Dove va l’Egitto? Dovunque vada, meglio accompagnarlo

– Inutile dire che, in Egitto, il primo trimestre del 2011 (coincidente con il terzo quarto dell’anno fiscale, che si conclude il 30 giugno) verrà ricordato come quello del tonfo dell’economia, con il Pil che affonda nella sabbia e si contrae del 7% dopo la rivolta che ha rovesciato l’ex presidente Hosni Mubarak.

L’imposizione dei coprifuoco, la serrata delle imprese e i gravi problemi di sicurezza hanno inevitabilmente paralizzato le attività produttive, che ancora oggi procedono a rilento, come su un sentiero sassoso.
Colpite a morte dai diciotto giorni di agitazioni popolari, le esportazioni – di gas, ferro, acciaio e prodotti chimici – sono cadute di schianto, nel contesto di una bilancia commerciale già largamente deficitaria; con l’impennata dei prezzi delle materie prime, il valore delle importazioni ha segnato un ulteriore incremento e i ricavi turistici internazionali sono andati letteralmente a carte quarantotto.

Secondo le stime del neo-ministro delle Finanze, l’economista dello sviluppo Samir Radwan, il deficit di bilancio del paese potrebbe ampliarsi al 9%. Anche la recessione tecnica sembra ineluttabile, ma la vera sfida dell’Egitto va ben oltre i prossimi due o tre trimestri. Negli ultimi anni, la forte repressione del dissenso politico non ha impedito un’espansione economica accentuata, stimolata da riforme in materia di riduzione delle barriere al commercio e agli investimenti, miglioramento dell’intermediazione finanziaria, ristrutturazione delle imprese pubbliche. Ciò ha determinato un aumento significativo degli investimenti esteri e una ripresa dei settori labour-intensive, come quello delle costruzioni.

Malgrado la crescita economica sostenuta, però, un Paese molto popolato e assetato di risorse non ha saputo evitare che il 40% della popolazione vivesse in estrema povertà, con meno di due dollari al giorno.
E’ un quadro che non fa essere molto ottimisti sulle prospettive che si aprono nell’era post-Mubarak, ma, quando la storia si mette a correre come in Egitto, non ci sono previsioni che tengono.

Giovanni Sartori sostiene che le insurrezioni del mondo arabo siano “esplosioni senza progetto”. Non siamo d’accordo. Il progetto, in Egitto come in Siria, è quello di avere un governo eletto democraticamente. Ma se il Paese si riprende, se torna la fiducia tra le famiglie e nelle imprese, la ripresa economica faciliterà la transizione democratica.

Finora solo la Banca Mondiale si è impegnata a concedere un prestito agevolato di 2,2 miliardi di dollari a 18 anni, con tasso di interesse inferiore al 3 percento. Un buon inizio; ma è cosa buona e giusta che anche l’Europa, gli Stati Uniti e i ricchi Paesi del Golfo facciano la loro parte. In particolare l’Europa, che più di tutti commercia, investe e conosce la realtà della sponda sud del Mediterraneo.

L’ingresso massiccio dell’Egitto nel commercio internazionale è un fenomeno largamente positivo anche per il benessere dei Paesi occidentali, quelli sull’altra sponda di quello che non è un mare che ci separa ma un lago che ci unisce.
Il lancio di un nuovo Piano Marshall sarebbe anacronistico, con una connotazione troppo dirigista. Ma è necessario ripensare e riscrivere la cooperazione allo sviluppo, per finanziare un piano di riforme e progetti concentrati nel campo delle infrastrutture e nei settori energetico, agricolo, finanziario e sociale.

Se si guarda agli ultimi tre anni, è facile rendersi conto che l’Italia si è confermata tra i principali investitori europei in Egitto. L’ammontare degli IDE è stato in costante aumento, grazie al maggiore coinvolgimento di investitori diretti nel settore petrolifero ma anche nei comparti di costruzioni, comunicazioni, manifatturiero e bancario.
Anche per questo, è necessario favorire una strategia di sviluppo in una parte del mondo così importante per il presente e futuro delle nostre imprese.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

One Response to “Dove va l’Egitto? Dovunque vada, meglio accompagnarlo”

  1. claudio scrive:

    beh, nel settore labour intensive delle costruzioni, c’è da ammettere che l’egitto abbia una solida tradizione pluri-millenaria…
    basta guardare cheope!:)

Trackbacks/Pingbacks