– La “primavera araba”, questa serie di rivoluzioni tanto storiche quanto inaspettate, ha gettato nel panico i policy-makers di tutto il mondo, incerti su come agire e posizionarsi, nonché su come gestire le ricadute di quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Ma, mentre le cancellerie occidentali si chiedono se intervenire al fianco dei ribelli o meno (prendendo anche decisioni contraddittorie a seconda del paese interessato), i regimi non democratici pensano a come evitare lo scoppio di possibili proteste sulla falsariga di quelle mediorientali.
In realtà, alcuni Paesi sembrano essere più suscettibili di altri a possibili manifestazioni popolari.

Se la Cina non sembra essere un candidato credibile per la diffusione delle proteste, a scapito della risposta isterica del governo di Pechino alla “primavera araba” – per via di una serie di ragioni socio-economiche tra cui la crescita vertiginosa del suo PIL e la storica avversione confuciana alla ribellione se non come extrema ratio – lo stesso non si può certo dire di alcuni paesi in Asia Centrale e nel Caucaso nonché di alcune Repubbliche della Federazione Russa.
La situazione geopolitica di questa zona del mondo da un lato, la composizione etnico-confessionale dei Paesi che la compongono dall’altro, rendono il quadro particolarmente instabile.

La situazione, già traballante per via delle ambizioni militari dell’Iran (che aspira a diventare il dominus dell’Asia centrale) e dell’ormai quasi irrisolvibile questione afghana, si è deteriorata ulteriormente nell’agosto del 2008, quando la Federazione Russa è entrata con i suoi carri armati in Georgia aiutando due regioni, l’Akhbazia e l’Ossezia del Sud, a guadagnare la propria indipendenza da Tbilisi, e – conseguentemente – la protezione di Mosca che mantiene grossi contingenti militari in entrambe. Come se tutto questo non bastasse, la maggior parte di questi Paesi ex-sovietici rimangono nelle mani di “uomini-forti” che non hanno né intenzione di dividere equamente tra la popolazione i ricavi della vendita e del passaggio di materie prime dai loro territori, né intenzione di lasciare il potere e indire libere elezioni.

Inoltre, così come le nazioni mediorientali al centro della primavera araba, molti di questi paesi sono etnicamente eterogenei con mix spesso esplosivi. Inoltre si tratta spesso di nazioni (o regioni, come la Cecenia o l’Inguscezia in Russia) a maggioranza musulmana, dove gli unici gruppi di opposizione al governo ancora in grado di esercitare un qualche tipo di leadership sono quelli a base confessionale.
Tra tutti i paesi dell’area, quello in cui la tensione sembra essere più alta è l’Azerbaijian del Presidente Ilham Aliyev, “figlio d’arte”, proprio come Assad in Siria, dell’ex presidente (nonché leader durante il periodo sovietico dal 1969 al 1982) Heydar Aliyev.

L’Azerbaijian – che pure storicamente è stata la prima repubblica laica del mondo islamico – sta vivendo un periodo traumatico della propria storia , iniziato con il crollo dell’Unione Sovietica, che ha portato ad una guerra con la vicina Armenia e alla perdita del Nagorno-Karabakh, una regione a maggioranza armena. Questa guerra perduta ha precipitato il golpe di Aliyev padre che è tornato a dirigere il governo di Baku affidando ai suoi uomini il controllo di tutto l’apparato statale, nonché dell’economia del Paese, che infatti, secondo “Transparency International”,  è uno dei più corrotti al mondo.

Interi settori dell’economia, soprattutto quelli statali come educazione e sanità, stanno crollando sotto il peso schiacciante della corruzione e del nepotismo, creando sempre più malcontento popolare. Malcontento che è causato anche dalla mancanza quasi totale di mobilità sociale. Infatti, nonostante gli introiti che il governo azero ricava dalla vendita e dal transito di energia gli diano la possibilità di elargire somme e sussidi piuttosto ingenti per calmare la popolazione e innalzarne il tenore di vita, c’è una crescente frustrazione tra i giovani che vedono aumentare il divario tra le varie classi sociali e diminuire le proprie possibilità di ascesa sociale.

Una recente campagna di Aliyev figlio diretta a combattere la corruzione è stata accolta con scherno dalla popolazione che non crede più alle promesse del presidente. L’inizio delle proteste in Medio Oriente ha dato coraggio agli attivisti politici ancora presenti a Baku, la maggior parte aderenti al partito liberale Musavat e ad un altro di ispirazione islamica (Azerbaijian Islamic Party), che in marzo hanno provato ad iniziare un movimento rivoluzionario azero ma sono finora stati fermati con successo dal governo in più occasioni. In seguito ai tentativi di protesta, Aliyev ha lanciato una forte campagna di repressione contro i suoi oppositori, fatta di arresti e processi sommari.

È ancora presto per sapere se gli oppositori di Aliyev riusciranno ad organizzarsi in tutto il Paese e a lanciare una sfida seria alla sopravvivenza del regime. In realtà, se si considera la quasi impossibilità per chi vive fuori dalla capitale (dove elettricità e acqua corrente vengono ancora razionate) di avere informazioni non controllate dal governo – specialmente dopo che è stata nazionalizzato l’unico operatore di telefonia straniero presente nel paese – diventa chiaro che le chance che scoppi una rivoluzione come in Tunisia o in Egitto sono remote.

In ogni caso, le cancellerie occidentali farebbero bene a non perdere d’occhio questo stato ex-sovietico. Trovare una soluzione per allontanare Aliyev limitando la crescita dell’Islam politico è una questione-chiave se si vuole continuare ad avere accesso alle importanti risorse energetiche del paese e ai suoi gasdotti ed a far passare gli approvvigionamenti militari verso l’Afghanistan. Inoltre, un’ipotetica Repubblica Islamica Azera probabilmente riaprirebbe il conflitto del Nagorno-Karabakh, facendo saltare tutte le alleanza e facendo il gioco dell’Iran.

E un Iran che diventi la potenza principale nella regione, ammettiamolo, fa paura praticamente a tutti.