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Noi che siamo stati la Generazione – Osama

– Avevamo undici anni all’epoca, chi più chi meno.
Ricordo di essere stato chiamato da mio fratello maggiore mentre giocavo in giardino, godendomi gli ultimi giorni di sole e la leggerezza dei primi impegni della scuola media, e di essermi precipitato in casa di mia nonna. Incollato al televisore come quasi tutta Italia, quasi tutto il mondo, guardavo quelle due torri, così famose, simboliche, ritratte in tutti i film che parlavano d’America e di New York, in fumo come due ciminiere.
Come gran parte dei miei coetanei ricordo esattamente cosa stavo facendo in quel momento: vidi lo schianto del secondo aereo, la deflagrazione, il terrore delle persone nelle strade della grande mela, l’orrore nel vedere uomini disperati che si gettavano dai grattacieli, che di lì a poco sarebbero collassati.

Il mondo è cambiato da quel giorno, e la mia generazione è stata una delle più segnate da questa e dalle vicende seguenti: Afghanistan, Iraq, gli attentati che raggiunsero l’Europa a Londra e Madrid, dimostrandoci che morire non era poi così difficile come sembrava. Iniziammo a preoccuparci per i nostri cari che studiavano e lavoravano in città, spesso loro stessi memori del terrorismo degli anni di piombo; guardavamo con circospezione il nostro vicino in metropolitana e in treno, soprattutto se aveva una folta barba, un abito lungo e la carnagione un po’ scura.

Ci vergognavamo, in fondo ce ne vergogniamo ancora, di essere così razzisti in modo istintivo, senza volerlo, di sobbalzare sentendo qualche parola in un idioma sconosciuto. Manteniamo una certa distanza se vediamo un bagaglio sconosciuto in aeroporto, e siamo stati costretti a controlli sempre più lunghi e minuziosi. Liquidi, scarpe, perquisizioni varie.

Eravamo poco più che bambini, quando abbiamo visto i funerali, e abbiamo conosciuto una nuova generazione di orfani: quelli di guerra, forse meno noti ai riflettori, dell’Oriente, e quelli che hanno perso i genitori in quella che sarebbe dovuta essere una normale mattinata di lavoro, in Occidente.

Il nome di Osama Bin Laden, il principe del terrore, divenne in poche ore famoso a tutto il mondo come colui che aveva ideato, pianificato e organizzato quelle e altre stragi, che aveva voluto dividere la civiltà umana in due, per la mia generazione l’incarnazione del male. Come ogni demone la sua figura è stata mitizzata, è diventata una macchietta utile a sdrammatizzare, o il nemico schmittiano alle spese del quale ricercare l’unità interna e la legittimazione per qualche intervento militare.

Ora è morto, pare. Negli Stati Uniti il suo decesso è stato festeggiato da una folla plaudente, da noi no.
Personalmente, avrei voluto vedere noi in piazza, per un giorno di festa. Non per la morte di un uomo, fatto sempre e comunque umanamente deprecabile – anche se, in questo caso, inevitabile. Non per “fare festa”, ma per dire che abbiamo vinto noi.

“Noi” non nel senso di “Occidente superiore e civile, portatore di democrazia e civiltà”, come altri cattivi maestri della divisione, Bin Laden nostrani, vogliono farci credere. Noi ragazzi. Noi che speriamo in un futuro non lontano di non dover guardare con diffidenza chi ci siede accanto in treno, di avere controlli meno invadenti e più sicurezza negli aeroporti, di parlare con un Islam che parla di pace e si vuole integrare.

Noi che quell’11 settembre eravamo scioccati, mentre altri festeggiavano, ma che siamo stati scossi anche nel venire a conoscenza degli orrori e gli errori di Abu Grahib e di Guantanamo, che non tacciamo quando le “bombe intelligenti” invece dei terroristi colpiscono matrimoni o scuole. Noi che, in fondo, abbiamo avuto la nostra giovinezza segnata dall’integralismo islamico di Osama Bin Laden, come i nostri fratelli maggiori la ebbero dalla guerra nei Balcani, i nostri genitori dal terrorismo degli anni di piombo, i nostri nonni dalla seconda guerra mondiale.

Anche se lo sceicco del terrore era leader carismatico delle forze quaediste, è difficile pensare che controllasse ancora in maniera febbrilmente attiva il movimento, data la necessità di nascondersi, gli appoggi politici e tribali ormai compromessi, e le sue condizioni di salute.
Morto Bin Laden non è stato sconfitto il terrore. Questo sopravviverà, anzi, probabilmente in reazione a questo duro colpo inflittogli si accentuerà ulteriormente. Però un primo passo è stato fatto, con tutti i “se” e i “ma” che un’operazione storica del genere può comportare, con tutti i dubbi relativi a conferme, segreti militari e foto che non si spegneranno col tempo, anzi, andranno aumentando grazie allo sviluppo delle varie tesi complottiste che seguono a questi eventi.

Una cosa è certa: svegliandoci lunedì mattina noi, generazione Osama, cresciuti con la paura di un terrorismo nuovo, internazionale, integralista, diverso, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Il mondo è cambiato e cambierà, sta a noi fare in modo che lo faccia in meglio.


Autore: Stefano Basilico

Nato a Busto Arsizio nel 1990, vive a Misinto (MB) frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore de Il Patto Sociale, collabora con Fareitalia Mag.

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