C’è speranza che gli inattivi diventino attivi?

– Sicuramente ha ragione il Ministro Tremonti quando dice che in Italia ci sono lavori che gli Italiani non vogliono più fare e che quindi, in sostanza, c’è meno disoccupazione di quello che sembra, però l’argomento non è una novità.

Senza allontanarci troppo, già l’On. Giuliano Cazzola, lo scorso 19 agosto, aveva inserito su Libertiamo.it un interessante contributo che metteva in evidenza perché crescevano contemporaneamente gli occupati stranieri e i disoccupati italiani; un altro contributo importante sullo stesso tema viene da Luca Ricolfi, ripreso da Pietro Ichino.
Un po’ di numeri possono aiutare a inquadrare meglio il fenomeno. Lo scorso 9 marzo l’Istat ha comunicato che in Italia gli occupati sono 22.831.000 unità, in diminuzione dello 0,4% rispetto a dicembre 2010. Il tasso di occupazione è pari al 56,7%, in calo di 0,4 punti rispetto a gennaio 2010. Il numero dei disoccupati è pari a 2.145.000, con una crescita annua del 2,8%.
Il tasso di disoccupazione, quindi, si attesta all’8,6%, sempre in aumento dello 0,2% all’anno, mentre la disoccupazione giovanile (popolazione tra 15 e 24 anni) raggiunge la non esaltante percentuale del 29,4% (se poi si scompone il dato per sesso e aree geografiche emerge che al sud una donna su due non trova lavoro). Gli inattivi tra 15 e 64 anni aumentano dell0 0,5, attestandosi tra il milione e mezzo e i due (tra essi ci sono anche i bamboccioni di padoaschioppana memoria).

Vediamo i numeri dal ‘versante straniero’. In Italia vivono oltre 4 milioni di stranieri, pari al 6,5% della popolazione totale, numero che è in costante aumento (del 13,4% rispetto al 2008/2009). Gli stranieri che lavorano in Italia, invece, sono oltre due milioni (contribuiscono al 12% del Pil). Di questi il 60,7% si trova al Nord, il 26,7% ha un lavoro al Centro e solo il 12,6% risulta occupato al Sud. Se scomponiamo il numero nelle prime sei professioni manuali (Corriere della Sera del 19 aprile, pag. 15), ben 969.580 risultano lavorare nel settore delle pulizie (pari al 52,1% di tutti gli occupati del settore); 705.126 sono muratori, carpentieri, ponteggiatori (pari al 30,5%); 588.262 sono camionisti (10,0%); 511.636 fanno i meccanici, i gommisti e i carrozzieri (8,0%); 472.435 sono piastrellisti, pavimentatori, idraulici ed elettricisti (10,0%) mentre 354.325 sono operai agricoli specializzati (8,8%). Da notare come dal calcolo restino fuori le/i badanti, dove gli stranieri coprono il 90% delle esigenze.

La crisi tocca anche loro però, come ci ricorda il Censis, secondo cui tra gli immigrati uno su 10 non ha lavoro e il (loro) tasso di disoccupazione è salito di 2,7 punti percentuali nell’ultimo anno, arrivando all’11,2% contro il 7,5% degli italiani. Tanto il tasso di attività quanto quello di occupazione – riferisce sempre il Censis – evidenziano una partecipazione al mercato del lavoro della popolazione straniera decisamente più elevata rispetto alla popolazione italiana: gli stranieri presentano un tasso di attività del 71,4% contro il 47,3% degli italiani, mentre il tasso di occupazione è del 63,4% per gli stranieri e del 43,7% per gli italiani.

Questi i dati. Perché, dunque, gli Italiani non vogliono più fare certi mestieri manuali e il numero degli inattivi cresce? Non c’è una risposta univoca; un po’ c’è la tendenza a considerare il lavoro manuale inferiore a quello intellettuale, un po’ bisogna considerare l’aspirazione delle nuove generazioni a migliorare rispetto alle precedenti, un po’, inoltre, conta il fatto che si tratta di lavori dove spesso il guadagno non è elevato e che, soprattutto, non offrono prospettive di carriera.

I dati, poi, vanno completati con ulteriori considerazioni tutt’altro che secondarie, quali l’invecchiamento della popolazione, la tendenza anche nelle seconde generazioni degli immigrati a volere fare ‘meglio’ dei loro genitori, la fuga dei cervelli all’estero, la secolare tendenza protettiva della famiglia italiana, il lavoro nero, l’inesistente collegamento tra mondo scolastico e professionale, insomma, chi più ne ha più ne metta.

Su tutto, però, una considerazione difficile da smentire: si tratta di numeri destinati a crescere, non c’è possibilità che la tendenza si inverta, mentre sarebbe auspicabile che ciò avvenisse, quantomeno sotto il profilo economico, perché la loro presenza incide negativamente sul Pil.

A provocare un cambiamento potrebbe essere solo un evento straordinario, quale, per esempio, una crisi economica talmente forte da erodere anche il risparmio familiare sul quale ora gli inattivi vivono (campano pur sempre sulle spalle di qualcuno), costringendoli a rimboccarsi le maniche e accettare anche lavori manuali. Certo, però, non è consolante constatare come, ancora una volta, si debba sperare in una circostanza esterna alla politica, la quale, invece, si limita ogni tanto a ‘fotografare’ la situazione senza poi avanzare proposte concrete per superare o quantomeno arginare il fenomeno.


Autore: Francesco Valsecchi

Nato a Roma da famiglia valtellinese nel 1964, avvocato, docente alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, è stato, tra i vari incarichi, componente della Commissione di studio per la riforma del processo civile e consigliere di amministrazione di Poste Italiane S.p.A. e di ENEL S.p.A.. Ha scritto “Il popolo della Lega" (Marietti 1820) e “Poste Italiane, una sfida fra tradizione e innovazione" (Sperling & Kupfer).

2 Responses to “C’è speranza che gli inattivi diventino attivi?”

  1. Roberto scrive:

    e il livello degli stipendi non è una variabile? che magari gli stranieri si adattano a vivere in 5 in un monolocale con gli stipendi che prendono e gli italiani magari vorrebbero almeno permettersi di affittarlo un appartamento?
    quello no?

  2. Charly scrive:

    Pensa un po’, questi giovani. Invece di guadagnare mille mila euro come idraulici preferiscono fare i stagisti o gli operatori di call center! Ah, gli infami. Ma mi avete convinto, viva il lavoro manuale. Vado su job rapido, a Torino, e guardo un po’. Che trovo? Falegname, idraulico, elettricista! Wow, evviva! Az, aspetta un po’. Si richiede esperienza pluriennale. Ma poi quelli di Confartigianato piagnucolano in tv…

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