di CARMELO PALMA – L’uccisione di Osama Bin Laden non chiude dal punto di vista militare la stagione della guerra al terrorismo internazionale, che ha costretto l’Occidente a misurarsi con i problemi di un nuovo ed inedito disordine mondiale e a rottamare politiche di sicurezza e difesa di stampo “tattico” o isolazionista.

Osama non era più – probabilmente – la testa del serpente né il depositario del veleno che la rete di Al Qaeda sparge, a piene mani, nel mondo libero. Però era e restava il simbolo di una stagione macabramente “vincente”, quella dell’attacco alle Torri Gemelle e al cuore dell’anima occidentale. Per questo era necessario catturarlo o ucciderlo e così dissolvere il fantasma della sua invincibilità. E’ stato fatto e, almeno da questo punto di vista, si può voltare pagina.

Ciò che dopo la sua morte non può essere archiviata è la politica verso cui Bin Laden ha trascinato il mondo libero e alla quale molti – e irresponsabilmente – continuano a mostrarsi riluttanti e indisponibili. Dopo Osama, la partita della sicurezza e della pace si gioca soprattutto “in trasferta”. Il disimpegno internazionale – magari compensato da immaginarie Linee Maginot per separare il destino dell’Oriente da quello dell’Occidente, il Cristianesimo dall’Islam, “noi” da “loro”– non è più un’opzione politica, ma una pratica suicida, che un elettorato impaurito può anche plebiscitare, ma una classe dirigente responsabile non dovrebbe mai proporre.

Che Bin Laden sia stato ucciso mentre i “partigiani della pace” del Carroccio lavoravano contro la “guerra a Gheddafi” suona come un monito e come una smentita della ineluttabile divisione del mondo in una nuova logica dei blocchi, non più fondata sulle divergenze ideologiche e politiche, ma territoriali, etniche e religiose.

La destra “ingenua” di Bush proponeva come risposta alla sfida del terrore un “imperialismo democratico” molto più intelligente e nobile di quanto non apparisse. La destra cinica di Bossi – che parla della Libia pensando all’esito delle elezioni di Gallarate – vorrebbe invece incamminarci su di una strada che ci porta moralmente all’inferno e politicamente al suicidio.