Uninominale: i britannici al voto per difendere (o cambiare) il maggioritario secco

– Il prossimo 5 maggio, contestualmente al rinnovo dei parlamenti di Scozia, Galles ed Irlanda del Nord, i britannici saranno chiamati in tutto il paese a votare per uno storico referendum sul sistema elettorale. La consultazione potrebbe, infatti, segnare la fine del sistema elettorale maggioritario secco che rappresenta uno dei più consolidati marchi di fabbrica della democrazia anglosassone.

Gli elettori si troveranno di fronte alla scelta se votare No, mantenendo il modello del “fist past the post system” (FPTP) oppure votare Sì, introducendo l’ “alternative vote” (AV) sul modello australiano.
I due sistemi hanno alcuni importanti punti di contatto. Sono entrambi sistemi puramente uninominali, cioè modelli in cui il paese è diviso in tanti collegi quanti sono i seggi da assegnare ed in cui ogni collegio elegge un solo deputato.

Nel FPTP risulta eletto il candidato che prende più voti in quel collegio, senza che vi sia necessità che ottenga la maggioranza assoluta.
L’AV è un sistema, invece, alquanto più complicato. Gli elettori non si limitano a votare per un candidato, ma al contrario possono “mettere in ordine” i vari candidati. Cioè possono esprimere sulla scheda elettorale una prima scelta, ma anche una seconda scelta, una terza e così via.
Se nessun candidato ottiene la maggioranza delle prime scelte, il candidato che risulta ultimo in classifica viene eliminato. A quel punto si considerano le schede in suo favore ed esse vengono ridistribuite a favore degli altri candidati a seconda della seconda preferenza espressa.
Il procedimento si ripete e fino a che un candidato non viene ad avere la maggioranza assoluta si continua ad eliminare l’ultimo in classifica ed a ridistribuire i suoi voti sui candidati che restano in corsa.

Gli effetti dell’AV sono teoricamente abbastanza simili a quelle di un sistema uninominale a doppio turno, tanto che in certi casi è anche denominato sistema a ballottaggio istantaneo (instant run-off o IRV). Anche nei modelli a doppio turno, infatti gli elettori dei candidati che non si qualificano per il ballottaggio hanno una seconda possibilità di ridistribuire i propri consensi per far vincere comunque il candidato meno lontano tra quelli che restano in lizza.

I due partiti della coalizione di governo, Conservatori e Liberaldemocratici, sono divisi sul referendum, i primi in favore del sistema tradizionale, i secondi a sostegno dell’AV.
L’indizione della consultazione faceva parte, tuttavia, del patto siglato da Cameron e Clegg per dare vita all’esecutivo dopo le elezioni della primavera scorsa.
I Laburisti hanno scelto di lasciare libertà di coscienza sulla consultazione, mentre quasi tutti i partiti minori sono schierati a sostegno del cambio di sistema elettorale.

La posta in gioco di questo referendum è pesante. Il successo dell’AV potrebbe mutare in modo permanente le tradizionali dinamiche della politica britannica, facendola fuoriuscire dal binario di bipartitismo che fino ad oggi l’ha contraddistinta.

I Liberal Democrats beneficerebbero dell’AV in maniera duplice. Da un lato gli elettori si sentirebbero più liberi di votare per loro perché la disponibilità di seconde preferenze farebbe sì che non si trattasse in ogni caso di un voto disperso.
Dall’altro la loro posizione mediana nel panorama politico permetterebbe loro di intercettare seconde preferenze sia da destra che da sinistra. In questo senso, nei collegi in cui si trovassero a scavalcare almeno uno dei primi due partiti a livello di prime preferenze, potrebbero finire per scavalcare anche l’altro grazie alle preferenze ridistribuite dei candidati esclusi.

Si potrà prevedere anche una crescita in termini di consensi di altri partiti minori, gli euroscettici dell’UKIP, i Verdi ed il British National Party. Basta prendere in esame i rispettivi risultati (16,5%, 8,6% e  6,2%) alle europee del 2009, svoltesi con il proporzionale, per realizzare come sia rilevante il loro potenziale elettorale.
In questo contesto, gli hung parliaments e quindi la necessità di governi di coalizione da eccezione diverrebbero probabilmente la norma.

Dopo un iniziale vantaggio nei sondaggi per i sostenitori dell’AV, nelle ultime settimane il tradizionale FPTP sembra aver guadagnato terreno nei sondaggi ed è adesso dato solidamente in testa.

Non c’è dubbio che l’AV sia un buon sistema elettorale, probabilmente sul piano teorico superiore al FPTP, almeno per due ragioni.
La prima è che gli esiti del maggioritario secco rappresentano per molti versi profezie autoavverantisi, nel senso che gli elettori tendono a esprimere voti non tanto sulla base dell’effettiva prossimità ideologica o programmatica ad un candidato ma piuttosto dell’aspettiva che possa vincere – quindi la previsione dei risultati condiziona ed orienta i risultati più che in qualsiasi altro sistema.
La seconda è che nel FPTP la presenza di due candidati con programmi simili, e quindi in linea di principio parimenti appetibili per la stessa parte dell’elettorato, può portare a “splittare” i voti di quella parte politica facendo vincere un candidato di idee opposte. Quindi ad esempio l’eventuale emergere di un secondo partito di destra porterebbe alla vittoria della sinistra, anche a fronte di un complessivo spostamento a destra dell’elettorato.
Questi due meccanismi fanno sì che gli elettori siano restii a dare corda a candidati non appoggiati dai partiti storici, indipendentemente dal grado di condivisione della loro proposta e consegnano quindi la rappresentanza pressoché esclusiva delle due polarità politiche ai partiti incumbent.

Sul piano pratico, tuttavia, il passaggio all’AV significherebbe minare un modello elettorale che ha dimostrato nel tempo alti livelli di efficienza e che tra i suoi meriti ha la capacità di produrre quasi sempre maggioranze parlamentari chiare.
Dal 1929 il maggioritario secco come lo conosciamo ha prodotto degli hung parliaments in sole due occasioni (1974 e 2010), contro 18 elezioni che hanno invece visto un partito ottenere la maggioranza assoluta.

Il grande merito del FPTP è quindi quello che, salvo eccezioni occasionali, è la cabina elettorale a produrre il governo in maniera univoca, senza la necessità di ricorrere a negoziati ed alchimie postelettorali che, come ben sappiamo, sovente innescano comportamenti poco virtuosi.
Inoltre fa sì che i partiti maggiori tendano ad essere il più possibile plurali e rappresentativi per poter vincere i collegi. Non essendoci possibilità di “appello” come ballottaggio o ridistribuzione dei voti, un voto in più può fare la differenza e nessun partito può illudersi di poter prevalere se si “asserraglia” ideologicamente.

Le diverse anime ed istanze del Paese vengono quindi a comporsi all’interno dei partiti maggiori e non c’è incentivo al consolidamento elettorale di partiti estremisti o protestatari.
Si tratta di una dinamica opposta rispetto al sistema francese, che fa sì che alla fine i seggi siano vinti da partiti sempre meno rappresentativi, che quasi sempre non vanno oltre il 20-30% dei voti, mentre tutto intorno prosperano forze elettorali radicali, arrabbiate e non rappresentate in parlamento.
Un possibile rischio del passaggio all’AV é anche questo.

In definitiva, da un punto di vista pragmatico, sarebbe probabilmente un errore per i britannici abbandonare un sistema elettorale che ha da sempre garantito stabilità, governabilità e moderazione politica e che ha rappresentato uno degli ingredienti di quel valido edificio istituzionale che si è dimostrato il modello Westminster.

In ogni caso un Paese come il nostro, che continuamente discute della riforma elettorale e puntualmente tira fuori leggi barocche e compromissorie (come il “Mattarellum” ed il “Porcellum”), dovrebbe guardare con grande attenzione al referendum britannico, e scoprire la validità e la “pulizia” dei modelli uninominali puri, come i due tra i quali sono chiamati a scegliere giovedì i sudditi di Sua Maestà.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Uninominale: i britannici al voto per difendere (o cambiare) il maggioritario secco”

  1. creonte scrive:

    il problema è che ormai ha sempre meno senso la parte “territoriale” del voto: uno è comunista, illuminista, ecologista o decadente e questo si dovrebbe trasferire nell’ambito del luogo che produce leggi. Il territorio e i collegi fanno venire meno quest’aspetto, quasi che nel 2011 sia più importante il clan (regione d’appartenza) alle idee personali.

    il parlamento è luogo delle idee, non luogo della par condicio fra regioni. e ovviamente le idee devono esser chiaramente espresse, altriementi è solo un’autarchia bipartica (davvero no stato fondato sulle segreterie di partito!)

    “scegliere” fra due è troppo poco. In un mondo poi in cui si sta riducendo il mercato di articoli di massa a favore di una ricca varietà com’è giusto che sia nell’epoca del terziario avanzato

  2. pippo scrive:

    Il Parlamento deve rappresentare i cittadini, e i cittadini per decidere i loro rappresentanti devono conoscere i candidati.

    Ci possono essere posti che si selezionano in ambito Comunale se il Comune ha almeno 200.000 abitanti altri in ambito Regionale se la Regione ha almeno 4.000.000 abitanti e il rimanente per completare i posti vacanti in ambito nazionale.

    I partiti sono associazioni che si occupano di politica e si finanziano con i propri iscritti ma per accedere al Parlamento partecipano canditati con la propria storia e non con liste formate da partiti. Al Parlamento si può essere membri al massimo per 8 anni. Si vota nell’ambito comunale o regionale allo scadere di ogni singolo mandato di 4 anni o in caso che il posto assegnabile si libera.
    Le elezioni per integrare i posti liberi avvengono una volta l’anno.

    I cittadini hanno quindi interesse ad avere Comuni e Regioni grandi ma c’è ugualmente rappresentatività per chi si trova in Comuni e Regioni piccoli. Tutti partecipano alla selezione dei posti nazionali.
    Per i posti in ambito Comunale e Regionale si può usare il metodo inglese o australiano per quelli nazionali vale l’ordine dei più votati. Un candidato si può presentare per concorre in un solo ambito Comunale Regionale Nazionale.
    Un Parlamentare non può ricoprire cariche elettive in Comuni o Regioni. Le provincie sono da abolire.

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