– Mai, forse, come ora, dopo i cruenti scontri politici e sociali della fine degli Sessanta del Novecento, la democrazia, i suoi principi fondamentali sono risultati così seriamente a rischio.
Il progressivo svuotamento dei contenuti che radicano la democrazia, più latamente il sistema democratico, ha contribuito a rendere il Paese estremamente fragile, lasciandolo pericolosamente in balia di interessi di pochi singoli. Tanto più che anche la vecchia Costituzione, forse ultimo baluardo ad un completo assoggettamento ai desideri del nostro autocrate-Presidente del Consiglio, è di continuo fatta oggetto di pressanti attenzioni.
In questo contesto nel quale si rincorrono preoccupazioni e grida di quanti avvertono un pericolo reale, va riscoperto, e quindi sostenuto, ciò che, inaspettatamente, può portare alla riaffermazione di una piena democrazia: l’architettura.

Il tema della democrazia nelle Arti, nell’Architettura, non è naturalmente recente, anzi affonda le sue radici nell’antichità. Proprio questo ne assicura il valore, ne certifica in un certo senso la bontà. Ma dall’antichità, in maniera assolutamente trasversale, attraversa epoche ed ambiti geografici anche opposti tra loro, fino a noi, alla nostra inquieta attualità.

Basti pensare alla Grecia. Se la democrazia fu la premessa per lo sviluppo dell’arte, essa divenne il vero e proprio motore di quella straordinaria pagina dell’urbanistica rappresentata dall’esperienza ippodamea. Un’esperienza rivoluzionaria, quella di Ippodamo di Mileto – l’architetto o metereologos oriundo dell’Asia Minore ricordato dalle fonti letterarie -, rivoluzionaria perché associava alla divisione regolare degli isolati e ad una suddivisione del territorio secondo criteri funzionali una teoria sulla migliore forma di governo. Teoria declinata con assoluta precisione, prevedendo il numero di cittadini futuri abitanti delle sue città, le classi nei quali sarebbero stati suddivisi, le tre specie di leggi esistenti e, ancora, le modalità di elezione dei magistrati. Teoria che divenne pratica urbanistica in città di straordinaria rilevanza come Mileto, Pireo, Olinto e Rodi, e soprattutto pratica politica, contribuendo alla codificazione delle norme democratiche ateniesi.

Ad una medesima valenza, anche se con implicazioni che mostrano chiare differenze a seconda degli ambiti cronologici e geografici, può riferirsi l’urbanizzazione dell’Italia romana, tra l’età repubblicana e primo imperiale. Anche l’operazione urbanistica promossa in Italia diviene il vettore politico della diffusione degli standars formali e funzionali: con nuovi impianti  e centri antichi  che si attrezzano  in un ripetitivo aspetto regolare con moduli insulari sempre più unificati.

L’architettura è strumento di democrazia, una rappresentazione della politica. Non semplice corollario, anche se imponente (la “solenne architettura” dell’Argan) come nella Scuola d’Atene, dipinta da Raffaello agli inizi del ‘500 nella stanza della Segnatura, alla Città del Vaticano.
Nello scorcio del nuovo secolo la funzione dell’architettura, e quindi della città che ne costituisce una delle significative espressioni, inizia a riscoprire la sua centralità anche recuperando una valenza dimenticata. Una valenza dalla quale ci si è lentamente allontanati nel corso degli ultimi 20/30 anni del Novecento. Forse anche a causa della perdita di prestigio, provocata da un lato dalla sua trasformazione in attività commerciale e industriale e dall’altro dalla progressiva visibilità acquistata dalle archistar. In particolare è il mercato (il sistema dello YES, y(en)e(uro)s(dollaro), secondo la definizione di Rem Koolhaas), la sua forza sempre più pervasiva e dirompente, ad aver creato delle crepe nell’architettura. Cosi come la globalizzazione della finanza e dei consumi. Con la loro affermazione, lentamente, si è andata trasformando la nozione stessa di città e l’architettura ha finito per inseguire una miriade di superfici indifferenti al contesto. Una serie di immagini, modelli, standardizzati, che, invece di misurarsi con il concreto, sembrano quasi volersi uniformare alle rappresentazione delle città prodotte da altre arti: dalla letteratura (Le Città invisibili di Calvino, Underworld di De Lillo) al cinema (Matrix, Blad Runner).

In questo scenario è naturale che l’architettura venga ripensata per giungere ad una ridefinizione del concetto e forse della missione.
Tralasciando il primo problema, sul quale di recente si è riacceso un significativo interesse da parte dei maître à penser in materia (segnalo en passant il nuovo saggio di V. Gregotti, Architettura e postmetropoli, edito da Einaudi), vale la pena soffermarsi sugli scopi. Una delle sue funzioni credo sia chiara: continuare ad aiutare la realizzazione della libertà, dovunque, ma soprattutto in quei Paesi nei quali la libertà al momento manca. L’architettura può dunque contribuire ad innescare o anche ad accelerare il ristabilimento di sistemi democratici. Insomma l’architettura come motore di libertà.

Un motore che, proiettato nel futuro piuttosto che nel presente, sembra volersi riappropriare degli esempi antichi. Mentre l’interesse sembrerebbe concentrato su città mondiali, su agglomerati avanzati, su network urbani, si riscopre un interesse non marginale per un modello di città definita nei suoi limiti, ma anche nelle sue differenti identità. Un interesse che certamente ha una matrice italiana: un indizio ne è la mostra che alla Reggia di Venaria racconta i destini della Bella Italia, attraverso le sue città. Città nelle quali, spesso, la storia è il sovrapporsi di stratificazioni, ognuna partecipe di battaglie di libertà e di democrazia. In fondo è proprio l’indistinto, la non contestualizzazione del progetto, dell’architettura,  a decretare la sua marginalità.

Proprio per questo l’architettura, la città, sono a tutti gli effetti, strumenti di democrazia. Perché devono tenere presente, possibilmente, le attese dell’intero numero dei suoi abitanti, sforzarsi di garantire il loro benessere collettivo. La città deve essere uno spazio di vita condiviso, un luogo di appartenenza. Ed è proprio sulla qualità di quegli spazi comuni che si “pesa” la città. Come osservava Italo Calvino, d’una città non ci si limita a godere delle “sette” o delle “settantasette meraviglie” ma prima di tutto si apprezza “la risposta che sa dare a una tua domanda”.

Le esperienze avveniristiche degli Archigram, degli Archizoom, del Superstudio, di Tschumi, di Koolhaas, di Zaha Hadid o le città spaziali di Yona Friedman non possono rispondere, da sole, a questo quesito. C’è bisogno di un progetto globale, una sorta di compromesso tra lo spazio urbano, de-urbanizzato con più verde, collegamenti veloci con la periferia, una pianificazione edilizia rigorosa e “case più basse”, le postmetropoli dell’America latina e dell’Asia e le città regolari romane di tradizione ippodamea. Un mix che esalti e non deprima (né rinneghi) la tradizione. Una sintesi tra la “eco-città compatta” ipotizzata da Gabriele Tagliaferri, docente di Architettura Tecnica a Ferrara, l’instabilità caratteristica di Città del Messico come Pechino o Shanghai, la sistemazione ortogonale riscontrabile in tanti impianti dell’Italia romana.

Ma perché questa sintesi possa compiersi, realizzando reali spazi condivisi, giungendo ad un’architettura che si faccia traino di libertà e democrazia, occorre una riflessione. Così come occorrerebbe in politica. Una riflessione che rielaborando passato e presente, passando da Vitruvio a Fuksas, dalla Cité industrielle di Granire agli scritti di Walter Benjamin, da Le Corbusier a Kahn, dai Taccuini romani di van Heemskerck con l’Arco di Tito al quartiere dell’Eur a Roma,  sia in grado di porre le basi per un futuro democratico e libero.

L’architettura in tale modo non correrà il rischio di divenire lo strumento di consenso di un qualsiasi despota di qualsivoglia angolo del mondo. Perderà la sua valenza di simbolo del potere che spesso ha incarnato nel passato come nel presente, sia per gli imperatori di Roma antica come per gli amministratori moderni locali. L’architettura sembra aver recepito, anche in questo caso molto prima della politica, questa tendenza, cercando di dare risposte efficaci alle necessità delle comunità. 

Ripensare la città, avendo come punto di approdo un contenitore che non divenga “l’abisso della razza umana”, come sosteneva Rousseau: questa è la sfida dell’architettura contemporanea. Una sfida in nome della democrazia e della libertà.