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Israele ceda qualcosa, in cambio di una pace vera – Lettera a Netanyahu

– Lettera aperta al premier israeliano Benjamin Netanyahu

 Benjamin Netanyahu, primo ministro e principale esponente dell’ala nazionalista del partito conservatore del Likud, dopo aver criticato pesantemente il recente accordo di riconciliazione nazionale palestinese ricordando che lo Stato ebraico non può avere contatti con Hamas finché quest’ultima non ripudierà la violenza e riconoscerà Israele, ha intimato al leader palestinese Mahmud Abbas, alias Abu Mazen, di “scegliere tra la pace con Israele o la pace con Hamas”. Il processo di pace sembra essere tornato in fase di stallo, anche alla luce delle rivolte in atto nel mondo arabo, mentre Netanyahu si prepara a una campagna di “boicottaggio internazionale” del governo ad interim sostenuto da Fatah e Hamas.

Signor primo ministro,

è arrivato il momento di una nuova iniziativa diplomatica per far ripartire il processo di pace, è arrivato il momento della verità.

Il clima nel mondo arabo è rovente, c’e’ chi accusa l’amministrazione americana di aver indebolito Israele. Ma anche nell’attuale fase di incertezza è bene ricordare che la pace è l’unica strada percorribile per evitare di affrontare un nuovo bagno di sangue. Non esistono scorciatoie e non ci sono soluzioni “a metà”, come potrebbe essere quella di riconoscere uno Stato palestinese esteso sul 50% del territorio della sola Cisgiordania, con l’esclusione di Gerusalemme est. Un orizzonte che acuirebbe la frustrazione e la rabbia dei palestinesi, costituendo, tra l’altro, un significativo passo indietro rispetto a quanto concordato dalle parti nella Road Map e poi nell’ambito degli accordi successivi di Annapolis. Perché anche il processo di pace, contrariamente a quanto si dice, è reversibile.

Se Israele rifiuterà l’idea di dividere il territorio compreso tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, se israeliani e palestinesi non capiranno i vantaggi insiti nell’accettare l’esistenza l’uno dell’altro, permarranno l’ostilità, l’umiliazione e l’occupazione. E’ del tutto evidente che più Israele “temporeggia”, più aumenta il prezzo che è chiamato a pagare in termini di sangue versato e lacerazione interna. Parole e tortuosi sermoni non riusciranno a individuare una nuova strategia.

La pace, o è pace vera o non è. Ora mi dica, in tutta onestà: se oggi lei fosse un palestinese che aspira alla pace, riterrebbe che una proposta che non preveda la restituzione dei quartieri di Gerusalemme est a maggioranza araba rifletta il desiderio di una pace vera?

Voglio essere più chiaro: che senso avrebbe governare Israele in un momento di grande sfida nella regione che impone di raddoppiare le forze per perseguire la giustizia, se lei non è in grado di prendere le distanze dal movimento ultranazionalista dei coloni e arrestare l’ulteriore espansione delle colonie?

Signor primo ministro, come lei di certo non ignora, il cemento ideologico che teneva unito Israele si è disgregato. Una parte della popolazione – specialmente quella più giovane – vuole una vita “normale”, rifiuta di abituarsi a convivere con la morte. Quando lei nelle prossime settimane si recherà a incontrare Abu Mazen e dovrà prendere decisioni coraggiose, non dimentichi per cortesia che lei rappresenta tutti gli israeliani, compresi quelli che desiderano di poter condurre un giorno una vita ordinaria. Gente che ha perso i sogni e gli ideali perché da oltre quarant’anni si trova in una situazione che ritiene anomala, ingiusta e, soprattutto, pericolosa.

Se la pace che lei intende proporre ai palestinesi non è un compromesso che soddisfi solo i suoi bisogni e quelli del suo governo, deve cominciare già da oggi a dire un no forte e chiaro alla presenza militare israeliana nella valle del Giordano, alla politica di colonizzazione nei territori occupati. Diversamente, lei farebbe meglio a preparare i cittadini all’eventualità che l’Onu riconosca lo Stato palestinese nei confini del 1967: una decisione dagli esiti imprevedibili, che creerebbe un profondo imbarazzo nel paese.

La risposta a tutti gli interrogativi si chiarirà presto e sapremo decifrarla anche al di là dell’ “ambiguità costruttiva”, come dicevano gli americani a proposito del testo di Oslo. L’attenderemo con l’ansia e la speranza di chi crede può esistere una vita diversa in Medio Oriente.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

3 Responses to “Israele ceda qualcosa, in cambio di una pace vera – Lettera a Netanyahu”

  1. enzo4 scrive:

    Sig. Pierpaolo…

    Forse lei dimentica o per “leggerezza” o per “dolo” che Gli Israeliani hanno nel corso degli anni concesso., durante le trattative , come anche un leader dell AP ha recentemente ricordato, offerte che arrivavano al 99% della terra contesa. Risultato? intifada, bombe, terrorismo…
    Recentemente si sono ritirati da Gaza risultato? Missili graad sugli asili e gli scuolabus.

    L’equazione terra in cambio di pace è morta per volontà dei Palestinesi ai quali la Terra non interessa… come il recente accordo tra Hamas e Fatah dimostra… I palestinesi non vogliono riconoscere Israele punto e basta.
    Nessuna offerta di terra ha mai funzionato ne prima ne in futuro.

    La domanda non la deve porre a Netanyau ma ad ABBAS, se il problema fosse la terra si risolverebbe con un negoziato….

  2. g. musciac scrive:

    Io sottoscrivo, ma perche’ di queste cose non parlate in parlamento?

  3. Pierpaolo R. scrive:

    Caro Enzo,

    replichero’ in tono sommesso, secondo il mio stile, malgrado il suo messaggio inutilmente sardonico e meno che sottilmente provocatorio

    La ritengo una persona equilibrata, riflessiva, responsabile a sufficienza per sapere che non esiste una soluzione militare al problema e che il tema da me sollevato non può essere liquidato con le solite due o tre risposte da repertorio ripetute in una sorta di meccanica routine.
    Molti israeliani hanno accettato da un pezzo l’idea che bisogna ritirarsi dai territori occupati. Non è nemmeno il caso di preoccuparsi di fornire una versione accettabile del ritiro. In Israele e nel mondo, tutti sanno la verità: dobbiamo e possiamo – parlo al plurale perchè mi sento a tutti gli effetti una colomba israeliana – dimostrare la nostra forza di dissuasione all’interno dei nostri confini. Dobbiamo andarcene adesso. Perchè l’esercito di un paese democratico non potrà mai sconfiggere un’armata di guerriglieri che lottano per liberare la loro terra con l’appoggio dei civili, certi di essere nel giusto.

    Approfitto pe ringraziare tutti gli amici che hanno supportato questa lettera aperta. In Parlamento non se ne parla per una ragione molto semplice: il sottoscritto non è in Parlamento. Punto.

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