– Alla fine Lactalis ha deciso di lanciare un’OPA sulla totalità delle azioni Parmalat. Insomma, i francesi hanno deciso che fosse giunto il momento di chiudere una questione che si era fatta ridicola nel suo sviluppo, tra incontri segreti, ricerca di cavalieri bianchi, cambi delle regole del gioco. Alla fine il mercato deve avere sempre l’ultima parola: se l’offerta sarà valutata interessante, gli azionisti aderiranno all’OPA e venderanno le azioni in loro possesso al prezzo di 2,6 euro ad azione. Il controvalore totale dell’OPA di Lactalis si aggira intorno ai 3,4 miliardi di euro. Ma il costo effettivo, grazie alla cassa di Parmalat che ammonta a 1,5 miliardi, è pari a circa 2 miliardi di euro. Paghi la società la metà di quello che vale. Questo il quadro attuale.

Tuttavia l’evento di due giorni fa rappresenta anche, se non soprattutto, la certificazione del fallimento del governo in materia di politica industriale. La gestione del caso Parmalat è illuminante in questo senso.

Un breve riassunto: già da tempo Parmalat era considerata un’azienda a rischio scalata. L’ottima gestione di Enrico Bondi è stata in grado di risanare l’azienda e di rilanciarla a livello industriale, tanto da accumulare una liquidità pari a 1,5 miliardi di euro. Questa disponibilità di cassa rendeva Parmalat un obiettivo appetibile, insieme all’interessante posizionamento competitivo della società. Qualora davvero si fosse voluta difendere l’italianità di Parmalat, sarebbe stato opportuno iniziare tempo addietro a studiare la possibilità di “facilitare” la discesa in campo di un attore industriale italiano in grado di porre sul tavolo un piano industriale competitivo e le risorse finanziarie per sostenere l’operazione. Ma di tutto questo neanche l’ombra.

Si giunge alla metà di marzo: i 3 principali investitori istituzionali, che rappresentano circa il 15% del capitale di Parmalat, criticano l’operato di Bondi, eccessivamente conservativo. Chiedono che la cassa venga utilizzata in qualche modo, per finanziare un’acquisizione, per staccare un dividendo o per procedere ad un riacquisto delle azioni. Insomma in modo che si crei valore per l’azionista. Per questo motivo, in vista del rinnovo del CdA, incomincia a farsi largo l’ipotesi della sostituzione di Bondi come CEO. Gli azionisti italiani difendono la posizione di Bondi, convinti di poter trattare con i fondi. Poi la sorpresa: Lactalis è il primo azionista di Parmalat con il 29% del capitale, un pelo sotto la soglia legale del 30% che fa scattare l’obbligo di OPA. I francesi, tramite il rastrellamento delle azioni sul mercato, alcuni “equity swap” e grazie all’acquisto delle quote dei 3 fondi sopra citati diventano il principale azionista di Parmalat, detengono il controllo di fatto della società e quindi hanno la possibilità di eleggere la maggioranza del CdA e di scegliere il nuovo CEO.

Improvvisamente il mondo finanziario italiano si desta dal torpore: reazione immediata di Tremonti, che si propone come difensore dell’italianità di Parmalat. Le principali banche italiane (Intesa, Unicredit e Mediobanca) si incontrano per mettere a punto un’operazione “di sistema” che salvaguardi Parmalat cercando di coinvolgere Ferrero in qualità di socio industriale. La Ferrero, che si è sempre distinta per la sua politica di crescita organica e non per acquisizioni, si tira velocemente fuori dalla partita. Allora che fare? Ma certo! Coinvolgiamo la Cassa Depositi e Prestiti. In pochissimo tempo viene modificato lo Statuto, permettendo l’acquisto di quote di società che abbiano requisiti di solidità industriale e finanziaria. Contemporaneamente il ministro Tremonti presenta al CdM il cosiddetto decreto “anti-scalate”, che proroga di 2 settimane la convocazione delle assemblee societarie. In parallelo si pensa ad un decreto legge che tuteli le imprese italiane in alcuni settori strategici non ancora definiti. Proprio il caso di Parmalat. Tutto a posto? No. Manca l’ingrediente più importante, il piano industriale, il fulcro intorno al quale vengono pianificate operazioni del genere. E mentre le nostre eccelse menti finanziarie si arrovellano nel tentativo di costruirne uno credibile, Lactalis, che un piano industriale serio di sviluppo lo ha già pronto, mette sul piatto i 3,4 miliardi di euro e lancia l’OPA. Solo con una contro OPA a condizioni migliori si potrà tentare di mantenere la bandiera italiana sul pennone di Collecchio. Cosa di cui è lecito dubitare e nella quale neppure auspicabile sperare.

Tutto questo a dimostrazione di come il governo brancoli nel buio. Non è con le intromissioni che si risolve il problema della competitività italiana, anzi lo si aggrava. Il governo deve costruire uno scenario di gioco in cui le imprese italiane siano incentivate a svilupparsi, a crescere dimensionalmente, ad innovare. Il governo deve agire da regolatore, non da giocatore.

Il governo francese e quello tedesco hanno fatto questo e i risultati si vedono. Il sistema industriale tedesco è tra i più competitivi al mondo, il listino principale francese (CAC 40) è composto da società talmente grandi e redditizie da essere leader nei rispettivi settori.

L’esecutivo italiano dovrebbe interessarsi maggiormente a colmare il gap infrastrutturale di cui il Paese soffre, a sviluppare un sistema di regole favorevole alle nostre imprese, a migliorare le condizioni fiscali per rendere maggiormente attrattivo il Paese per gli investimenti esteri. In sintesi: dovrebbe incominciare a progettare e attuare misure di politica industriale e di sviluppo. Argomenti di cui la maggioranza non si occupa. Le priorità sono altre.

E noi italiani? Beh, ci consoleremo bevendo un bel bicchiere di latte italo/francese, meglio di uno Chateau-Lafite.