Primo Maggio, o del fare polemica e non riformare

di MARIANNA MASCIOLETTI – Ha destato molte polemiche la decisione del Comune di Firenze (poi anche di quello di Milano) di dare la facoltà ai negozianti del centro storico di aprire le saracinesche domenica primo maggio.
In particolare Susanna Camusso, segretario generale della CGIL, ha iniziato contro il sindaco di Firenze Matteo Renzi una dura polemica, in seguito alla quale i sindacati hanno proclamato, a Firenze e a Milano, lo sciopero per la giornata di domani, con tanto di corteo.

Immediatamente, come al solito, l’Italia si spacca: questa volta la divisione sembra essere quella, quanto mai moderna e al passo coi tempi, tra i capitalisti sfruttatori col cilindro in testa e i sindacalisti eroici col fazzoletto rosso al collo.
C’è chi sostiene che far aprire i negozi durante la festa dei lavoratori sia un sacrilegio (“La festa non si vende”, cit.), chi sostiene che solo aprendo i negozi il primo maggio, nonché in tutte le altre feste comandate, si salverà l’Italia dalla crisi (e il mondo dall’invasione degli alieni, giacché ci siamo), insomma, le barricate sono erette e i combattenti hanno preso il proprio posto.

In mezzo al caos, qualche voce di buon senso si è levata a far presente che il comune di Firenze ha lasciato ai negozianti la libertà, non imposto loro l’obbligo di aprire; che in un Paese come l’Italia, in una città come Firenze, nella cui economia il turismo gioca un ruolo fondamentale, un centro storico tutto chiuso dà una pessima impressione; che il comune di Firenze aveva proposto ai sindacati, fin da parecchi mesi fa, un accordo (rifiutato) per cui il primo maggio avrebbero lavorato degli interinali, mentre commessi e commesse “ufficiali” avrebbero potuto riposare.

Tutto questo va benissimo, ma non tocca il reale centro della questione, che, sarà per distrazione, sarà perché è un argomento poco “maneggevole”, nessuno pare aver menzionato nel prendere posizione in questa polemica.
Molti, infatti, hanno preso posizione contro l’apertura straordinaria dei negozi perché a rimetterci, sostengono, saranno non i negozianti, non i proprietari, ma come al solito i commessi e le commesse, sfruttati e sottopagati, senza contratto o con un contratto non conforme alla loro mansione, che si vedranno sottratto anche uno dei pochi giorni di festa finora garantiti.

In un ragionamento del genere, colpisce come “sfruttati, sottopagati e senza contratto” non sia visto come il centro del problema, ma come un dato di fatto, acquisito e immutabile, mentre il centro del problema (e il responsabile dello sfruttamento) sarebbe il crudele Renzi che ha voluto per forza far aprire i negozi.

Tutto molto consolatorio: ci sono le povere vittime, ci sono i malvagi sfruttatori, c’è il cattivo che offre l’occasione agli sfruttatori di spremere ulteriormente le vittime, non manca più nessuno (forse giusto Don Camillo e Peppone, ma Wikileaks ci informa che sono personaggi di fantasia). Peccato però che, se si esamina la questione senza voler per forza ridurla a un contrasto di tifoserie, si capisca che le cose non stanno precisamente così.

Siamo d’accordo sul fatto che, in un Paese civile, e tanto più in una Repubblica democratica fondata sul lavoro (cit.) ogni lavoratore dovrebbe avere diritto ai suoi giorni di riposo; questi giorni di riposo, però (come pure uno stipendio dignitoso, orari umani, un trattamento rispettoso) dovrebbero essere stabiliti in un contratto, firmato di comune accordo dal lavoratore e da colui che lo assume.

Se però i datori di lavoro assumono i commessi in nero, oppure propongono loro contratti non adatti alle loro mansioni, come l’associazione in partecipazione, è chiaro che questo tipo di garanzie viene meno. Ci si dice che questa è pratica comune, che siamo degli ingenui se non sappiamo che nel commercio ormai si lavora solo così, che “in Italia si sa come vanno le cose, e si sa per colpa di chi”, che insomma il destino ineluttabile di milioni di lavoratori del commercio è di scordarsi il contratto nazionale e di essere sostanzialmente gli schiavi del ventunesimo secolo.

Ma, ci domandiamo noi, questo destino è proprio così ineluttabile? Non è un paradosso che i lavoratori, sindacato in testa, anziché prendersela con chi non propone loro un contratto e una retribuzione adeguati si scaglino contro chi, in fin dei conti, non ha fatto altro che eliminare un divieto?

Ci si rinfaccerà che noi “non capiamo”. Ci si ripeterà che “la gente deve pur lavorare”.
D’accordo, d’altronde da queste parti non siamo estranei al meccanismo del “se non si lavora non si mangia”. Però, permetteteci, non si può sempre continuare ad accusare “gli altri”, “il sistema”, “i poteri forti”, il malvagio governo di centrodestra o il malvagio sindaco di centrosinistra se si è i primi ad accettare di lavorare nell’illegalità.

Troppo facile, anche per i sindacati, buttare la croce del crudele sfruttatore addosso a chi offre ai negozianti la possibilità di aprire un giorno in più, senza d’altra parte fare mai nessun passo serio verso una vera e sostanziale riforma del mercato del lavoro, ispirata a un principio altro dal “chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori”.
Troppo facile, sull’altro versante, per chi è d’accordo con Renzi e Moratti, farne degli eroi, degli “uomini nuovi”, dei risolutori di tutti i problemi: la loro è stata semplicemente una decisione di buon senso, mirante ad eliminare una proibizione, ma non è certo far lavorare la gente il primo maggio che risolverà i problemi dell’economia italiana, riporterà la crescita a livelli accettabili o esimerà il governo dal cercare una soluzione per un mercato del lavoro che, così com’è, serve ormai solo a stabilire un nuovo regime di schiavitù.

La questione, quindi, sta altrove: sta nell’illegalità che affligge epidemicamente la nostra società, per cui il proprietario di un negozio assume la commessa con la partita IVA, la commessa lo accetta e nessuno dei due si crea minimamente il problema di star infrangendo la legge. Sta nella giustizia lenta, inefficiente, che non tutela in maniera adeguata chi ad essa si rivolge per porre fine al proprio stato di sfruttamento; sta nei sindacati e nell’opinione pubblica, che magari prendono a cuore la causa individuale, ma non si muovono in maniera strutturata per cambiare un sistema in cui l’illegalità, tristemente, è ormai la regola.

E’ ipocrita e strumentale fingere che la questione “apertura dei negozi o no il primo maggio” sia il problema; sarebbe onesto riconoscere che una misura di semplice buon senso diventa un problema proprio perché, affinché la schiavitù rimanga tollerabile, è necessario che ci siano divieti di apertura e orari imposti dall’esterno almeno in qualche giorno dell’anno.
Insomma, i sindacati, anziché organizzarsi per veder rispettati i diritti dei lavoratori sempre, preferiscono montare una questione di vita o di morte sull’apertura dei negozi un giorno all’anno, levando alte grida di dolore perché i sindaci non accettano di svolgere al posto loro quel compito di tutela dei commessi che loro non sono più in grado di garantire.

Ma sì, andiamo, andiamo gioiosamente avanti così. Non riformiamo il mercato del lavoro, scartiamo ogni proposta di riforma perché non ci piace il colore della carta su cui è scritta, accusiamo chi cerca di fare qualcosa di essere, a seconda della tifoseria che abbiamo scelto, troppo “liberista” o troppo “statalista”, e vedrete che l’anno prossimo ce la faremo.

Sì, amici, romani [fiorentini, milanesi], concittadini: ce la faremo. Vinceremo la grande battaglia. Riusciremo ad avere la nostra Festa dei Lavoratori, una giornata in cui i commessi e le commesse, dopo aver lavorato 14 ore al giorno per gli altri 364 giorni (nel disinteresse sostanziale dei sindacati, visto che, per ammissione dei sindacalisti stessi, non hanno il contratto), saranno finalmente liberi. Liberi di fare cosa? Di andare al concerto del Primo Maggio, of course, a sentire gente tipo Jovanotti concionare sui poveri e gli sfruttati. Vuoi mettere la soddisfazione.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

3 Responses to “Primo Maggio, o del fare polemica e non riformare”

  1. Un occhio Long Kesh scrive:

    Ho letto l’articolo ma penso che la questione di fondo in questo caso non stia nel “metodo”,cioè nella prassi nella quale viene risolta la questione ma nei contenuti a prioristici.
    Innanzitutto perchè in una democrazia liberale cosi come succede negli altri Paesi europei si dovrebbe poter tenere aperto un negozio a natale pasqua il giorno della liberazione,la festa della repubblica e anche il 1 maggio.Cioè voglio dire che non vedo perchè in uno stato laico e liberale si dovrebbe vietare la chiusura dei negozi in prossimità di determinate riccorrenze.Se siamo in uno stato veramente laico e non marxista,liberista,confessionale cattolico ecc,si dovrebbe rispettare le esigenze anche di chi non vuole festeggiare talune ricorrenze,questo dovrebbe essere un dato certo di una democrazia dove vige la libertà di pensiero.Ma allo stesso modo è neccessario che siano rispettate attraverso permessi speciali le esigenze di chi vuole celebrare certe ricorrenze,dal Ramadam al Natale al 1 Maggio al 25 Aprile ecc.Insomma non mi è piaciuta la chiusura dell’articolo,io vengo da le esperienze della destra ma accetto anche le prediche terzomondiste di Jovanotti perchè secondo me è un bravo cantante ed una persona che crede nelle sue idee,d’altronde chi dovrebbe impedirci in uno stato liberale di partecipare ad una cerimonia o manifestazione o anche ad uno sciopero se ci crediamo veramente?Allora oltre a riformare il settore lavorativo in modo che il lavoro(sia più sburocratizzato,si reintroduca l’apprendistato,si possa assumere più rapidamente,si possano inserire dei posti per le categorie protette)lo stato democratico dovrebbe tutelare anche la libertà di pensiero e di manifestazione,non facendo perdere i diritti lavorativi in caso che gli operai scioperassero o decidano di stare a casa nella riccorrenza della festa del lavoro o del Natale.
    Libertà da entrambe le parti,it’s the only solution.

  2. Francesco Giungato scrive:

    1. Manca una considerazione generale, che taglia la testa al toro: non siamo più una economia in crescita, siamo una economia in stagnazione. A prescindere dalle colpe politiche, che ognuno può attribuire all’altra parte, bisogna cambiare il nostro modo di pensare e di vivere, quello che abbiamo usato sino ad oggi.
    2. Tutti Commercianti sanno che – al di là delle statistiche ufficiali – il lavoro è calato perché la Gente ha meno soldi in tasca e più preoccupazioni in testa. L’acquisto è stato – in passato – un atto di impulso. Oggi è rimasto tale solo per le classi abbienti.
    3. I Sindacati – come i Partiti – sono avulsi dai problemi del Paese, continuano a ragionare sui principi mentre il Paese va in malora.
    4. Sono d’accordo infine che apertura sì, apertura no è un falso problema: quello vero sono i furbi che, grazie agli esempi che vengono dall’alto (o dal basso, se preferite), sfruttano le pieghe della legge per pagare meno chi lavora onestamente.
    5. Ma sino a quando caste (liberalizzazioni vere), evasione dalle tasse (oltre il 70% pagato da Lavoratori Dipendenti e Pensionati, praticamente nulle per speculazioni/rendite finanziarie e patrimoniali), corruzione (sperequazioni fra top manager e il resto del mondo, doppi stipendi, falso in bilancio, leggi ad personam) saranno la cifra portante di questo nostro povero Paese sarà difficile che qualcosa cambi. Spero nei Giovani.

  3. Marianna Mascioletti scrive:

    @ Francesco Giungato: sottoscrivo. :)

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