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Ma questa non è una vittoria, ragazzi

– Le elezioni universitarie dovrebbero rappresentare il momento di massima espressione democratica (o, come direbbe Norberto Bobbio, di “democrazia orizzontale”) degli studenti e della loro vita d’ateneo; un momento di responsabilità e maturità, ove alcuni studenti si fanno carico di alcuni problemi (più o meno profondi) avvertiti per quanto riguarda la didattica, l’organizzazione, l’amministrazione e la vita universitaria a nome di altri studenti. Essi rappresentano la loro voce. O almeno, questo è sulla carta.Oggi le elezioni universitarie sono poco o meno di una sceneggiata (quando non un vaudeville di scarsa qualità) tragicomica, ferme e bloccate come sono agli schemi degli anni ’70. Sinistra-Destra-CL, tutti appassionatamente insieme a contendersi il dominium dell’ateneo/facoltà, sempre più disinteressata a liste sempre più lontane dalle loro ordinarie esigenze di studenti e sempre più supine a una politica vecchia, consumata e stantia, perfetto quadro della peggiore Prima Repubblica.

Di elezione universitaria ne ho vista una sola nella mia vita. E mi è bastato; quello che ricordo distintamente sono manifesti (sopra altri manifesti) in ogni dove, appelli a tambur battente sulla “necessità di votare per il vostro bene” (con tanto di sbadigli annoiati degli studenti), brioches e cappuccini offerti da sinistrorsi e ciellini per “andare a votare”, metodi di comunicazioni vetusti quando non ridicoli (e pensare che dovrebbero essere proprio i ragazzi a ideare nuovi ed innovativi metodi di comunicazione ed aggregazione) basati sull’intasamento delle bacheche e sul volantinaggio aggressivo/coatto (molto borderline allo stalking).

Qual è il risultato globale di questa pratica a dir poco insana? Un’affluenza spaventosamente e tremendamente bassa. Generalmente, la media dei votanti ruota attorno al 15% degli studenti, con picchi del 20-22% in alcuni atenei italiani (se si ha fortuna). Cosa significa questo dato? Significa che – escludendo organizzatori delle liste, amici, gregari, e pochi studenti – praticamente nessuno studente, diciamo così, casual si reca alle urne per eleggere il proprio “rappresentante studentesco”. I motivi sono molti, ma il principale è il solito. Un macigno inamovibile: un disgusto sempre più crescente per l’esarcerbante politicizzazione delle liste in lizza. Politicizzazione di cui si farebbe volentieri a meno; quando un partito (o una lista politicizzata) entra dalla porta nel Consiglio di Facoltà, l’interesse degli studenti salta fuori dalla finestra.

Proprio per questo non leggo e non vedo la (pur ottima, per una lista esordiente) posizione di Generazione E’ (lista espressione di Generazione Futuro al Politecnico di Milano) come una Vittoria; semmai è una vittoria in piccolo, con retrogusto reazionario. Si innesta in un sistema marcio e incancrenito e – ironicamente – non fa altro che legittimarlo, dato che la lista in questione va quasi automaticamente a identificarsi con il partito FLI (pur con tutti gli ottimi propositi e punti programmatici portati avanti). Questo senza voler togliere nulla all’impegno costante (quando non massacrante) dei ragazzi del Politecnico, sia chiaro; ma ha davvero senso fare della politica in università?

La politica sull’università deve essere fatta nelle sedi opportune, che non sono gli atenei, ma il Parlamento Italiano. Le liste universitarie dovrebbero – innanzitutto e soprattutto – preoccuparsi dei problemi amministrativi e didattici degli atenei, spogliandosi completamente da residui ideologico/politici, prima causa di disaffezione tra gli studenti, sempre più (magari anche inconsapevolemente) abbandonati dai propri “rappresentanti” (se così ancora possiamo chiamarli), i quali si scordano di essere studenti. Credendosi politici in fieri.

Non sarebbe più opportuno liberarla, questa povera università? Spingere e sostenere vere liste studentesche apartitiche e lontane da interessi extrauniversitari (qualcuno ha detto CL?) ma sinceramente e spontaneamente mosse dal voler migliorare qualche aspetto della propria università senza spendere una qualche etichetta? Non sarebbe più opportuno liberare l’università dalla politica politicante e dai partiti, anziché legittimare un sistema politico che – all’università – ha fatto solo del male?


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

3 Responses to “Ma questa non è una vittoria, ragazzi”

  1. Piercamillo Falasca scrive:

    Caro Michele, in Bocconi ai tempi mi sono occupato di politica, sono stato eletto e per due anni ho provato a occuparmi di questioni concrete, relative ai corsi di studi, alle residenze universitarie, alle borse di studio, ai progetti extracurriculari. L’ho fatto con una lista civica, non sono mai voluto entrare in un movimento politicizzato (all’epoca il ‘leader’ di centrodestra nella mia università era l’ottimo Manfredi Palmeri, quanto ci ha provato a farmi entrare in Alleanza Liberale!): un po’ per scetticismo verso chi scimmiottava le dinamiche peggiori della partitocrazia, un po’ perché non volevo essere percepito come uno di parte. Ció detto, per molti giovani la politica universitaria è l’unico modo per soddisfare le loro esigenze di partecipazione politica, privi come siamo di partiti in grado di far sentire attivi, importanti e coinvolti i loro iscritti. Torniamo sempre al punto di partenza: partiti finti inducono molti a sfogarsi sulla politica universitaria, trasformando i giovani in PR, quando non in volantinari.

  2. Alessio Briganti scrive:

    Caro Michele,
    concordo con quanto scritto da Piercamillo.
    L’università offre occasioni molto importanti per stimolare la vita associativa e politica, per responsabilizzare le giovani generazioni a vivere la res publica e a confrontarsi con i meccanismi dell’autogoverno universitario.
    E’ inoltre uno spazio che ben si presta a esperimenti politici.
    Nella mia esperienza (due mandati tra il 2000 e il 2004) la cementificazione negli schemi anni ’70 dimostra spesso la sua incapacità di penetrazione proprio per la scarsa aderenza ai temi più consoni al mondo studentesco e soffre la concorrenza di liste civiche.
    Detto questo auspicherei una maggior presenza e un maggior attivismo nell’ambiente universitario, che consentirebbero di creare confronto, diffusione e relazioni in un mondo accademico distanze dalle idee liberali, ferocemente conservatore (sotto una patina democratica) nell’ambito della docenza e a maggioranza antagonista nella rappresentanza studentesca.

  3. Michele Dubini scrive:

    Ma infatti non metto in dubbio l’importanza e la dimensione della vita associativa nell’università, anzi. Ciò che contesto è la dimensione politica che tale vita associativa va sempre più ad assumere, allontanandosi dagli impegni “amministrativi” e d’ateneo; è un modo per responsabilizzarsi, per maturare e per “gestire” una piccola parte di res publica.

    Il problema è la politica dei partiti in università, non la concorrenza sulle proposte di amministrazione dell’università stessa. Solo cancellando la politica e stimolando la nascita di movimenti studenteschi d’ateneo PER STUDENTI si riuscirà a coinvolgere una maggior fetta di ragazzi, schifati da un meccanismo marcio ed – evidentemente – sporco. Magari ci fossero più esempi come Piercamillo…

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