Ecco perché la Corte di Giustizia UE ha bocciato il carcere per i clandestini

 – Il fallimento della politica della “carcerizzazione” della clandestinità, oltre ad essere confermato dalle statistiche, trova una forse definitiva “certificazione” sotto la spinta del diritto sovranazionale.
La sentenza della Corte di Giustizia UE potrebbe rappresentare un significativo spartiacque nella governance dei fenomeni migratori e dei loro meccanismi di controllo e regolazione, con profonde ripercussioni sia sotto il profilo della politica giudiziaria che in ambito di attività delle forze di Polizia.
Erroneamente, il ministro Maroni ha parlato di bocciatura del “reato di clandestinità”, forse alludendo al reato di ingresso e soggiorno illegale nel Territorio dello Stato, introdotto dal Parlamento nel 2009, e dimostrando che il proliferare di norme in materia di immigrazione ingenera non poca confusione persino nei membri del Governo.
Oggetto della pronuncia, invece, è il già contestato articolo 14, comma 5-ter, del D. Lgs. 286/98, che sanziona lo straniero che senza giustificato motivo permane illegalmente nel territorio dello Stato, in violazione dell’ordine impartito dal Questore, con la reclusione da uno a quattro anni.

In sintesi, ad essere censurata dalla Corte è la sanzione della reclusione per il reato di inottemperanza (sanzione tra l’altro non prevista per il reato di ingresso clandestino, punito solo con un’ammenda).

Per un verso, la misura detentiva viola i principi di proporzionalità che le misure adottate dagli Stati UE devono avere per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Infatti la sanzione del carcere interviene dopo che il Questore impartisce l’ordine di lasciare il Territorio, dunque dopo l’accertata violazione di un semplice passaggio intermedio della procedura di esecuzione dell’espulsione.
Gli Stati dovranno “…continuare ad adoperarsi per dare esecuzione alla decisione di rimpatrio, che continua a produrre i suoi effetti”, anche attraverso misure coercitive, ma nel rispetto di canoni di proporzionalità.

Desta così preoccupazione che il sistema delle espulsioni, o meglio della loro esecuzione, nel nostro ordinamento nazionale prevede un meccanismo esattamente rovesciato rispetto a quello previsto, a livello comunitario, nella c.d. “Direttiva rimpatri”, di recente entrata in vigore.
La legge italiana prevede infatti l’allontanamento volontario dello straniero come modalità residuale, solo quando non sia possibile accompagnarlo coattivamente o trattenerlo in un Centro di identificazione., e quindi in contrasto con il diritto comunitario, innanzitutto con la portata delle norme della “Direttiva rimpatri”, proprio in quanto ritarderebbe l’allontanamento degli stranieri, trattenendoli negli istituti di pena.

Ed è significativo che la sentenza della Corte di Giustizia Europea arrivi a ritenere l’adozione della misura del carcere “d’ostacolo” alle procedure di rimpatrio

Analizzando le statistiche fornite dalla Caritas, poi, si evince come nell’ultimo decennio il numero dei rimpatri sia diminuito progressivamente e drasticamente, proprio quando (dal 2004 in poi) diventava obbligatorio l’arresto degli stranieri che non ottemperavano all’Ordine del Questore, permanendo sul territorio.I Centri di identificazione ed espulsione, poi, hanno proceduto, nel 2009, a rimpatriare solo 38 trattenuti su 100 (nel 2006 erano stati quasi il doppio).
Insomma, all’aumentare dei processi penali per gli irregolari,  i rimpatri sono diminuiti, così da rendere indifferibile un integrale cambio di rotta nella gestione del fenomeno migratorio.Essendo le norme nazionali incompatibili con i principi comunitari, le risorse dovranno essere impiegate sempre di più per rendere effettivi i rimpatri, in luogo di occupare le forze di polizia, nonché ovviamente i Tribunali, per le attività preparatorie alla celebrazione dei processi, aggravandone il carico organizzativo, con ricadute dirette sulla stessa collettività che si vorrebbe “tutelare” dal cittadino irregolare.


Autore: Matteo Megna

Romano, 35 anni, avvocato penalista. Già collaboratore al Parlamento europeo con i Radicali italiani, si occupa di diritto penale e di diritto dell'immigrazione.

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