Bin Laden è morto. La jihad, purtroppo, continua

di STEFANO MAGNI – Smaltita la prima ondata di entusiasmo per l’uccisione di Osama Bin Laden, la guerra continua.
“Guerra al terrorismo” è una definizione fuorviante. Confonde infatti i mezzi (terrorismo) con i fini: l’ideologia jihadista e la sua lotta contro la civiltà occidentale moderna.

Lo jihadismo odia di noi: il mercato libero (giudicato una tirannia del materialismo), l’eguaglianza dei diritti di uomini e donne, il pluralismo religioso, la democrazia (che implica pluralismo di vedute) e soprattutto la separazione fra Stato e religione, fra legge e religione, fra scienza e religione, il nostro attaccamento alla vita materiale che osa superare la tensione verso la vita ultraterrena. E’ questo che si trova nei numerosi messaggi di Bin Laden ed è ciò che si leggeva anche negli scritti di Sayyid Qutb, il principale ideologo del ‘900 dei Fratelli Musulmani, il movimento egiziano che ha fatto da “matrice” per tutti i partiti islamisti contemporanei. Ora è morto un terrorista, sia pure molto pericoloso e importante. Non la sua ideologia.

L’evento non implica necessariamente la fine di Al Qaeda, che è una rete di cellule autonome raccolte sotto un unico “brand”, ma libere di agire come meglio credono. Negli ultimi anni, Bin Laden era diventato più un simbolo che non un comandante operativo della sua organizzazione. La sua uccisione è un duro colpo al morale dei qaedisti, non alla loro struttura militare segreta.
Al Qaeda era comunque già un’organizzazione sofferente: dopo essere stata sloggiata dall’Afghanistan e dopo aver subito una sconfitta strategica in Iraq (soprattutto negli anni del “surge” di David Petraeus, 2007-2008) aveva mostrato un declino su tutti i fronti: appariva incapace di organizzare attentati di grandi dimensioni, meno trainante sul piano della propaganda, meno in grado di fare reclute, meno decisiva sul piano politico. Con alcune importanti eccezioni, quali la Somalia (ormai dominata dagli shebaab, di ispirazione qaedista), lo Yemen (dove è ancora militarmente presente) e parte del Maghreb occidentale (dove organizza ancora attentati e rapimenti), l’organizzazione appariva in crisi già da prima della morte del suo fondatore.

Purtroppo non c’è solo Al Qaeda. Il radicalismo della jihad assume molteplici forme.
L’uccisione di Bin Laden ha diviso al suo interno i giovani rivoluzionari tunisini. Molti di loro condannano l’azione americana, scrivono sui loro blog che Osama era una creatura americana, una pedina della guerra imperialista dell’Occidente. Ma, senza badar troppo alle contraddizioni, gli integralisti tunisini vedono in lui un “martire” che si è sacrificato nella lotta contro il nemico occidentale. Sono state numerose le manifestazioni dei gruppi radicali. “Bin Laden non è morto” – scriveva ieri un blogger tunisino – “ha lasciato migliaia di cloni, di piccoli Bin Laden, con le stesse barbe, gli stessi occhi carichi di odio”.

La sua uccisione ha provocato reazioni molto contrastanti in Palestina, sempre divisa fra Hamas e Fatah. Da Gaza, Ismail Haniyeh, leader di Hamas, ha espresso l’altro ieri una durissima condanna per l’accaduto definendo il capo di Al Qaeda “un combattente della Guerra Santa musulmana”. Salam Fayyad, del partito Fatah, capo del governo dell’Autorità Palestinese (che domina la Cisgiordania) ha avuto una reazione opposta. “Si era impegnato in un’opera di distruzione lungo la sua intera vita” – ha detto di Bin Laden – “Spero che la sua morte segni l’inizio della fine di questa epoca tenebrosa”.

Ma le Brigate Martiri di Al Aqsa, che hanno sempre combattuto sotto le insegne del “pragmatico” partito Fatah, sono di parere contrario: il gruppo si è definito “scioccato alla notizia che Bin Laden sia stato ucciso da miscredenti. Ma i combattenti in Palestina e in tutto il mondo proseguiranno nella loro missione”. Immancabile la smentita (tarda) del portavoce Abu Uday, che ha corretto il tiro affermando di non sapere nulla delle dichiarazioni precedenti e di non voler esprimere alcun giudizio su una vicenda “estranea alla Palestina”.

I Fratelli Musulmani, che si preparano ad affrontare (e probabilmente anche vincere) le prime elezioni democratiche in Egitto, hanno avuto, curiosamente, la stessa reazione dell’Iran: gli Stati Uniti, secondo Mahmud Ezzat, il numero due del movimento egiziano, avrebbero usato Osama e Al Qaeda come “pretesto per scatenare la guerra nei paesi musulmani”, ora “dovrebbero ritirarsi, ma solo perché non è giusto che occupino queste terre, non perché Bin Laden è morto”. “Ora che tutti i pretesti sono svaniti dovranno terminare tutte le operazioni militari in corso sul territorio” si legge in un comunicato del ministro degli esteri della Repubblica islamica. E’ una impressionante unità di vedute fra due Paesi, Egitto e Iran, che finora erano divisi e che ora potrebbero tornare ad allearsi. Contro gli Usa e l’Occidente.

Inutile dire che lo scenario peggiore è in Pakistan, dove il leader di Al Qaeda è stato ucciso. Nella potenza nucleare musulmana, teoricamente alleata con gli Stati Uniti, le moltitudini integraliste vedono ancora Osama come un eroe. Una prima manifestazione, a Quetta, ha radunato migliaia di radicali islamici sotto slogan anti-americani: “Bin Laden eroe del mondo musulmano, il suo martirio non fermerà la sua azione”. Un primo atto di rappresaglia, un uomo-bomba in una moschea di Chassadda, ha provocato quattro morti. Ora si temono anche pesanti ritorsioni contro la locale comunità cristiana.

Il tutto avviene sotto il silenzio imbarazzato delle autorità pakistane, che tuttora affermano di non essere state informate del raid contro Bin Laden, avvenuto a poche decine di km dalla loro capitale. E che, fino a ieri, avevano sempre negato che il leader di Al Qaeda fosse vivo (Benazir Bhutto, prima di morire in un attentato, affermava che fosse già defunto) e operativo nel loro territorio. Le vie del Pakistan sono infinite e misteriose…

Quanto seguito aveva lo sceicco del terrore nella popolazione musulmana di tutto il mondo? Fra i 150 e i 750 milioni di uomini e donne, secondo sondaggi effettuati dalla Tv satellitare Al Jazeera e altre fonti dopo l’11 settembre, lo vedevano come un eroe. E’ una statistica molto imprecisa. Fa riflettere, però, la stima più conservativa, più ottimista, quei 150 milioni di persone che ritengono Bin Laden un esempio: i nazisti tedeschi ed europei, gli ammiratori di Hitler in generale, non hanno mai neppure raggiunto quella dimensione numerica.
Finché non muore l’ideologia jihadista, non solo una sua figura-simbolo, la guerra continuerà come prima. Non possiamo permetterci di riposare sugli allori. Il conflitto più importante, quello delle idee e dei valori, è tutt’altro che vinto.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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