L’Italia, non democrazia ma ‘capocrazia’

– Al liceo sentii questa frase: “In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano, l’universalità che serve e i molti che brigano”.
Mi sembrò una regola vera, soprattutto per noi italiani, ma speravo, nella mia ingenuità, che col rafforzamento dei nostri vincoli democratici questa norma aurea potesse finalmente dissolversi. Speravo, in poche parole, che la politica della rappresentanza potesse far sì che, piano piano, anche i signorsì e i pappataci delle servitù parlamentari potessero emanciparsi, e da mere figure d’apparato potessero finir col dire e con l’affermare le proprie idee, avendole ovviamente.

Questa convinzione, questo dogma, per la quale in una democrazia elettiva i partecipanti all’agone politico devono (!) essere responsabili delle proprie idee sia nei confronti della propria coscienza, sia nei confronti degli elettori, sta costantemente scemando sia nella mia mente, sia nell’enciclopedia valoriale del nostro paese politico.
Siamo tornati all’età del capo e dei capi. Uno che pensa, per tutti. Chi è eletto non deve configurarsi alle necessità dei propri elettori, ma alle istanze del capo.
Siamo da sempre, il paese dei capi. Capi bastone, capi manipolo, capi ufficio, capi mandamento, capistruttura, capo redattori. “Anche sul trono del mondo si sta seduti sul proprio culo”.  Fanno il buono e il cattivo tempo. perseguono i propri interessi, trascendono il concetto di comunità, e se uno li ha eletti, peggio per lui. E se Federico il grande affermava che “un principe è il primo servitore dello Stato”, da noi si potrebbe felicemente affermare che il principe è il primo servitore di sé stesso.

Sto facendo del semplice qualunquismo? Certo! Sono in preda ad un vorace e vorace attacco di indifferenziato, bolso e stupido qualunquismo italico. E ciò perché per un paio di giorni ho deciso di seguire talk show politici in tv.
Davide Boni è Presidente del Consiglio regionale lombardo, per la campagna delle elezioni amministrative del 2010 il suo slogan elettorale era: “Tanti … ma Boni”.
Durante la trasmissione Exit, del 27 aprile, su La7, a proposito della querelle libica Boni ha affermato: ”Mi dispiace per il Premier  ma la Lega è un’altra cosa. Maroni ha detto che si vada alle Camere a contarsi. Che La Russa abbia detto oggi alle 16 che abbiamo gli aerei pronti ci fa irrigidire ancora di più. Non è detto che dobbiamo tornare indietro noi. Credo che sia fondamentalmente sbagliato l’attacco aereo alla Libia perché ci arriviamo già dopo aver rincorso la Francia su posizioni critiche”. Fin qui tutto bene, sta esprimendo, sgrammaticando, un suo parere politico, che volendo è pure condivisibile, che collima, ovviamente, con la linea strategica del suo partito. Poi, noi spettatori, gli abbiamo sentito dire questa frase: ”Io di capo ne ho uno e basta: Bossi”.

E vabbè, è ovvio, il capo è uno e non si discute. Ma magari si potrebbero anche avere idee eccentriche rispetto a quelle del capo, magari, come pure è accaduto, persino nel PDL o nel PCI post Togliattiano, qualcuno potrebbe anche, volendo, esprimere posizioni dissenzienti e sanamente (in democrazia dovrebbe esser cosa sana e fertile) alternative a quelle del capo. Siamo d’accordo? No, Boni non lo è, e attoniti gli abbiamo sentito dire queste parole: “In questo momento io indosso una giacca blu, ma se Bossi mi dicesse di dire che questa giacca è bianca io verrei da voi a convincervi che è bianca”.
Questa cosa, imbarazzante, Boni l’ha detta persin ridacchiando, come se stesse spiegando una cosa logica, ma che tutti fan finta di non sapere e che gli altri politici, ipocriti, non dicono.

Ecco ci siamo, non siamo una democrazia, ma una capocrazia. Un politico è eletto dai cittadini ma è convinto che il suo unico referente, al quale esser deferente, è il proprio capo. Questo concetto è una roba tumorale, per il paese, per lo Stato, per l’immaginario delle future generazioni. Ma sorge il dubbio – anzi la certezza, scientificamente dimostrabile a livello di analisi sociologica – che queste incrostazioni antidemocratiche abbiamo compiutamente infettato il concetto stesso di politica. Si serve il capo, non i cittadini … una volta eletto, le opinioni del capo e quelle dei cittadini sono la stessa cosa. E molti cittadini, che dovrebbero sentirsi individui ma che nel nostro presente politico sono educati a non esserlo, si sono perfettamente identificati in questo criterio. Il capo è il capo, ci pensa lui, il nostro unico dovere è difenderlo. A questo punto perché rimanere in democrazia? A chi giova? Allora sarebbe più coerente una monarchia o una bella dittatura di statuto più che di fatto, o ancor meglio, non andiamo più a votare. I capi devono liberamente compiere il loro ciclo, finché morte non ci separi.

Giovedì 28 aprile ho guardato un altro talk show politico. Ad Agorà, su Rai Tre, tra le altre cose si parlava di Libia e dei rapporti italo-francesi. E qui ho visto l’onorevole del PDL Giorgio Clelio Stracquadanio dire che “non è vero che Berlusconi si è piegato ai francesi, anzi, noi prima li abbiamo fregati con la questione dei permessi di soggiorno!” Sì, ha detto proprio così: “fregati”. Il conduttore del programma, il bravo Andrea Vianello, non riusciva a trattener le risate quando l’onorevole del PD Francesco Boccia faceva notare a Stracquadanio che risolvere la politica estera nel concetto di dar fregature agli alleati non è propriamente corretto – ma non c’è stato verso, Stracquadanio ha dato una lezione politica affermando che “gli altri parlano in politichese, noi diciamo le cose come stanno”. Quindi, la politica non è capacità di leggere il  presente e prefigurare il futuro in relazione a sistemi di valori, no, è un gioco a chi è più furbo.

Ricapitolando. Viviamo in un paese dove, se un capo dice che gli asini volano, allora volano – e poi viviamo in un paese dove le nostre strategie e tattiche di politica estera ci vedono esperti non nei progetti a lungo termine, non nelle visioni d’insieme, non negli orizzonti comunitari, ma nel gioco delle tre carte, nel dar fregature. Facciamo quello che ci dicono i capi, se ci dicono di barare lo facciamo, e amiamo la politica perché ci permette di rendere il raggiro “affare di stato”.

E allora giustamente diventiamo qualunquisti, e teorizziamo che se se tutto si sfascia l’importante è che mi salvi io, e se domani arriva qualcuno che come programma elettorale ci promette una Bmw, una strafica alta un metro e settantasei, il permesso di passare col rosso, e la possibilità di fregare il nostro vicino, allora lo voto. E se il capo ci dirà che gli asini volano, noi li vedremo volare. A dire il vero, però, tutto ciò è già accaduto.
Ma attenzione, il punto d’arrivo del qualunquismo è sempre questo … che poi … quando il capo penzola a testa all’ingiù … tutti il suo bel popolo starà lì a farsi grasse risate. Il qualunquismo distrugge – sempre – chi lo sfrutta.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “L’Italia, non democrazia ma ‘capocrazia’”

  1. Massimo74 scrive:

    Più che capocrazia,direi che l’italia è una cleptocrazia.

  2. Attenzione, scusate e molto umilmente,ma se diciamo che la nostra non è democrazia, ma è capograzia,…esatto, è chi lo può negare, nessuno. Però se siamo convinti che questa è una capograzia la dobbiamo dire tutta e cioè, che il parlamento non serve più, è stato superato ampiamente dalle nuove tecnologie; può fare tutto il popolo di internet. O nella peggiore delle ipotesi, se la vedano i segretari dei partiti che hanno vinto; almeno non dobbiamo mantenere lautamente quei mille sfatigati e altro, che sono nel parlamento. Tanto, il parlamento, è stato sempre la cassa di risonanza dei partiti. Se mi sbaglio, correggetemi; uno solo è nato con la verità in tasca, il figlio di Dio. Saluti da, perchenonsonopiudemocratico.it; l’ultimo della classe, perchè vogliamo essere tutti i primi.

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