti in rete, trovare il post su LiveLeak (che non era citato dal’agenzia Ansa). Tra gli oltre cento commenti, c’è il fotogramma che dimostra inequivocabilmente come si tratti di una bufala.

È la scena di un film di guerra, anche se ancora non si sa di quale. Tuttavia, sempre grazie all’arguzia dei lettori di LiveLeak, emergono argomenti che ne ribadiscono la falsità in modo incontrovertibile: la ferita è sopra l’occhio destro e non sopra quello sinistro, come riportato nei resoconti fino ad allora noti; il volto del militare che compare accanto al presunto Osama morto non è oscurato; il volto di Bin Laden non è affatto sfigurato come annunciato dalla Casa Bianca. Lettera43 è il primo quotidiano online ad accorgersene e dare la notizia, mettendo fianco a fianco il fotogramma originale e quello ritoccato con la faccia di Osama. Per un po’ non accade nulla: anzi, ci casca pure il Corriere, che rilancia la strana ipotesi del «giallo». Poi, vuoi per l’annuncio, vuoi per le verifiche indipendenti svolte nelle redazioni, l’immagine finisce nel dimenticatoio. Anche se il giorno seguente, su carta, sono diversi i giornali a parlare della falsità della foto al condizionale. Nonostante già in serata il sito di Vanity Fair avesse mostrato inequivocabilmente si trattasse di una scena del film Black Hawk Down. Altro che «non verificabile».

Morale? Forse le cose sono più semplici e più complicate di come vuole la vulgata di Eco e dei suoi tanti predecessori. Più semplici perché in rete, per fortuna, la differenza tra vero e falso c’è eccome. Anzi, spesso sono proprio semplici utenti della rete a contribuire a ristabilire il confine. Più complicate perché, a volte, sono i professionisti a smarrirlo. Come sempre, il problema sembra stare non nel mezzo, ma in chi lo utilizza. E in chi non lo comprende.

Caro Eco, vien da chiedersi se il buon Guglielmo da Baskerville, quel frate francescano con lo sguardo proteso al futuro le cui gesta lei ha raccontato ne Il nome della Rosa, sarebbe stato diffidente come lo è stato lei nei confronti della rete.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

2 Responses to “Umberto Eco diffida della Rete. Guglielmo da Baskerville non l’avrebbe fatto…”

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