Tra barzellette e cose serie: al tempo del Cav, ecco cos’è il costituzionalismo

- Non è vero, purtroppo, che ormai siamo diventati una barzelletta; c’è chi, invece, ci prende sul serio.
Il nostro Paese è, infatti, un vero e proprio laboratorio costituzionale dove osservare sperimentalmente una possibile mutazione genetica del costituzionalismo.

In verità, di ciò la comunità costituzionalistica italiana è ben consapevole, avendo già da tempo evidenziato vari punti: lo spostamento del potere normativo a favore dell’esecutivo; il tendenziale prevalere di organi monocratici in virtù di una diretta o indiretta legittimazione democratica con la conseguente marginalizzazione/subordinazione delle istanze rappresentative; la permanente logica emergenziale; l’affievolimento della disciplina dei diritti fondamentali in favore delle istanze, vere o presunte, di sicurezza pubblica.

D’altronde, bisogna anche riconoscere che i profondi cambiamenti delle strutture sociali ed economiche del nostro tempo – con particolare riferimento alla dimensione spaziale smisuratamente ampliata e complicata dai processi sovranazionali e federali – richiedono l’elaborazione di nuove architetture istituzionali, non solo a livello statale, e una legislazione sempre più particolare e concreta, la cui crescente complessità tecnica esalta la funzione dei diversi apparati amministrativi. Come se non bastasse, vi è anche la contrazione della dimensione temporale: di fatto ormai tutto ciò che non è istantaneo è lento, per la pervasività mediatica che difficilmente si concilia con i tempi canonici della produzione normativa o, a fortiori, con quelli dell’accertamento giurisdizionale.

Tutto ciò, se possibile, è amplificato nel caso italiano a causa di due fattori. Il primo consiste, per note ragioni storiche, in un’architettura istituzionale poco attenta al momento decisionale, che costringe all’uso distorto di alcuni mezzi a disposizione: abuso della decretazione d’urgenza; uso ordinario del voto di fiducia come fattore di accelerazione procedurale; leggi di delegazione con principi e criteri direttivi molto generosi; ricorso abituale a procedure e strutture “straordinarie”. Il secondo è il c.d. “berlusconismo”, indicando con ciò un fenomeno che trascende la stessa persona fisica che ne è il simbolico e che non attiene al merito politico, ma che riguarda, invece, la cultura costituzionale ed esprime una sua possibile linea evolutiva tendente a risolvere le problematiche della contemporaneità attraverso l’elaborazione di una nuova, e per molti aspetti più efficiente, forma di governo: l’assolutismo maggioritario.

Quest’ultima considerazione non è il frutto di una riflessione dettata dalle ultime vicende (tra cui le roventi polemiche dei comizi elettorali del fine settimana scorso e la pronta, e provocatoria, proposta Ceroni), ma ha già una sua sedimentazione teorica, se già nel 2003 il più importante studioso italiano sulla forma di governo (Leopoldo Elia) sentiva l’esigenza di avvertire che “il problema dei limiti al potere maggioritario è divenuto nel mondo politico e tra gli studiosi di diritto pubblico un cleavage, una spaccatura, a dimostrazione che questo tipo di disomogeneità minaccia la democrazia bipolare. Così non si diffonde un convincimento condiviso a proposito del costituzionalismo e cioè del modello secondo cui devono essere interpretati alcuni principii fondamentali della nostra Costituzione e in primo luogo il principio democratico”.

Quindi, il c.d. berlusconismo tutto può essere considerato, tranne che il frutto estemporaneo di una bizzarra avventura personale. Esso, invece, coglie delle istanze obiettivamente esistenti nelle società contemporanee, e, esasperandole, giunge all’elaborazione concreta di nuove categorie costituzionali e politiche che sopravvalutino il polo democratico per esaltare la rapidità e l’efficacia del momento decisionale attraverso la preminenza della proiezione istituzionale dell’istanza maggioritaria, cioè il governo. Tutto ciò a scapito del polo liberale, consistente sia nella separazione dei poteri sia nella limitazione del potere statale, principalmente di quello del governo.

Questo può suonare come paradossale per un movimento politico che aspirerebbe a compiere la rivoluzione liberale, ma che non lo è nella misura in cui si osserva che in realtà il partito berlusconiano non è mai stato un tradizionale partito politico, come lo è invece la Lega, ma un’azienda straordinariamente efficace di marketing elettorale.

Pertanto, è evidente che il berlusconismo abbia finito con il suscitare l’interesse e la curiosità della comunità scientifica internazionale che voglia interrogarsi sui percorsi del costituzionalismo contemporaneo. Al riguardo, in un recente convegno tenutosi a Granada, una leggenda vivente del costituzionalismo (Peter Häberle), ha dato una sintetica quanto mirabile descrizione del berlusconismo:

“El Estado como empresa privada de un único impresario, al margen de la res publica al servicio de la salus publica; el mercado lo es todo, el trabajo ya no funda la república, los medios estan casi en una sola mano y se dan múltiples formas de corrupción”.

Eppure dallo stesso consesso internazionale sono giunti interessanti spunti di riflessione per arginare le degenerazioni maggioritarie in atto, mediante la difesa del nucleo indefettibile del costituzionalismo liberaldemocratico, ossia la tutela dei diritti fondamentali e la separazione dei poteri, che ancora oggi può costituire il fondamento di una cittadinanza universale di un’unica patria costituzionale, che racchiuda nelle sue diversità la ricchissima tradizione politica e costituzionale originatasi dalle due rivoluzioni liberali di fine settecento che non hanno ancora esaurito la loro forza propulsiva.

Inoltre, specificamente per l’Italia è singolare che autori stranieri colgano meglio di molti nostri interpreti un possibile percorso per riscoprire l’autentica anima italiana:

  • la centralità della cultura, intesa non nell’esclusivo significato di un maggiore stanziamento di fondi pubblici, ma come ri-creazione di uno spazio di diffusione del libero pensiero, essenziale per ogni autentica democrazia, e di un maggior grado di effettiva libertà individuale;
  • la riscoperta della nostra innata vocazione universalistica per la riscoperta di un sano sentimento nazionale ed europeo per contrastare le pulsioni egoisticamente centrifughe e il progressivo, e imbarazzante, isolamento internazionale;
  • l’abbandono degli esperimenti di artificiosa ingegneria istituzionale e il recupero del senso più profondo del costituzionalismo, come scienza e movimento politico della limitazione del Potere.

Ciò però non può significare che in nome di una guerra santa contro il “dittatore” – per inciso, questo è un argomento privo di serietà scientifica: il problema italiano, ma non solo, non è il pericolo totalitario, ma quello di un sostanziale svuotamento delle forme democratiche, declinate come mere tecniche, più o meno manipolabili, di investitura – si debbano ricercare soluzioni anch’esse, per diversi e opposti motivi, estranee al costituzionalismo liberaldemocratico.

In definitiva, non vogliamo certo opporci all’assolutismo maggioritario in favore di un principato giudiziario, ma semplicemente restare fedeli al principio per cui “la forma repubblicana vieta di sovra determinare alcun potere e perciò nemmeno quello dei rappresentanti del popolo: la Repubblica, anche nel nostro ordinamento, non può sopportare un potere dominante, pur se espresso dal popolo sovrano, e sarà sempre composta da una pluralità di poteri, tutti limitati, di pari valore e dignità costituzionale. Sta qui l’essenza liberaldemocratica del nostro modello di costituzionalismo” (Elia).

In conclusione, il nostro sogno non è quello di vedere Berlusconi dietro le sbarre o in mezzo a due carabinieri, ma quello di tornare a rivedere la nostra migliore Italia: l’Italia rinascimentale, risorgimentale e repubblicana.
Così, forse potrà essere vinta la

“batalla victoriosa contra la tristeza del alma italiana que está originando las distintas formas del berlusconismo”.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

One Response to “Tra barzellette e cose serie: al tempo del Cav, ecco cos’è il costituzionalismo”

  1. Si, si, oddio, la situazione politica, morale e sociale del paese è sempre più grave e abbiamo un opposizione, che fa più pena del governo. Tantè che se si voterebbe domani, io sceglierei tra Di Pietro e Grillo, per protesta. Vado a votare perchè ho capito che, andare è meglio che non andare…. Siamo governati dall uomo più ricco e più potente del paese e, mannaggia a quel conflitto di interessi, le cose non cambiano mai. Poi, “il nostro Silvio”, non vuole nemmeno redarguire o cambiare i ministri che tirano a campare e sono la grande maggioranza. Come può cambiare un paese se, su 20 ministri, ne funzionano solo tre o quattro!? Io è da mò che sto rompendo a tutti sulla questione, ma non c è niente da fare; i conservatori del sistema sono più assai di quanto immaginiamo. Buona Pasqua di resurezione da, perchenonsonopiudemocratico.it

Trackbacks/Pingbacks