Qualche motivo per non lasciar stare la Siria

 – La Siria esplode nella rivoluzione e nessuno si muove. E questa passività, ogni giorno che passa, è sempre più inspiegabile.
Ieri si è fatta sentire Londra: dopo aver visto le immagini dei carri armati a Deraa, apprendiamo che il Regno Unito, in un futuro prossimo, chiederà al Consiglio di Sicurezza di chiedere a sua volta alla Corte Penale Internazionale di aprire un fascicolo sui dirigenti siriani. Sarkozy e Berlusconi, riuniti a Roma (per parlare di migrazione, non di Siria) hanno chiesto a Damasco di non usare la violenza nella repressione. Ma Sarkozy ha tenuto a precisare che, senza un mandato Onu, non si imbarcherà in un’altra impresa mediorientale.
Le potenze europee (Gran Bretagna e Francia) avevano deciso di agire militarmente contro Gheddafi solo quando quest’ultimo era stato talmente sicuro di sé (e della sua follia) da muovere l’esercito per schiacciare l’insurrezione. A quel punto, di fronte alla scelta fra intervento e massacro in diretta Tv, persino l’Onu ha autorizzato l’intervento, pur con mille e più ambiguità. Il regime di Bashar al Assad, in Siria, sta facendo la stessa cosa: muove l’esercito, con i carri armati, per entrare nelle città insorte e fare un massacro. E nessuno si muove. Sta avvenendo un omicidio di massa in diretta Tv, ma nessuno si appella al principio di “ingerenza umanitaria”.

Perde significato anche la paura dell’instabilità, in caso di caduta di Assad. Un dittatore ferito è doppiamente pericoloso. E Assad, sinora, è considerato uno dei più destabilizzanti fra tutti i tiranni mediorientali: armando gli Hezbollah in Libano, ospitando i vertici di Hamas, sostenendo il programma nucleare dell’Iran, volendo dotarsi lui stesso dell’atomica (un impianto venne distrutto dall’aviazione israeliana nel settembre 2007), chiudendo un occhio sul flusso di terroristi islamici che vanno a combattere in Iraq. La sua caduta mina il piano di pace in Medio Oriente? Il suo governo è una speranza per Israele? In cambio della restituzione delle alture del Golan potrebbe realmente convincere Hamas ed Hezbollah a rinunciare ai loro progetti genocidi e diventare partner dello Stato ebraico? Ma allora, in questa stessa logica, perché Obama ha lasciato cadere Mubarak, il pilastro della pace in Medio Oriente? Queste spiegazioni geopolitiche potevano reggere nelle prime settimane di rivolta in Siria, quando era ancora poca cosa. Adesso il Paese mediorientale sta scivolando nella catastrofe. E nemmeno la più raffinata mente machiavellica, ormai, riuscirebbe a dire che salvando Assad si salva la “stabilità”.

Forse la spiegazione dell’inattività occidentale va cercata altrove. Si dice che, se perde Assad in Siria, a vincere saranno gli integralisti islamici. Lo si diceva anche per l’insurrezione in Tunisia, in Egitto, in Libia. Lo si dice sempre. Perché fino ad ora abbiamo giustificato la persistenza di dittature nei Paesi mediorientali, anche molto ostili all’Occidente (come nel caso del regime siriano di Assad), con il teorema del “male minore”. Ci siamo sempre abituati a considerare un’unica alternativa possibile nel Medio Oriente: dittatura o integralismo. In alcuni casi questo teorema è dimostrato: in Egitto, finita la dittatura di Mubarak, i Fratelli Musulmani rischiano veramente di prendere il potere alle prossime elezioni. In altri casi è leggenda metropolitana: in Tunisia gli islamisti sono tuttora minoritari. In Libia il quadro non è ancora chiaro, ma i terroristi di Al Qaeda non figurano nel Consiglio Nazionale di Transizione, che è invece costituito da elementi riformatori (sia religiosi che laici) dell’ex regime.

E in Siria? L’opposizione è difficilmente comprensibile, ma non è guidata dagli jihadisti. Come in tutte le rivoluzioni moderne, non ha un leader, né un partito guida, né un’unica bandiera. E’ nata dal dissenso di una maggioranza finora silenziosa, non di una minoranza fanatica e organizzata. Come in Tunisia e in Egitto, il suo motore è costituito da giovani ben istruiti e laici. Uno dei protagonisti più citati è Rami Nakhle, esule in Libano, studente di scienze politiche di 28 anni. E’ un laico: la sua prima protesta risale al 2006 e mirava alla proibizione dei “delitti d’onore” ancora permessi dalla legge siriana. Sotto pseudonimo ha creato blog, mailing list e gruppi Facebook per denunciare la corruzione del regime e promuovere la protesta. In questi giorni, quando le prime manifestazioni si sono trasformate in una rivoluzione, dichiara alla Bbc che: “(Il movimento) è nato online e su Facebook, ma ora Facebook è solo l’1% del movimento”.

Rami Nakhle è probabilmente solo la punta di un iceberg. Come lui ce ne sono tanti altri. Danno lo spunto, poi il resto della protesta si sviluppa rapidamente come un incendio estivo. La dinamica è simile a quella delle precedenti rivoluzioni mediorientali: pochi giovani danno l’esempio, poi una scintilla (nel caso della Siria: un bambino arrestato a Deraa per una scritta anti-regime su un muro) provoca le prime manifestazioni, le prime repressioni generano a loro volta manifestazioni ancor più estese. La causa è la violenza stessa del regime. I mezzi sono quelli dei comitati di quartiere, degli incontri nelle moschee, in cui si organizzano le prossime mosse e si espande la rabbia contro la repressione. Non è un caso che siano i venerdì di preghiera a trasformarsi in manifestazioni sempre più grandi.

C’entrano i Fratelli Musulmani? Da quel che si deduce, dalle informazioni che arrivano dalle piazze, sono arrivati tardi. Non controllano una protesta che è sfuggita loro di mano, perché sono stati colti di sorpresa. La moschea è un luogo di aggregazione per tutti, non solo per gli integralisti organizzati e politici. E, soprattutto, la moschea non è l’unico luogo di origine e organizzazione delle manifestazioni: anche la popolazione cristiana ortodossa partecipa attivamente alla lotta contro il regime di Assad. “Arabi, ortodossi e curdi, uniti contro la corruzione”, si leggeva negli striscioni dei manifestanti a Qamishli, nel Nord della Siria. Dove sono gli jihadisti siriani? In Libano. Pagati da Assad, per minacciare Israele.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

5 Responses to “Qualche motivo per non lasciar stare la Siria”

  1. Zamax scrive:

    “La Siria esplode nella rivoluzione e nessuno si muove.”

    La soluzione del mistero è semplice:

    1) In Tunisia è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso, fino a che la situazione era incerta. Poi l’Occidente ha pensato bene di tagliare il traguardo insieme ai vincitori.

    2) In Egitto è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso, fino a che la situazione era incerta. Poi l’Occidente ha pensato bene di tagliare il traguardo insieme ai vincitori.

    3) In Bahrein è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso. La situazione è ancora incerta.

    4) In Yemen è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso. La situazione è ancora incerta.

    5) In Libia non è esplosa nessuna rivoluzione e tutti si sono mossi. Perfino in anticipo. E poi in soccorso dei loro campioni sul posto.

  2. giancarlo scrive:

    Quando si interviene in un paese straniero o si è “medici senza frontiere” o si agisce con un interesse…Se per controllare l’area si preferisce destabilizzare per rendere debole la zona e fare i propri affari…e allora si armano alcune fazioni..si mandano alcuni nuclei di sabotaggio e qualche killer per esecuzioni mirate e si sta a vedere….Se invece approfittando della situazione si vuole far modificare la linea geopolitica della Siria e allora si cerca un’interlocutore valido e lo si sostiene fino in fondo…con tutti i rischi connessi:intervento militare..e rischio Iraq o Afganistan…..Non vedo altri tipi di intervento umanitario armato come nel Kossovo…A Babbo Natale non ci credo da un pezzo…e poi…non ha petrolio..che c’è frega???

  3. andrea scrive:

    Sito vicino all’intelligence israeliana
    http://www.debka.com/article/20876/

  4. Carla scrive:

    Ho lavorato in Siria per anni e la conosco bene. Paese multietnico, multireligioso, complicato, lontano anni luce da quello descritto dai media finora.
    Ci sono mussulmani sunniti, alawiti, ismaeliti…e cristiani drusi, e cattolici e maroniti…e poi ci sono i bedu ed i curdi. E persino minoranze armene, circasse ed ebree. Ci sono poi i palestinesi dei campi profughi, e i giordani ed i libanesi.
    Se Assad salta, salta la Siria. Scoppia una guerra civile peggiore di quella in atto in Iraq. E se salta la Siria salta tutto lo scacchiere Medioriente. A Israele lo “spauracchio” innocuo Siria fa comodo. Così come fa comodo a Iran ed Arabia Saudita. Fa comodo all’Unione Europea e fa comodo agli Usa. Assad garantisce che il crocevia fra Europa e Asia resti accessibile e tranquillo.

  5. mogol_gr scrive:

    Caro Stefano Magni, é il caso di ricordarle che la democrazia (poi quella di Mubarak…) no é esportabile.

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