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Più prescrizione per tutti? La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha qualcosa da dire

– In un precedente articolo, pubblicato sempre su Libertiamo ed inerente il c.d. “processo breve”, scrivevo, in relazione alla norma che abbrevia la prescrizione per gli incensurati, la cui applicazione sarebbe esclusa per coloro i quali fossero già stati destinatari di una sentenza di 1° grado:

“Il problema, quindi, si rivela opposto a quello sin qui sollevato anche dall’ANM: l’eventuale vizio della norma non determinerebbe l’esclusione della posizione del premier, bensì l’estensione della nuova disciplina – ad esempio – anche agli imputati per mafia, e sin dal giudizio di 1° grado”.


Tale mia asserzione pare trovare espresso conforto in una sentenza (definitiva) della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2009, proprio relativa all’Italia (caso Scoppola): nel caso all’esame della Corte EDU, veniva denunciata l’applicazione al ricorrente della normativa – sopravvenuta medio tempore – che, in caso di scelta del rito processuale abbreviato, sostituiva la pena massima di trenta anni di reclusione con l’ergastolo.

Nel caso di specie, la Corte, nell’interpretare l’art. 7 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (C.E.D.U.), ha rivisto il proprio risalente orientamento, statuendo che, sebbene l’art. 7 della Convenzione non menzioni espressamente l’obbligo per gli Stati contraenti di garantire all’imputato il beneficio conseguente ad un cambiamento di legislazione intervenuto dopo la commissione del reato, il paragrafo 1 del medesimo articolo, vietando di infliggere una “pena più severa di quella che era applicabile nel momento in cui il reato è stato commesso“, non esclude che l’imputato possa invece beneficiare di una pena più leggera, prevista da una legge entrata in vigore successivamente alla commissione del reato.

Pertanto – valutato l’art 442 c.p.p. come ascrivibile alla categoria delle disposizioni di diritto penale materiale concernenti la severità della pena, per le quali trovano applicazione le sopra menzionate regole sulla retroattività contenute nell’art. 7 – la Corte ha constatato la violazione dell’art. 7, par. 1, C.E.D.U., in quanto lo Stato italiano è venuto meno al proprio obbligo di far beneficiare l’imputato dell’applicazione della pena a lui più favorevole ed entrata in vigore dopo la commissione del reato. Infatti al ricorrente era stata inflitta la pena più severa fra tutte quelle contemplate dalle leggi succedutesi prima della condanna definitiva.

Per sintetizzare, quindi, l’art. 7 C.E.DU. sarebbe violato ogni volta che i Tribunali applicano una pena più pesante di quella che era prevista dalla legge in vigore “in ogni momento compreso tra la commissione del reato ed la pronunzia del giudizio“.
Pertanto, vista la natura sostanziale della prescrizione, il problema parrebbe risolto nel senso da me già in precedenza ipotizzato.

Sennonché, da qualche tempo si legge sulla stampa di una sentenza (sempre della Corte EDU) che censurerebbe la disciplina della prescrizione esistente in Italia: pare quindi opportuno esaminare tale pronuncia in dettaglio.
La sentenza in questione, datata 29 marzo 2011 (questa, non ancora definitiva), è della Seconda Sezione (caso Alikaj), e prende in considerazione il caso di un giovane ucciso da un poliziotto in servizio.

Nel caso di specie, dopo un iter processuale estremamente lungo e contorto, la Corte d’Assise modificò la qualifica giuridica dei fatti (inizialmente, l’imputazione era di omicidio volontario). Giudicò che il poliziotto era colpevole di omicidio colposo, e che le circostanze attenuanti dovevano essere considerate nello specifico a causa della sua giovane età e della sua appartenenza alla polizia.
Pronunciò quindi un non luogo a procedere in quanto i fatti costitutivi del reato erano prescritti, con sentenza confermata dalla Cassazione.

La Corte EDU ha esaminato il ricorso alla luce dell’art. 2 della C.E.D.U., secondo il quale “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: a. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale; b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; c. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione“.

La Corte, dopo aver precisato che “lo scopo legittimo di effettuare un arresto regolare non può giustificare di mettere in pericolo delle vite umane che in caso di necessità assoluta“, ha chiarito che “il diritto nazionale che regolamenta le operazioni di polizia deve offrire un sistema di garanzie adeguate ed effettive contro l’arbitrarietà e l’abuso della forza, ed anche contro gli incidenti eludibili“.
Ciò posto, in relazione al caso specifico, ha statuito che “il ricorso ad una forza potenzialmente omicida non potrebbe passare per ‘assolutamente necessario’ quando si sa che la persona che deve essere fermata non rappresenta nessuna minaccia per la vita o l’integrità fisica altrui e non è sospettata di avere commesso una violazione a carattere violento“, con conseguente violazione dell’art. 2 C.E.D.U.

Su tali presupposti, la Corte ha affermato che “Quando c’è stata la morte di una persona in circostanze suscettibili di impegnare la responsabilità dello stato, l’obbligo di proteggere il diritto alla vita gli impone di garantire, con tutti i mezzi di cui dispone, una reazione adeguata – giudiziale o altro – affinché la cornice legislativa ed amministrativa sopra menzionata sia messa effettivamente in opera ed affinché, all’occorrenza, le violazioni del diritto in gioco siano represse e siano sanzionate… Le esigenze dell’articolo 2 si dilungano al di là dello stadio dell’inchiesta ufficiale, quando nell’occorrenza questa ha provocato l’apertura di procedimenti dinnanzi alle giurisdizioni nazionali: è l’insieme del procedimento, ivi compresa la fase di giudizio che deve soddisfare gli imperativi dell’obbligo positivo di proteggere la vita tramite la legge“.

Ai punti 95 e 99 della sentenza si legge quanto segue:

“L’articolo 2 non può essere interpretato come implicante, in quanto tale, un diritto per un richiedente di fare perseguire o condannare penalmente un terzo, o un obbligo di risultato, che ogni procedimento debba chiudersi con una condanna, addirittura ad una pena determinata. Le giurisdizioni nazionali non devono lasciare, in compenso, in nessun caso impuniti degli attentati alla vita. Ciò è indispensabile per mantenere la fiducia del pubblico e garantire la sua adesione allo stato di diritto così come per prevenire ogni apparenza di tolleranza di atti illegali, o di collusione nella loro perpetrazione (Öneryıldız, precitata, § 96, e Dölek c. Turchia, n no 39541/98, § 75, 2 ottobre 2007)… La Corte ricorda che quando un agente dello stato è accusato di atti contrari agli articoli 2 o 3, il procedimento o la condanna non possono essere resi nulli dalla prescrizione, e l’applicazione di misure come l’amnistia o la grazia non potrebbero essere autorizzate (vedere, mutatis mutandis, Abdülsamet Yaman c. Turchia, no 32446/96, § 55, 2 novembre 2004, Okkalı c,. Turchia, no 52067/99, § 76, CEDH 2006-XII (brani).”

Su tali premesse, la Corte – in relazione al caso specifico – ha dichiarato che le modalità di svolgimento dell’indagine concretizzavano violazione dell’art. 2, ed anche che “tenuto conto dell’esigenza di celerità e di zelo ragionevole, implicito nel contesto degli obblighi positivi in causa (vedere, tra altre, McKerr, precitata, §§ 113-114, e, mutatis mutandis, Yaşa, precitata, §§ 101-103) basta osservare che l’applicazione della prescrizione dipende indiscutibilmente dalla categoria di queste ‘misure’ inammissibili secondo la giurisprudenza della Corte, poiché ha avuto per effetto di impedire una condanna“, e quindi, che

“Nelle circostanze particolari della causa, giunge così alla conclusione che la conclusione del procedimento penale controverso non ha offerto una correzione adeguata dell’attentato portato al valore consacrato all’articolo 2 della Convenzione.

Pare quindi – seppur in relazione ad un caso specifico – che i principi dettati dalla Corte EDU configgano tra loro in modo non componibile: non pare infatti che il principio del “favor rei” (dettato in modo incondizionato dalla sentenza Scoppola) ed il principio della necessaria conclusione del giudizio senza applicazione di misure “di favore” (applicato dalla sentenza Alikaj) possano trovare equilibrata coesistenza, se non alla luce di un ulteriore intervento della Corte EDU.

Certo, deve evidenziarsi come l’istituto della prescrizione, in relazione a reati diversi da quelli contro la vita umana, non pare configgere con alcun articolo della C.E.D.U.: ma la “norma Paniz” si applica anche agli imputati (appartenenti o meno alle forze dell’ordine) per omicidio, e quindi si pone in contrasto –per questo specifico profilo – non solo con i principi della sentenza Scoppola (per le ragioni già evidenziate), ma anche con i principi della sentenza Alikaj.

Ci sarebbe necessità di attente discussioni ed accurati approfondimenti in Parlamento, ma al momento è più importante contenere i costi della missione in Libia, pare.


Autore: Giuseppe Naimo

Nato a Locri nel 1965, Avvocato cassazionista dal 2003, è in servizio dal 2001 presso l’Avvocatura della Regione Calabria. Ha collaborato alla redazione del “Manuale di Diritto Amministrativo”, di R.GAROFOLI – G.FERRARI, edito da Neldiritto editore, 2008. Pubblica articoli su alcune delle più importanti riviste giuridiche on line italiane (Lexitalia; Federalismi; Nel Diritto.it; Diritto dei Servizi Pubblici).

One Response to “Più prescrizione per tutti? La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha qualcosa da dire”

  1. Giacomo Canale scrive:

    In verità, i due orientamenti sono solo apparentemente in contraddizione, avendo entrambi il merito di ricordarci che un approccio autenticamente garantista deve contemperare le opposte esigenze delle garanzie dell’imputato (tra cui, il principio dell’applicazione della norma più favorevole) e delle pretese di giustizia della vittima (tra cui, l’effettività della pena), ricercando un difficile ma necessario bilanciamento nella disciplina del processo penale.
    Comunque, come sempre, molto bravo!

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