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Ricetta (prefestiva) per salvare l’Italia dal declino

La recente proposta Della Vedova – Raisi sul lavoro ha dimostrato che è ancora possibile parlare di politica invece che dei bunga bunga.

L’Italia è un Paese malato, i suoi problemi sono molteplici e di non facile soluzione: sia per motivi politici, vista la classe politica che ci ritroviamo, sia perché non esistono cure senza effetti collaterali, e dunque oltre alle latitanti idee servirebbe l’altrettanto latitante coraggio.

I problemi economici dell’Italia sono sempre gli stessi da decenni: debito pubblico, pensioni, mercato del lavoro, pressione fiscale, concorrenza, crescita economica, e giustizia civile. Di questi, la politica ha dimostrato di saper affrontare il primo, facendo poco meno del minimo indispensabile il più tardi possibile, mentre le riforme pensionistiche e del mercato del lavoro hanno dimostrato che sulla pelle dei giovani è più facile giocare che su quella dei più anziani, più organizzati politicamente e dunque più capaci di spostare su altri i costi delle necessarie riforme.

Partiamo dal debito pubblico: è necessario ridurlo, e anche alla svelta, perché nuove gravi crisi finanziarie sono quasi inevitabili, dato il moral hazard dovuto ai salvataggi di vari Paesi dell’Eurozona, e il peggioramento dei conti pubblici nell’Unione. E non basta ridurre il deficit: anche ad azzerarlo sin da subito, non rientreremmo nel 60% di Maastricht  che nel 2031, data una crescita nominale del PIL del 3.5% (che in assenza di riforme è anche ottimistica). Servono soprattutto politiche per la crescita, e ridurre il deficit è già di per sé un passo avanti, aumentando le risorse disponibili per gli investimenti.

Le riforme pensionistiche degli anni ’90 hanno dimostrato la scala di preferenze della nostra classe dirigente: salvare le finanze pubbliche è più importante del futuro dei giovani e dell’economia. I giovani hanno infatti mantenuto un livello enorme di pressione fiscale per via dei contributi previdenziali, ma in compenso avranno pensioni molto ridotte. Le imprese una volta avevano il TFR, ma quello è servito per mettere una pezza al sistema e aumentare le pensioni future, togliendo risorse alle aziende. Infine, è rimasta la pecca fondamentale della previdenza retributiva: non ci sono risparmi, perché tutti i contributi servono a pagare le pensioni correnti. Se così non fosse, si libererebbero risorse per gli investimenti, con vantaggio per l’economia e le pensioni future. Serve dunque una forte riduzione della spesa pubblica per tagliare i contributi INPS e permettere ai giovani di mettere da parte un loro capitale previdenziale.

Sul mercato del lavoro non ho nulla da aggiungere alla proposta Della Vedova-Raisi, tranne sottolineare che le politiche per la crescita sono ciò che serve per garantire opportunità di lavoro a tutti, e salari maggiori.

La pressione fiscale italiana è enorme, e ciò danneggia l’economia. Per risollevare il Paese occorre tagliare le tasse, partendo dai contributi previdenziali e dall’IRAP, e per farlo occorre tagliare la spesa. A mantenere costante in valore nominale la spesa per cinque anni si potrebbe scendere ad un valore alto, ma tollerabile, di spesa pubblica, e da liberale auspico tagli più consistenti. Abbassando debito e deficit si potrà poi finalmente eliminare lo Stato di Polizia tributaria che danneggia sia l’economia che lo Stato di diritto.

L’Italia è il Paese degli albi e delle regolamentazioni. Liberalizzare maggiormente una miriade di mercati, dalla telefonia fissa e mobile ai trasporti ferroviari, navali e aerei, dalla professione forense ai taxi, dai servizi pubblici locali alla produzione di energia, dalle banche alle pratiche burocratiche significa ridurre i costi e i prezzi, creare nuovi posti di lavoro, aumentare l’efficienza e dunque la crescita, rimuovere rendite di posizione e stimolare l’innovazione, dare maggiori opportunità ai giovani.

Che l’Italia abbia problemi di giustizia penale è noto, ma probabilmente la vera palla al piede dell’economia italiana è la giustizia civile: dieci anni in media per una sentenza si commentano da soli: “justice delayed is justice denied”. Pare ci sia stato un caso, a Torino, in cui si è riusciti a più che dimezzare i tempi dei processi con opportuni accorgimenti organizzativi. Riformare la giustizia civile significa probabilmente far lavorare di più i giudici e i cancellieri, informatizzare i tribunali, semplificare le procedure, migliorare le leggi. Analizzare cosa serva effettivamente lo lascio a chi di dovere: di certo, è necessario fare qualcosa anche per motivi puramente economici, essendo il diritto, soprattutto contrattuale, la base dello scambio.

Nessuna riforma è sufficiente da sola per rilanciare la crescita, ma prese tutte insieme forse sì. Certamente poi rimarrà un problema di capitale sociale: gli italiani, giustamente, non si fidano né delle istituzioni né dei loro concittadini, perché sanno che dato che le istituzioni fanno acqua da tutte le parti, i furbi hanno quasi sempre la meglio. Ma garantire la rule of law e aprirsi alla concorrenza servirebbe anche da sprone per imparare a cooperare in maniera leale, cosa che gli italiani non sanno fare in Italia, ma non mi stupirei se fossero perfettamente in grado di farlo già oggi in ambienti istituzionali più sani, cioè all’estero.

La classe politica italiana è all’altezza della sfida? Certamente no. Sta alla società italiana provare a produrre qualcosa di meglio, il prima possibile. Ne va del nostro futuro.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

3 Responses to “Ricetta (prefestiva) per salvare l’Italia dal declino”

  1. fabrizio dalla villa scrive:

    caro Pietro, tutto ok, tranne quel “…pare che a Torino….” o è o non è così. Di “pare” sono piene le pagine dei giornali, purtroppo per noi. Forse è il caso che qualche torinese ci informi al riguardo.

  2. Sono saltato di gioia alla notizia dell attacco di Galan; mi sono messo a sperare come non mai, che Berlusconi, capisse finalmente, che deve tirare le orecchie ai ministri che tirano a campare eo sostituirli con persone capaci eo all altezza di questa brutta crisi morale e materiale. Ahimè, il sogno è durato così poco che … che sono arrabbiato, sono arrabbiato assai. Scusate, come possono cambiare le cose in questo paese, se su 20 ministri, ne funzionino solo tre o quattro?! Vogliate scusarmi per lo sfogo. Saluti da, perchenonsonopiudemocratico.it

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