– Solo questo è negato anche a Dio / cancellare il passato.

Questa frase di Agatone, circa la storia, è un buon punto di partenza  per quest’ articolo. Non mi interessa entrare nel merito della polemica circa la quale i nostri libri di testo, da sempre, siano più o meno troppo comunisti (io ho 45 anni, fatto le scuole medie ed elementari a Napoli, scuole medio borghesi con, ahimè, docenti monarchici e neofascisti, dove ci facevano marciare in fila per tre, marcando il passo, e poi attenti e riposo, e la mia insegnante di italiano ci raccontava del patriottismo del Duce, ‘sti libri comunisti anche se c’erano non ci venivano somministrati), io credo che eliminare il racconto del marxismo dai nostri libri sia un crimine intellettuale, così come credo che il mito di una repubblica costruita sulla resistenza sia un immaginario tanto demagogico quanto per nulla pericoloso. Ma dirò di più:  pur essendo pretestuoso e strumentale, mi pare sano. Qui non si tratta di sottrarre ai libri di testo prospettive di narrazione della storia, piuttosto di aggiungerne qualcuna attraverso altri canali di informazione/educazione. Penso a un immaginario di altro tipo, quello televisivo ad esempio.

Il nostro paese sembra stia vivendo due disfunzioni culturali, e tutt’e due legate alla divulgazione  ed alla citazione storica. Da un lato soffriamo di quella che potremmo definire una sindrome da tassidermia ideologica, ossia, impagliamo il passato per svilire e non trasformare il presente. In parlamento e in tv sento parlare de “i comunisti”: ma dove sono? Voi conoscete comunisti? Conoscete frotte di deputati e editori anticapitalisti che cercano di imporre la dittatura del proletariato (che non esiste più)?  Qualche giorno fa un ottimo giovane intellettuale mi ha detto che gli anni settanta sono stati uno scontro diretto e quotidiano nelle strade tra comunisti e fascisti. Chi gli ha raccontato queste cose? Gli anni settanta ridotti ad una guerra civile tra destra e sinistra che combattevano e si scannavano tra di esse, sui marciapiedi. E l’attacco allo Stato, al Paese, alla democrazia (invisa all’extraparlamentarismo di sinistra perché repressiva per statuto, e a quello di destra perché democratica)? A questo giovane non sono pervenuti.  Chi ha potuto ridurre la complessità di quegli anni ad una banalizzazione del genere? I libri, nelle scuole, non mi pare. La tv e la politica in tv, sui giornali, forse. Semplificare, bisogna semplificare. In tv tutto deve essere slogan. Vuoto a perdere mentale. A questi ragazzi insegnano ad azzerare il passato, a renderlo un gadget, sterile, privo di senso, per dubitare e sottovalutare e disprezzare tutto ciò che non è il presente, è il presente cos’è … il potere. 

Se davvero l’immaginario della nostra storia è ridotto a ciò, tanto varrebbe allora smettere di divulgarla. E qui compare la seconda disfunzione che ammala la nostra cultura, ossia, l’autocensura.

Qualche giorno fa è andato in onda, sulla Rai, un documentario sulla Liberazione. Nove decimi del documentario sono stati dedicati alla lotta tra partigiani e nazisti. I tedeschi. Ma gli italiani? I fascisti dove son finiti, son scomparsi dall’Italia del 1943/ ’45 come dal documentario? Pare che i partigiani abbiano combattuto solo contro in nazisti, che Mussolini fosse una vittima di Hitler, e che i fascisti su per le montagne a sparare contro i partigiani non ci andavano mica, pare rimanessero in caserma a giocare a briscole e tressette. A chi giova, oggi politicamente, far finta che la liberazione fosse una guerra tra italiani e tedeschi? 

Poi ho visto un documentario su Craxi. Pare sia stato schiantato dai rossi, mandato via a calci in culo da una trinariciuta combriccola di marxisti che non ammettevano la sua illuminazione liberale. Bene. Ma Craxi, si son dimenticati di dire, era o no marxista anch’egli? Non era stato eletto, al Midas, segretario del partito socialista, marxista? Vero che poi abiurò il marxismo-leninismo difeso dal Pci, “tagliò la barba a Marx” e propugnò un nuovo (vecchio) socialismo nel nome del pensiero di Pierre Joseph Proudhon, che, nessuno ha osato dirlo nel documentario, era uno dei massimi teorici del pensiero anarchico e del socialismo rivoluzionario. A chi giova, oggi politicamente, far finta che Craxi non sia mai stato un uomo di sinistra (fino a che gli è convenuto)?

Altri aneddoti. Nel 2008 mi è capitato di realizzare un documentario sul ’68, per la Rai. Un bel giorno entrano in sala di montaggio i miei committenti e mi dicono “ma mica nel documentario vorrai parlare di studenti e di politica?”. Qualche tempo dopo ne ho realizzato uno sulla mafia corleonese: la curatrice della serie televisiva mi da dato del “cretino” perché avevo inserito una fotografia con Vito Ciancimino, Salvo Lima e Andreotti l’uno di fianco all’altro. L’ordine superiore era di dire al sottoscritto, autore cretino, che in documentario non si poteva raccontare che Ciancimino e Lima fossero DC e appartenenti alla corrente Andreottiana. E’ storia sì, ma in tv non si può dire. In Rai almeno. “Il pubblico” ti senti dire “ può non capire”.

Di aneddoti di questo tenore ne avrei a centinaia … divieti l’uno dopo l’altro, questo non si può dire e quest’altro nemmeno. Gli uffici legali che vedono fantasmi dappertutto, consulenti storici pagati solo per tagliare ed evitar problemi, e tirare acqua al proprio mulino della tranquillità e del quieto vivere. La storia va raccontata in tv, sì, dev’essere il fiore all’occhiello della programmazione culturale, sì, ma non dev’essere problematica. Deve diventare una storia facilitata, che in nulla possa turbare la memoria di quei politici che oggi reggono le redini. E, quindi, scatta l’autocensura. Tutti hanno paura di tutto. Ho visto e vedo, in ambito televisivo, uomini e donne (con un po’ di potere) di grande sensibilità culturale in balia dell’ansia, del terrore di far la mossa sbagliata, di dire o di far dire (nel programmi storici, nei documentari) ciò che possa dar fastidio. Questi cascano nell’autocensura come i topi nelle trappole. E se tu insisti, quando quella certa cosa secondo te va proprio detta (perché è storia!) allora sei un rompicoglioni. E non lavori più. E nel mentre gli  autocensurati censuranti vanno avanti, coi loro omissis, a raccontare una storia senza lati oscuri, normalizzata, levigata, facile facile, la storia che più possa far comodo apparentemente a tutti ma in verità a quelli che in un modo o nell’altro siedono sulle piramidi del potere, nelle lobby,  negli scranni della maggioranza. E la cosa incredibile è che … nove decimi delle persone di cui sto parlando … votano per l’opposizione. Il fatto interessante è proprio questo.

Leggono Saviano, guardano Santoro, la Guzzanti, amano il cinema d’inchiesta, e poi, quando tocca a loro, finalmente … poter dire sì o no … zac … autocensura.

L’autocensura è come la sindrome di Stoccolma, è il fenomeno per il quale la vittima s’ identifica nel carnefice, e in poche parole diventa più realista del re. Se mai vi capiterà di metter piede  lì dentro, vi assicuro, l’autocensura s’impadronirà di voi. A meno che non siate vigili, come solo i folli sanno essere, come i protagonisti di Kafka.

P.S. Poi ci sono anche i benemeriti. Mi è capitato, in Rai, di incontrare veri uomini di cultura (i D’Alessandro, i Bizzarri, i capi di Educational), c’è gente in quell’azienda, quindi, che vorrebbe far cultura e raccontare la storia del nostro paese, liberamente. Ma son mosche bianche, in un’azienda da riformare, da capo a piedi. Se non facciamo in tempo, prima o poi fermeranno anche loro. Chissà, magari per salvare i resistenti Rai, potremmo chiedere l’intervento della Nato, come in Libia. Sarebbe suggestivo bombardare viale Mazzini.