Cuba, tempo di riforme. Sperando siano vere

di MARIANNA MASCIOLETTI – Pochi giorni fa, il 19 aprile, si è concluso il VI congresso del Partito Comunista cubano, che ha segnato il definitivo passaggio di consegne tra i due fratelli Castro.
Fidel, il Lider Maximo, pur rimanendo naturalmente una figura importante della politica cubana, ha lasciato la carica di Primo segretario del partito – l’ultima che gli era rimasta – al fratello Raul, nelle cui mani adesso si concentra il potere a Cuba.

Questo congresso è stato salutato da molti come uno storico momento di apertura del regime cubano a riforme economiche che – si presume – nel medio-lungo termine potrebbero portare sostanziali cambiamenti nella società.
D’altra parte, la situazione economica dell’isola è davvero drammatica: lo stipendio del cubano medio, anche per professioni qualificate come medico o ingegnere, equivale a qualche decina di dollari al massimo, ed è basso anche per lo standard locale, dove tutto ciò che non è compreso nel libretto di razionamento, latte e vestiario incluso, costa troppo in rapporto ai salari, ed è quindi inavvicinabile a meno di duri sacrifici.

I cubani, comunque, sono ben istruiti nell’arte di arrangiarsi: in moltissimi casi trovano il modo di affiancare al loro lavoro “ufficiale” un altro lavoro, magari meno qualificato ma più redditizio, come il meccanico, il riparatore di biciclette o il tassista – mestieri imprescindibili in un posto in cui è vietata la compravendita di auto, e quindi si tira avanti riparando all’infinito quelle che già ci sono.
Tra le “aperture” che Castro ha annunciato (e che, ad oggi, non hanno superato la fase dell’annuncio) c’è appunto quella sulla compravendita delle auto e delle case, ma soprattutto c’è, in generale, l’intenzione di lasciare qualche libertà all’iniziativa privata.

Ad oggi, come scrivevamo poco sopra, molti cubani esercitano un’attività privata, nella maggior parte dei casi però senza l’esplicito consenso del governo, dato che l’iter burocratico per ottenere una licenza (che comunque vale solo per una rosa assai ristretta di professioni) può arrivare a durare anche cinque anni. La riforma dovrebbe portare ad aumentare il numero delle licenze concesse dallo stato e ad ampliare la rosa di professioni ‘permesse’, mirando a legalizzarle – e dunque, dicono i ben informati, a renderle tassabili.

Per chi se lo stesse chiedendo, no, questa legalizzazione non tocca – almeno formalmente – la prostituzione, una delle attività sommerse più praticate a Cuba, soprattutto nella capitale L’Avana. Chi la esercita continuerà ad essere formalmente scoraggiato ma tacitamente tollerato: da una parte, infatti, la prostituzione di strada viene punita con sanzioni sempre più severe, dall’altra quella “d’élite” viene favorita, o comunque non ostacolata, ad esempio abolendo la proibizione, per chi soggiorna nei grandi alberghi, di portarsi in stanza – pagando un sovrapprezzo – un cubano o una cubana. 

Altre riforme promesse sono l’abolizione progressiva del libretto di razionamento – si spera, ma ad oggi non c’è niente di sicuro, che a questo corrisponda un aumento generale dei salari – e, soprattutto, il taglio di quasi un quarto degli impieghi statali. Un milione di impiegati su quattro, infatti, secondo quanto ha dichiarato Raul Castro, starebbe per perdere il lavoro; il ridimensionamento dell’apparato statale era comunque già iniziato lo scorso anno, anche se non è andato molto avanti. Castro ha parlato poi del fatto che le cariche politiche non potranno essere più mantenute a vita, ma soltanto per un massimo di due mandati quinquennali, dieci anni in totale; se questo fosse vero, a breve gli ultrasettantenni leader del partito dovranno lasciare il posto ai “giovani” cinquanta-sessantenni.

Insomma, un programma di riforme serrato, che però, mette già le mani avanti il regime, impiegherà almeno cinque anni per entrare appieno in funzione. Riforme che, come nell’ultimo caso descritto, appaiono abbastanza impopolari, tanto più che a perdere il posto non saranno certo i figli e i nipoti dei funzionari, una “casta” saldamente ancorata agli apparati del potere; riforme che invece, come nel caso dell’apertura all’iniziativa privata, potranno, se portate a termine seriamente, contribuire a migliorare la situazione economica dei cittadini di Cuba, ad oggi, come si è già detto, non rosea.

Riforme che, comunque, erano necessarie (e sicuramente non sufficienti) per far fronte ad uno scenario piuttosto drammatico: da quando infatti l’Unione Sovietica, grande finanziatrice dell’economia cubana, non c’è più, il Paese è entrato in una spirale discendente che l’ha portato a sprofondare sempre di più nella povertà. Lo stato non riesce più a garantire un lavoro (e uno stipendio) degno di questo nome a tutti, prostituirsi ai turisti per un pollo o due bottiglie di shampoo è pratica se non normale comunque molto frequente, perfino la tanto decantata sanità pubblica mostra evidenti segni di cedimento, perché molti dei farmaci che arrivano come aiuti internazionali vengono tolti ai cubani per venderli – a caro prezzo, visti gli standard locali – ai turisti stranieri.

Il “doppio binario” tra valuta locale (con cui non si può acquistare pressoché niente) e CUC, cioè pesos convertibili (in dollari), con cui – nei negozi per i turisti, ça va sans dire – si può acquistare di tutto sta diventando sempre più insostenibile: a queste condizioni, il regime deve aver fatto i suoi conti e valutato che, per evitare di esasperare vieppiù gli animi, conveniva ampliare, almeno a parole, la sfera della libera iniziativa. In altri termini, uno stato socialista che non riesce più a sostentare i cittadini (in teoria, il suo scopo precipuo) ha deciso di cominciare a snaturare se stesso per sopravvivere, dando uno spazio (seppur molto ridotto) all’impresa e all’iniziativa individuale.

In tutto questo, naturalmente, non sembra esistere la minima volontà di riconoscere in qualche modo l’opposizione politica, o di alleggerire le sanzioni per chi ne fa parte; le carceri continuano ad essere affollatissime e fuori da qualunque standard di rispetto dei diritti umani fondamentali, gli oppositori continuano ad essere stigmatizzati come spie al soldo del nemico imperialista, il Partito Comunista di Cuba continua ad essere l’unico ammesso.
Alcuni, comunque, sostengono che, una volta completate le riforme economiche, anche la società cubana cambierà: d’altra parte queste riforme, se da un lato sono funzionali ad assicurare la sopravvivenza del regime, dall’altro, proprio per la loro natura “liberalizzatrice”, ne colpiscono profondamente la credibilità.
Sappiamo bene che fare delle concessioni alla libera iniziativa in economia non significa automaticamente – Cina docet – fare altrettante e altrettali concessioni al libero pensiero; è fuor di dubbio, però, che, ad una persona allevata nel mito dello stato che provvede a tutto, questo nuovo invito all’ “aiutati che Dio (ehm) t’aiuta” possa apparire quantomeno contraddittorio, e quindi stimolare una riflessione politica di una certa complessità.

Comunque, bisognerà ora capire se queste riforme rappresenteranno solo operazioncine di facciata, vuoti annunci di un potere al collasso, gattopardismi in salsa caraibica o se veramente si comincerà a lavorare con impegno alla loro realizzazione, e se veramente questa realizzazione porterà un cambiamento.
Altrimenti, anche dal punto di vista puramente economico, c’è poco da stare allegri.

Cuba è un Paese dove per decenni si è sperperato il denaro pubblico generosamente fornito dagli alleati senza pensare al domani; dove la piccola e media impresa può sopravvivere solo al di fuori del controllo statale; dove la prostituzione di strada è proibita con grande slancio moralizzatore e quella di lusso incoraggiata; dove gli ultrasettantenni non mollano a nessun costo l’osso del potere se non, quando ci sono proprio costretti, ai propri congiunti; dove l’apparato statale è ipertrofico, sproporzionato e funziona lentamente e male; dove gli oppositori politici sono sistematicamente accusati di essere dei sovversivi al soldo di potenze straniere ostili; dove nelle carceri si vive (ammesso che si riesca a sopravvivere) in condizioni disumane.
Se non intraprenderà al più presto un percorso serrato di riforme sostanziali, che modifichino dal profondo questa situazione, rischia di crollare definitivamente. Eventuali riforme di facciata, di maquillage, come da molti sono ritenute quelle di cui abbiamo finora scritto, serviranno forse a posporre la rovina di qualche anno, ma non ad evitarla. E, checché se ne dica, per milioni di cittadini già in condizioni economiche precarie il collasso senza possibilità di risalire non sarebbe un caso di “tanto peggio tanto meglio”.

Come dite? Vi ricorda qualcosa? Vi suona un campanello d’allarme?
No, a noi niente. Proprio niente.

Forza, Raul, siamo con te, meno male che Raul c’è.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

Comments are closed.