Si guarda alle braccia, non si pensa ai cervelli. Mariano Maugeri parla di immigrazione

– Capita che le esigenze di semplificazione e di contingentamento dei tempi e/o dello spazio tipiche dei titoli sui giornali, o di interventi brevi alla radio o alla televisione, perpetuino nel grande pubblico dei preconcetti su temi delicati come l’immigrazione. Contribuiscono infatti a consolidare posizioni antitetiche, aprioristicamente contrarie o favorevoli, senza quegli approfondimenti necessari per sfatare miti fantasiosi ma consolidati e permettere un realistico approccio “laico” alla questione.
Ho pensato quindi di approfondire alcuni tra i più controversi aspetti dell’immigrazione con alcuni giornalisti particolarmente interessati alla materia. Ho iniziato con un’intervista a Mariano Maugeri, inviato del quotidiano economico Il Sole 24 Ore.

A Suo parere, l’attuale normativa sull’immigrazione in Italia è uno strumento adeguato per regolare il fenomeno a vantaggio della collettività ?
No. L’Italia, come ha osservato il professor Massimo Livi Bacci in un suo saggio del 2005, “Il Paese dei giovani vecchi”, soffre di un deficit del 40% di quella fascia di età della popolazione tra i 20 e i 40 anni che è fondamentale per ogni società. Una più accorta politica del welfare ha limitato in stati come la Francia ed il Regno Unito questo deficit ad un più ragionevole 5 o 7%.
Con un deficit del genere, non è possibile rinunciare all’immigrazione: la legge Bossi Fini e le altre normative in vigore non sono uno strumento adeguato.

E, specificamente, per quale motivo?
La questione è che il meccanismo dei flussi che permette l’entrata a chi dimostra di avere già un contratto di lavoro, indipendentemente dalla qualifica, impedisce una qualsivoglia forma di selezione meritocratica dell’immigrazione.
La selezione degli immigrati non deve essere considerata come una sorta di “cernita eugenetica”, ma come una normale politica di immigrazione di cui ogni stato di accoglimento ha diritto di dotarsi. Stati come il Regno Unito ed il Canada, economicamente compatibili con l’Italia, si sono dotati di politiche di immigrazione in grado di attrarre “cervelli”, e comunque persone ad alta capacità di apprendimento.
L’Italia, invece, puntando esclusivamente sul legame contratto di soggiorno/lavoro – qualsiasi tipo di lavoro – si è andata negli anni riempiendo principalmente di bassa manovalanza . Una vera politica di immigrazione non si può ridurre solo ad accogliere braccia, operai e badanti.
Nella confusione dei flussi anche noi attiriamo “cervelli”, ma si tratta di pura casualità, e per la maggior parte si tratta di risorse sprecate, utilizzate come bassa manovalanza…

Spesso si sente parlare di “fuga dei cervelli” italiani verso l’estero, di mancanza di lavoro per i nostri laureati più brillanti e così via… Da una lettura superficiale di tali notizie, sembra assurdo che sia necessario attrarre “cervelli” dall’estero!
Molti di questi giovani “cervelli” in fuga dall’Italia vorrebbero dedicarsi alla ricerca scientifica, ma non possono, perché nel nostro Paese la ricerca scientifica è ormai priva di fondi. E’ invece palese che vi sono ampi spazi per l’attrazione di stranieri dotati di una alta propensione all’imprenditorialità, al commercio, alla prestazione di servizi di alta qualificazione.

Alcuni servizi televisivi trasmettono dei servizi sui “cinesi” e perpetuano una immagine più o meno veritiera dei cinesi come quasi sempre dediti a fare i “terzisti”, spesso in nero…
Questo è un sistema produttivo che fa comodo ad un certo tipo di imprenditoria marginale italiana: è come se avessero la Cina o la Tunisia in casa! Si è creato un mercato funzionale alle imprese di fascia bassa. Un mercato della subfornitura  frutto di scelte di mercato che non puntano sull’innovazione e sulla qualità. Nonostante questo a volte i “cinesi” riescono a  diventare dei competitor riconosciuti per la qualità dei loro prodotti.
Purtroppo l’idea di perpetuare un mercato della subfornitura marginale e destinato agli immigrati segue logiche indipendenti dai titoli di soggiorno e riguarda anche gli immigrati di seconda generazione che dovrebbero essere a tutti gli effetti equiparati agli Italiani, invece scontano una serie di discriminazioni di natura socio-culturale che li mantengono in una situazione di emarginazione nel ciclo produttivo, si veda ad esempio la situazione dei pescatore di origine tunisina a Mazara del Vallo.

Alcuni ritengono una sciagura il ricongiungimento familiare da parte degli extracomunitari, senza considerare che è un potente incentivo all’integrazione e all’intrapresa economica. Si pensi ai tanti cittadini del Bangladesh che colonizzano i mercati al dettaglio dell’ortofrutta con le loro imprese familiari…
Sì, è vero, la famiglia è un fattore di stabilizzazione, i ricongiungimenti vanno incoraggiati.

Non capisco perchè alcuni movimenti anticapitalistici così pronti in ogni circostanza ad attaccare i lavoratori autonomi, i commercianti etc, considerati come evasori fiscali di massa, sfruttatori dei lavoratori e chi più ne ha più ne metta, si adoperino ad enfatizzare l’apporto positivo dei lavoratori autonomi extracomunitari, perdonando loro ogni mancanza di regola…
Accade anche questo perché ancora le barriere ideologiche non sono del tutto venute meno. Da una parte c’è la Lega che , teoricamente, non vuole immigrati, dall’altra c’è l’estrema sinistra che vorrebbe accogliere tutti, concedendo loro tutti i diritti senza considerare i doveri.
Un immigrante deve adattarsi alla società in cui vuole inserirsi, rispettare le sue leggi, ma deve avere anche dei diritti, non deve essere considerato solo come manodopera ed abbandonato a se stesso quando termina l’orario di lavoro. Non c’è mai stata, a livello nazionale, una politica di accoglienza: sono stati gli stessi imprenditori che si sono tassati per costruire degli alloggi per loro.
La mancanza di interventi pubblici adeguati per la costruzione di alloggi popolari, sia per gli Italiani che per gli stranieri, è un elemento che sicuramente crea degli attriti tra le fasce più deboli della popolazione, scatenando una guerra tra poveri.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

One Response to “Si guarda alle braccia, non si pensa ai cervelli. Mariano Maugeri parla di immigrazione”

  1. Gino Giuseppe Lorenzini scrive:

    L’applicazione della legge dell’Unione europea ha di recente depenalizzato il reato di cui all’art.6, c.3, D.Lgs.286/98. Altri paesi adottano misure migliorative.

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