C’era una volta, ma adesso non c’è più. Nel PdL solo le macerie di un centro-destra ‘nazionale’ e ‘atlantico”

C’era una volta un centro-destra che faceva dell’orgoglio nazionale e della solidarietà occidentale e atlantica un connotato costitutivo e “non negoziabile”. Un centro-destra (liberale, moderato, repubblicano e “patriottico”) che non temeva – nemmeno accanto ad un presidente impopolare come Bush jr – di fare della “pregiudiziale democratica” un principio d’identità e di differenza rispetto a culture – non solo, ma innanzitutto di sinistra – per cui alla “pace” si poteva sacrificare la libertà.C’era una volta, ma adesso non c’è più, soppiantato da una coalizione a trazione leghista che ha regalato agli avversari il tricolore, l’inno nazionale e perfino “l’America”, e si è rifugiata nel pregiudizio localista e anti-mondialista. E non c’è più, questo centro-destra, perché il suo leader e fondatore, Berlusconi, ha scelto di suicidarlo, prima usandolo per sé, rispetto alle vicende personali e processuali, e poi consegnandolo ad altri, cioè sottomettendolo alla Lega, che lo costringe ad essere un partito contro: contro gli Usa, contro la Francia, contro la Gran Bretagna, contro la Nato.

Ieri, a cantare l’inno nazionale in piazza San Giovanni era Eugenio Finardi, a sventolare il tricolore nelle piazze erano le sinistre politiche e sindacali e a difendere realisticamente le ragioni del regime change in Libia c’era, accanto alle opposizioni di Fli e Udc, il Pd, ma non il PdL, impegnato a cercare una mediazione dopo l’ultimo ricatto di Bossi: “Se non votate la nostra mozione, cade il governo”. Di quel centro-destra – di quella casa comune che il PdL doveva costruire – restano ormai solo le macerie. Un centro-destra autenticamente occidentale, grazie a Berlusconi, era uscito da uno stato di minorità, ora invece, a causa di Berlusconi, va incontro all’estinzione.

A dettare legge è il Carroccio la cui cultura, in tutta Europa, non è egemone, ma antagonista a quella delle destre di governo, e che invece in Italia può trascinare l’esecutivo – malgrado l’impegno da questo assunto in sede internazionale – a sposare la causa isolazionista.

Qualunque sia il compromesso che consentirà a Lega e PdL di trovare un accordo – e l’accordo ci sarà, non c’è da dubitarne – ciò che oggi è in discussione, in Italia, non è la tenuta del governo, ma la credibilità di un intero schieramento politico, che in Europa è insidiato dalle destre populiste, ma in Italia è asservito ad esse, come si vede dai complimenti che il PdL riserva alle “proposte” della Lega.

Intanto, ogni giorno, i militari italiani rischiano la vita in missioni che trovano più sostegno nell’opposizione che nella maggioranza e che una parte dell’esecutivo rinnega, come se riguardassero la responsabilità di altri. Futuro e Libertà rappresenta coloro che preferiscono rischiare stando dalla parte giusta, quella della libertà e della democrazia, che chiamarsi fuori e lasciare ad altri la responsabilità di difendere chi viene massacrato dall’ex amico Gheddafi.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

One Response to “C’era una volta, ma adesso non c’è più. Nel PdL solo le macerie di un centro-destra ‘nazionale’ e ‘atlantico””

  1. Più che asservito, come scrive Della Vedova, il PdL ambisce a incarnare una destra populista ed è, nelle ultime settimane, in picchiata nei sondaggi. Non meraviglia che la grande maggioranza dei liberali in esso presenti sia da tempo fuoriuscita. Chissà se il PdL si interrogherà sulla gravità di questo, sullo smarrimento di quella che, fin dal ’94, il berlusconismo poteva rappresentare in termini di innovazione per la politica italiana. Quello che ne rimane, assomiglia sempre di più ad un’indistinguibile poltiglia di conservatorismo statalista.

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