– Barbara Spinelli, editorialista di punta de la Repubblica ha scritto l’altro giorno uno di quei suoi pamphlettini morali che lo leggi e ti senti un sacco Giuliano Ferrara, che di Spinelli non è esattamente il più convinto estimatore.
Lo scritto in questione a onor del vero è una bulimia di annichilimento intellettuale, una overdose di autismo ideologico scalfariano. Una roba borderline: imbarazzante per la credibilità dell’autrice, se non fosse che quel genere di riflessioni, quel concentrato di iperbolici, infondati, distonici sillogismi analitico-intellettuali, al lettore ‘repubblicano’ pare provochino impareggiabile goduria. Il tema del mini-saggio in questione è la “malattia capitalista” che la crisi economico-finanziaria del 2007 avrebbe mostrato in tutta la sua minacciosa terminalità.

Il mondo ottusamente libero si ostinava ancora a negare a cospetto dell’evidenza che la colpa fosse appunto del virus capitalista, quando ecco spuntare al capezzale del corpo statuale malato Barack Obama. Ed è Obama, con la sua negritudine catartica, che individuerà prognosi e relativa soluzione terapeutica, qui sintetizzata nell’ermeneutica spinelliana: il “ritorno dello Stato, nella qualità di riordinatore di un mercato impazzito, di garante di un bene pubblico minacciato da interessi privati lungamente dediti alla cultura dell’illegalità”. La terapia obamiana mette a posto le cose perché – diagnostica Spinelli – “senza l’intervento degli Stati le economie occidentali sarebbero precipitate.”

Ora, non è che il morbo sia stato proprio debellato con la ricetta obamiana. E su questo conviene anche l’autrice, secondo la quale tuttavia c’è una ragione, e quella ragione è che il virus liberista contagia, dilaga, impazza – sostiene – soprattutto a destra dove, con “la forza ipnotica che esercita sulle opinioni pubbliche”, fa montare il populismo, quindi l’ignoranza, la xenofobia. E qui, la Tac spinelliana mostra le viscere dell’hic et nunc destro-liberista: “il rifiuto dello straniero, la designazione dell’Islam come capro espiatorio, la chiusura delle frontiere mentali prima ancora che geografiche”.
Siccome ai nuovi populismi la democrazia parlamentare e la libera stampa non vanno a genio, allora – constata  –  ecco “le incongrue ma efficaci offensive antistataliste contro Obama, nel preciso momento in cui l’economia ha più bisogno dello Stato”.

Se la stampa contesta le scelte economiche di Obama, per Spinelli è perché l’industria dell’informazione è essa stessa serva del Capitale. È anzi – la libera stampa americana – fabbrica di illusioni, servile e funzionale al grande disegno capitalista che consiste nel drogare il drogato, impedirgli di sapere, capire, esser libero di, appunto, cogliere la bellezza dello Stato, volere più Stato, servire, amare, pascere lo Stato. Ovvero nutrire il desiderio viscerale di correre a pagare le tasse per poterci fare scuole, ospedali, assistenza per i più deboli. Tutto questo è il bello del bene pubblico che il morbo capitalista impedisce di vedere.

Questa verità però – si allarma Spinelli – ci è occultata. Lo stesso Obama, per timore – chissà – magari di strafare, ha preferito occultarla un po’. Non ha avuto le palle di dire agli americani che il capitalismo non è quella cosa che ha posto le fondamenta della libertà, della prosperità, dell’egemonia culturale degli States (e permesso ad un underdog come lui di arrivare alla Casa Bianca); Obama non ha avuto le palle di dire ai suoi ed al mondo malato che il Capitalismo è l’untore che lo ha portato a un passo dall’aldilà. Non a caso – constata allarmata Spinelli – il primo Presidente nero degli Stati Uniti rischia adesso di perdere le prossime elezioni!
Obama avrebbe invece dovuto arrivare fino in fondo, cogliere l’opportunità del tornante epocale offertogli dalla storia per mostrare a tutti come la fede nella libertà non sia altro che un’allucinazione di massa, e che la salvezza, la vera prosperità risiede invece in null’altro che nello Stato.

Queste cose, Barbara-figlia-di-Altiero, le ha scritte – immaginiamo – liberamente, senza pressioni del Capitale, senza intimidazioni. Le ha scritte sulla testata nazionale più influente del paese. Sillogisticamente parlando, dunque, pur subendo il regime, Spinelli è libera. Come liberi sono i  suoi – ci auguriamo numerosi – lettori. Come liberi siamo noi – plagiati mentali che non siamo altro – di inorridire a cospetto di così clamorosamente pompose scemenze.