Cosa c’è dietro il pacifismo dell’Umberto e perché il Cav. calerà le braghe

di CARMELO PALMA – Bossi fa più paura quando parla di pace che di guerra. Quando straparla di fucili, pallottole e popolo in armi per la causa federalista, pronto a scendere dalle montagne per marciare su Roma ladrona e fare giustizia delle angherie subite, usa ed eccita l’immaginario a cui tutti i capopopolo, a qualunque latitudine, attingono a larghe mani. E più largamente quando la “lotta” è recitata e immaginaria.

Quando invece parla “contro la guerra” – ed in genere contro le guerre “amerikane”, cui l’Italia è di volta in volta trascinata dal vincolo di solidarietà atlantica – Bossi fa sul serio e si mette seriamente di traverso alle iniziative di “Roma”. Quando andò a incontrare il Milosevic post-Srebrenica, per perorare la causa del “valoroso popolo serbo” contro gli “straccioni kosovari” e intanto il nostro Paese e anche il Cav. si organizzavano affinché i musulmani di etnia albanese non facessero la fine di quelli bosniaci, Bossi non attingeva all’immaginario strapaesano, ma a quello di un anti-mondialismo sospettoso del senso e della natura stessa della “dimensione internazionale” della politica contemporanea.

Insomma, il pacifismo di Bossi non è figlio, come quello di sinistra, dell’oltranzismo ideologico terzomondista, ma di un isolazionismo “primomondista”, che ha, in lungo e in largo per l’Europa, molteplici parentele politiche. Il “no alla guerra” è l’altra faccia del “no alla globalizzazione”, come se questa non fosse un processo, ma una congiura ordita da poteri occulti, e potesse essere arginata dalla rinuncia, da parte dei paesi più “forti”, a esercitare responsabilità globali in aree di crisi militare o umanitaria.

All’inizio del 2001, quando Berlusconi scelse di seguire – a distanza di sicurezza – l’avventura neocon di Bush, Bossi – che aveva il 4% dei voti – non si sentiva abbastanza forte da arrestare la macchina in corsa. Oggi che nel Lombardo-Veneto sta, grossomodo, alla pari col partito berlusconiano, pone il veto e lo fa con modi e toni quasi irridenti.

Cadrà il governo? Pensiamo di no. Berlusconi, che non ha alcun problema di coerenza, se Bossi si impunterà gli darà ragione, come qualche giorno fa ha dato ragione a Obama e poi a Sarkò. Il pensiero politico berlusconiano, che proprio la sua politica estera recente ha manifestato in tutta la sua esemplare semplicità, è del resto fondato sul principio che “chi comanda ha ragione”, anzi che “chi può fare quello che vuole deve poterlo fare”, che si chiami Berlusconi, Putin, Nazarbayev, Gheddafi, Lukashenko e anche Bossi.  Se l’Umberto si accontenterà di un po’ di manfrina e incasserà qualcosa per il sacrificio, bene. Se no, il Cav. calerà le braghe.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Cosa c’è dietro il pacifismo dell’Umberto e perché il Cav. calerà le braghe”

  1. Elle Zeta scrive:

    tROPPO ONORE A bOSSI. non ha alcuna idea del mondo al di fuori di Gemonio e della sua provincia. Igbora tutto ciò che esula da quel contesto. tutto qui.

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