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Le 3 D che piegano l’Italia

… Esiste ancora la tendenza a ritenere che qualsiasi intervento pubblico sia auspicabile … . Oggigiorno la conservazione e l’ampliamento della libertà sono minacciati su due fronti. … la minaccia estrema proveniente dai sinistri uomini del Cremlino che promettono di seppellirci. L’altra minaccia è di gran lunga la più sottile: si tratta della minaccia interna posta da quei benintenzionati che vogliono riformare noi e la nostra società. … costoro sono ansiosi di avvalersi del potere dello Stato per raggiungere i propri fini … “.

Era il 1962 quando Milton Friedman pubblicando negli Stati Uniti Capitalismo e Libertà affrontava non soltanto problemi di politica economica e monetaria, ma più in generale il problema dei rapporti tra i cittadini e lo Stato, e tra quest’ultimo ed il mercato.
Un tema nodale sul quale tornava nel 1963, solo un anno dopo, Kenneth Minogue, lo studioso australiano presidente della Mont Pelerin Society.
Il politologo, con il suo The Liberal Minds, puntava il dito contro “la nozione che la storia richieda il perfezionamento della società umana” e che i governi, nel perseguire questo scopo, debbono “provvedere per ogni uomo, donna, bambino e cane a condizioni decenti di vita”. Con soddisfazione dell’autore e preoccupazione dei soggetti coinvolti le sue tesi hanno mostrato tutta la loro fondatezza.

Ora Minogue, nella sua crociata contro l’idealismo politico, si sofferma sulla crisi europea. Una crisi che, secondo questo studioso di idee liberali e liberiste, deve ricondursi essenzialmente alle tre D: debito, democrazia e demografia. La sua analisi appare più che condivisibile. Le cause alle quali riportare i “mali” di molti Stati sono reali e trovano fondamento nelle storie recenti di molti Paesi, e nelle criticità che si sono evidenziate in molte situazioni.

Dopo la Grecia e l’Irlanda, anche il Portogallo è entrato in crisi. Ci è piombato, drammaticamente, dopo le rassicurazioni di appena un anno fa del Fondo Monetario Internazionale. Le cause determinanti sono state, fondamentalmente, la crescita bassa da quindici anni e i veti incrociati su riforme strutturali necessarie per uscire dall’impasse. Ma ci sono altri Paesi in sofferenza più o meno evidente. Come la Spagna e l’Italia stessa, ad esempio.

Paesi nei quali si riconoscono sintomi simili a quelli che hanno spinto nelle sabbie mobili il Portogallo: sistema finanziario sostanzialmente solido ma bassa crescita del Pil e della produttività da quindici anni, perdita di competitività e veti incrociati sulle riforme. Altri Paesi, come l’Olanda, hanno una combinazione di debito privato e pubblico allarmante ma stanno sopravvivendo.

Rimanendo in Europa, pur cambiando angolo di osservazione, spostandosi su un registro narrativo in un certo qual modo opposto a quello economico-finanziario, le criticità non diminuiscono, le incertezze non si assottigliano. Volgendo lo sguardo al piano etico si registra un pericoloso “ondeggiamento” tra radicate certezze e continue speranze disattese, nuovi fantasmi che agitano il presente e ancor più il futuro. Inquietudini che in Italia recenti statistiche di diversi enti di ricerca, a partire dall’Istat, hanno recepito ed elencato. Un nuovo, aggiornato, cahier de doléances, una carrellata sui malesseri nostrani. Senza dimenticare che segnali negativi, legati spesso ad una intolleranza verso le diversità, si rintracciano qua e là in diverse parti del continente.

Così anche l’affanno italiano nel progettare il presente prossimo ed il futuro più recente ha le mille spiegazioni che la Politica trova e subito getta contro l’avversario di turno, avvitandosi in una polemica sterile e irresoluta. Ma forse, in sintesi, più concretamente, si può riassumere nella crisi trasversale che investe, dall’alto in basso, da destra a sinistra, l’intero Paese. Una crisi che serpeggia con accenti anche più forti in altri Paesi dell’Ue, e che da noi non può essere sottovalutata. E che, per tornare a Minogue, può essere ricondotta alle tre D.

Innanzitutto il Debito pubblico. Ancora alto, anche se non fuori controllo, a causa del mantenimento di un modello sociale ormai insostenibile. Secondo i dati contenuti nelle previsioni economiche d’autunno della Commissione Europea, pubblicate di recente, il debito pubblico dell’Italia (dopo un aumento dal 116% nel 2009 al 118,9% nel 2010) raggiungerà quota 120,2% nel 2011 per poi scendere al 119,9% nel 2012. Invece, per quanto riguarda il deficit, la previsione è del 4,3% nel 2011 e del 3,5% nel 2012. Il vulnus continua ad essere costituito dai costi che lo Stato è costretto a sopportare, quelli della politica, quelli della sanità, come evidenziano impietosamente in ambito sanitario molti resoconti regionali. Ospedali che minacciano la chiusura e un servizio sanitario comunque “sforbiciato” per ridurre i costi. Con manovre però non di alta sartoria, quanto di dozzinale manifattura.

Ancora, la Demografia, o meglio, il problema demografico, costituito dal progressivo invecchiamento della nostra società. Fenomeno questo che investe tutti gli ambiti sociali e che ha ricadute sul sistema pensionistico: al punto di dover tagliare il monte pensione degli anziani e di elevare sempre più l’età pensionabile a fronte dell’aumento della vita media nazionale.

La forbice tra giovani e vecchi tende a diventare sempre più piccola e ha, come noto, la sua origine nella scarsa natalità. La cosiddetta piramide delle età della popolazione italiana mostra una forte erosione alla base tipica della maggior parte delle Nazioni sviluppate, assumendo quella che viene chiamata forma a trottola, o a botte, che attende di divenire una piramide rovesciata. Le cause, benché complesse e frutto di un accavallarsi di mutamenti uniti a positive acquisizioni in termini di qualità della vita, appaiono sostanzialmente due: una culturale ed una economico-sociale.

La prima consiste nella scarsa propensione a mettere al mondo figli e nel ritardo anagrafico sempre più grande con cui tale scelta di vita viene compiuta. Si tratta effettivamente di un problema reale e di dimensione pubblica che sarebbe sbagliato derubricare a mera questione personale di libera scelta. Certo è che il modello ereditato dal Sessantotto, dell’uomo dotato di libertà assoluta, sciolto da ogni vincolo, della donna finalmente sciolta dai legacci che ne limitavano il raggio d’azione all’ambito familiare, ha in qualche modo agevolato questa tendenza, progressiva, alla riduzione della natalità.

Ma sarebbe una visione parziale quella che non tenesse nel giusto valore un secondo, importante, fattore: la precarizzazione del lavoro salariato e autonomo che si è verificata negli ultimi venti anni.  Conosciamo fin troppo bene le mille sfide che i giovani (o presunti tali) devono affrontare per trovare un lavoro. Altrettanto bene sappiamo come, nella generazione dei pluri-formati, s’incontrano pochi guadagni e quindi una difficoltà a crescere. Il mercato dei laureati appare così saturo da spingere in senso opposto (la stessa riforma scolastica): a reintrodurre una sorta di scuole di apprendistato per lavori “più umili”, ma necessari.
Un freno al verificarsi prepotente di questo fenomeno è costituito dall’integrazione degli extra-comunitari, anche se benefici ancora maggiori si potranno avvertire, forse, tra qualche anno.

Infine, la Democrazia. Logorata nei suoi cardini. Pericolosamente indebolita da azioni volte, nelle intenzioni, ad accrescere il potere di uno. Forse il fattore che più di altri rischia di divenire prepotentemente predominante rispetto agli altri; di prendersi la scena nel caso si continui a cancellare regole, a fare sfoggio di comportamenti sprezzanti verso le istituzioni.

I fronti aperti prefigurano scenari inquieti, che il ripristino della Democrazia, da solo, non potrà contribuire a rasserenare. Però cominciare a costruire il futuro su solide basi democratiche, non più minacciate sull’altare di interessi esclusivamente personali, sarebbe un ottimo inizio.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Le 3 D che piegano l’Italia”

  1. Giacomo Canale scrive:

    Bel pezzo, soprattutto per la prima parte che ha un respiro più ampio.

  2. Pizzurro Antonino salvatore scrive:

    Vedi hai scritto uno dei bei pezzi che la storia Italiana potrebbe riconoscere, anche perchè ci sta tutto quello che si sta vivendo in questo momento storico, ma fino a che l’italiano non riesce a recepire quel minimo di ragione democratica, non servirà a nulla. Mi dispiace dire questo, l’italiano ha paura di un cambiamento, lo noti quando commentano gli articoli, hanno bisogno che qualcuno gli dica e faccia sentire loro cosa gli fa piacere sentire non cosa sarebbe giusto fare.

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