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Il leaking digitale oltre Wikileaks: non ci sarà censura che tenga

– Mentre il mondo, lo dicono i più recenti rapporti di Reporters Without Borders e Freedom House, scivola silenziosamente verso il controllo digitale, nei paesi liberi qualcosa è saltato. L’incredibile attenzione mediatica che Julian Assange è riuscito ad attirare su di sé ha in qualche modo condensato più di un decennio di filosofia open government, hacking, attivismo e semplice – ma dimenticato – giornalismo d’inchiesta. Ottenendo, così, una miscela esplosiva. E se le polveri giacevano da tempo ai piedi delle nostre società, WikiLeaks le ha infuocate. Ora la fiamma avanza inesorabilmente verso la detonazione.

Sì, perché il vero botto non si è ancora udito. In tanti, forse troppi, abbiamo creduto si trattasse di volta in volta di Collateral Murder, dei documenti sull’Iraq o l’Afghanistan, dei 250 mila cablo della diplomazia statunitense. Non che siano episodi insignificanti: tutt’altro. Del Cablegate, poi, sappiamo ancora troppo poco per emettere un giudizio definitivo. Così poco che, come notava Micah Sifry durante una discussione al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, non sappiamo nemmeno in che percentuale il materiale sia di dominio pubblico. Eppure abbiamo già letto e sentito ogni tipo di giudizio. Merito delle consuete facoltà divinatorie di certa stampa.

Ma anche a essere precisi, forse abbiamo travisato. O almeno, ha travisato il sottoscritto: la vera esplosione non avverrà a livello dei contenuti, ma del metodo. Non sarà altrettanto rumorosa, forse, ma si sta già insinuando tra le maglie della società. E potrebbe portare quel cambiamento radicale che i soli documenti, per quanto dettagliati e numerosi (e nonostante tutti gli sforzi di Assange), non sempre sono riusciti a instaurare. Di che si tratta, dunque? Dell’idea che sorregge WikiLeaks. Semplice, ma geniale. Un sito che rende possibile trafugare notizie da qualunque istituzione, che si tratti dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti o di un colosso bancario, in modo semplice, anonimo e sicuro. Così da ottenere più trasparenza, più libertà e, attraverso di essa, più giustizia sociale, dice Assange.

Un’idea che si è imposta all’attenzione del mondo con WikiLeaks, ma che la precede e supera. Come ha affermato Daniel Domscheit-Berg, ex numero due di Assange, sempre a Perugia, WikiLeaks non è che un tentativo di realizzare il leaking digitale di informazioni. Ma non è l’unica strada percorribile. Ed è quando si considerano tutte le diramazioni che si comprende che il tronco non è l’organizzazione di Assange, ma l’idea che incarna. Che se anche dovesse morire, l’albero rimarrebbe in vita. E che abbatterlo è molto più difficile che abbattere WikiLeaks.

Fuori di metafora, il punto di forza è la diversità dei tentativi. Il fatto che, come sta accadendo, quello del leaking digitale non sia un esercito di cloni di WikiLeaks, ma un ecosistema. Perché, sottolinea Peter Ludlow, solo a questo modo i censori non potranno usare le stesse chiavi per chiudere tutti i rubinetti da cui sgorgano notizie riservate. Siamo ben oltre rispetto alle vicende personali di Assange, e tra gli esperti inizia perfino a serpeggiare una certa noia nel ripetere il cliché del ribelle misterioso, dell’hacker senza macchia e senza paura che sfida il mondo in nome di verità e giustizia. Non che tutto questo sia falso o non abbia importanza. Ma di nuovo, potrebbe non essere il punto.

E così appare finalmente WikiLeaks nella sua struttura essenziale: quella di un sito, cioè, che accentra fortemente una pluralità di compiti che in futuro potrebbero essere svolti da soggetti diversi. Così da risultare meno esposti alle ritorsioni di chi lotta per mantenere opacità, segretezza, controllo. Ed essere più trasparente a sua volte. Il progetto di Assange, invece, è tremendamente ambizioso. Perché riceve i documenti, li analizza, li edita, li pubblica, si prende cura della loro diffusione e di garantire l’anonimato di chi li ha inviati. Molte funzioni. Troppe, dicono alcuni. Non senza ragioni, perché accentrarle in un unico soggetto significa moltiplicarne le responsabilità. Dal punto di vista etico e decisionale, ma anche giuridico.

Così alcuni dei siti nati sulla scia di WikiLeaks ne replicano fedelmente il modello: vogliono fare tutto. Altri, al contrario, hanno iniziato a dividere compiti e responsabilità tra soggetti differenti. OpenLeaks, per esempio, funge da semplice intermediario tra chi vuole raccontare un segreto e chi lo vuole pubblicare. A questo modo si evita che a decidere la scaletta delle pubblicazioni sia un unico soggetto (nella fattispecie, Assange), e si garantisce che i documenti giusti finiscano nelle mani giuste, anche e soprattutto quando di interesse locale. Ma si tratta ancora di un modello accentrato, la cui architettura è unica, non replicabile. E in cui è ancora un gruppo limitato di soggetti, i gestori di OpenLeaks, a ricevere i documenti e le richieste dei media che intendono accreditarsi presso di loro.

L’espressione massimamente distribuita dell’idea di leaking digitale è per ora quella di GlobaLeaks. L’intuizione è semplice e poderosa: fornire a chiunque una vera e propria piattaforma di semplice utilizzo per mettere in piedi il proprio sito di leaking. Una sorta di WordPress che, una volta lanciato con un semplice click, permetta di ricevere documenti riservati in modo anonimo e sicuro e inviarli a una «target list» preselezionata in modo coatto. Senza, cioè, che si possa imputare al giornalista che si trovi nella casella email un insieme di file coperti da segreto di aver chiesto di riceverli. A questo modo GlobaLeaks non solo non pubblica un bel niente, ma non riceve un bel niente. Ci mette il software, ma il resto spetta agli utenti.

Le cose sono naturalmente molto più complicate di così, e i problemi si annidano a ogni angolo: e se alcuni cittadini, soprattutto a livello locale, dovessero servirsene per infangare la reputazione di altri odiati concittadini o metterne documenti privati in rete? Come evitare che i siti siano inondati di immondizia e come distinguerla accuratamente dalle notizie? Difficile prevedere come sarà utilizzato uno strumento tanto potente, dicono i fondatori. E hanno ragione: è la creatività umana a stabilire regole e soprattutto fruttuose eccezioni nell’utilizzo dell’innovazione. Ma c’è una previsione che è ragionevole fare: se anche GlobaLeaks dovesse fallire, l’idea che prova a incarnare, ancora una volta, rimarrà viva e vegeta. La rete ha reso la trasparenza dal basso una possibilità concreta. Quando governi e cittadini ne avranno compreso a fondo le conseguenze non ci sarà censura o controllo che tenga.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

2 Responses to “Il leaking digitale oltre Wikileaks: non ci sarà censura che tenga”

  1. Marcello M scrive:

    Secondo me i governi hanno finito i soldi… come nella Unione Sovietica degli anni 80… Troppe cose da controllare

  2. Enrica scrive:

    penso proprio che tu abbia capito il punto chiave..

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