A Torino si candida il liberale Musy: ‘Coppola e Fassino sono due statalisti’

Incontriamo Alberto Musy, candidato a sindaco del Nuovo Polo, di prima mattina, nel suo studio al secondo piano di Via Mercantini 5, distanti dal quartier generale del Comitato di Via Carlo Alberto. E’ di buon umore, sommerso fino al collo dai mille impegni della campagna elettorale e reduce da un primo dibattito con i suoi avversari del centrodestra e del centrosinistra.
Avvocato Musy, a 44 anni, un posto da professore universitario e uno studio di avvocati da dirigere, come le è venuto in mente di buttarsi in politica?

Mah, guardi, io ho già fatto politica nelle file della Gioventù Liberale tra il 1988 e il 1992. Buttarsi nel mondo della politica oggi vuol dire avere tante belle opportunità di dire la tua, di incontrare gente, di vedere il mondo da una prospettiva diversa. Per un professore universitario che è abituato a dinamiche di nicchia, è senz’altro interessante. Un po’ più caotico è l’aspetto della gestione dei rapporti con le segreterie dei partiti, con i candidati tuoi e degli altri. Lì ti accorgi di ciò che vedi anche nei Consigli di Facoltà: la debolezza delle persone, il loro egocentrismo, l’indisponibilità a ragionare. L’unica cosa che avevo sottovalutato è la forza fisica per tenere il ritmo. Arrivi alle cinque del pomeriggio che sei distrutto e devi ancora fare una miriade di cose.

Lei si presenta all’elettorato come il “vero” candidato del centrodestra. Come mai negli ultimi dieci anni il centrodestra ha preferito puntare su personaggi come Rosso e Buttiglione e oggi su Coppola? Torino è data per persa?
Certamente un po’ c’è quest’idea; ossia che Torino sia comunque il fortino del centrosinistra, che una parte della borghesia abbia stretto il patto faustiano con i comunisti e quindi la parte di risulta, la piccola borghesia e i commercianti, si trovino a mal partito. Io, in realtà, non credo più tanto a queste divisioni; credo che, nel caso di specie, sia stata una crisi interna al PDL, che abbia generato una scelta un po’ scontata e attendista. Ma d’altra parte mi sembra che entrambi i candidati importanti facciano campagna elettorale, come se i conti fossero già fatti…

Invece Lei ci crede un po’?
(Sorride). Mah, vede. Io credo di poter fare un buon risultato. Sarà una gran fatica. Ma una volta raggiunto questo buon risultato, potremo costruire un’alternativa di centrodestra. Tanto più che nel resto del paese si registrano già queste intenzioni. C’è un bel blocco di persone che incomincia ad essere stufo e che non vede alternative nella “presente alternativa”…

Io l’ho ascoltata al workshop da Lei organizzato su scuola e università. In quell’occasione ha attaccato le fondazioni e la loro gestione del denaro pubblico…
La riflessione che ho fatto è questa. Io credo che il Collegio Carlo Alberto sia stato uno sbaglio, non dico totale, ma comunque grave. Nel senso che abbiamo preferito costruire dei dipartimenti fuori dall’università e dare loro parecchi quattrini… Mentre se questi quattrini li avessimo dati all’interno dell’università, alle facoltà per far bandire loro delle cattedre – come si chiamano negli Stati Uniti, endowed chairs – cioè cattedre con un loro patrimonio dedicato, istituendo piccoli trust a favore di una cattedra per l’insegnamento di una determinata materia, stabilendo che il concorso per quelle cattedre ti avrebbe fatto diventare professore per un limitato periodo di tempo, e pagando questi professori a contratto come negli Stati Uniti, avremmo davvero potuto attrarre del personale universitario di grande livello, finanziando la ricerca, avendone un ritorno sugli studenti e sulle graduatoria. Questa è la mia critica alle fondazioni. E’ una critica cioè al soggetto che dovrebbe essere amministratore dei quattrini della collettività e che si erge a giudice di un progetto culturale, che in realtà deve decidere l’Università.

E la stessa cosa quindi vale per lo International University College (IUC) di Moncalieri?
Naturalmente. Per non dire ancora di peggio. Era stato descritto in un modo e poi è diventato un’altra cosa. Pagano molto bene i docenti, ma con un percorso culturale in cui gli organi che lo decidono, nominati dalla Città, individuano spesso e volentieri persone della città stessa per svolgere una certa ricerca. E’ assai autoreferenziale. Almeno l’Università ha una dimensione nazionale.

E quindi le fondazioni sono diventate anche strumenti per fare campagna elettorale?
Beh, qualche dubbio su NewTo e Biennale Democrazia ce l’ho. E non c’è un liberale che parli. Non ce n’è uno…

Veniamo al programma. Ho letto che vuole abolire la Zona Traffico Limitata (ZTL), sostituendola con una sorta di pass che avrebbe i contorni di una ‘congestion charge’ londinese. Qualche tempo fa fu lo stesso Istituto Bruno Leoni a proporla. Il ragionamento è questo: le strade sono un bene scarso, il cui prezzo sarà massimo quando lo è anche la domanda. Entrare alle otto dovrebbe costare di più che entrare all’una di notte. Anche lei vuole sperimentare una sorta di pricing road?
Sì e no. Londra può permettersi di fare una congestion charge perché ha dodici linee di metropolitana e numerosi treni che consentono l’accesso alla città. Noi oggi non abbiamo una rete così capillare di mezzi pubblici. Non possiamo fare quel tipo di politica. Però possiamo fare così: iniziamo con un prezzo basso. Per chi entra in città ogni giorno facciamo pagare uno o due euro (poi ovviamente ci saranno anche formule di abbonamento). Ti diamo un telepass per entrare, il cui finanziamento è di circa 20 milioni di euro e che viene ripagato in un anno. Rendiamo cioè semplice l’ingresso alla città, senza una differenziazione di prezzo orario. Facciamo cinque anni così e con quei soldi costruiamo la seconda linea di metropolitana. Basteranno per dire ad un investitore privato che ci sono i fondi per fare il project financing dell’operazione. Quando sarà costruita anche l’altra linea potremo pensare ad una congestion charge sul modello londinese o, come abbiamo scritto nel programma, sul modello di Oslo.

Qualche giorno fa su Chicago-Blog ho denunciato lo sperpero di fondi pubblici delle circoscrizioni torinesi. Una delle riforme della giunta Chiamparino doveva essere proprio quella di riorganizzare i consigli di zona. Non è mai stata fatta. Le circoscrizioni non dovrebbero servire solo a gestire la manutenzione delle opere pubbliche (strade, parchi, illuminazione) e non a dare sussidi a pioggia?
Quello che dice è tutto condivisibile. C’è da dire che con le circoscrizioni stiamo chiudendo. Le dovrebbero eliminare, anche se temo che non avverrà. Io credo sia giusto che i Comuni delle grandi città abbiano degli uffici decentrati. Il sistema circoscrizionale però ha senso se significa far partecipare i cittadini alla vita pubblica e questo succede più che altro quando ci sono dei gruppi intermedi veri, spontanei. E non quando questo è organizzato dalla mano pubblica. Oggi sono un nuovo centro di spesa. Io non darei loro un euro e li farei stare a bocca asciutta, vedendo se hanno in effetti spirito civico…

Lei propone di abbattere il debito anche eliminando diversi enti inutili e vendendo alcune delle settanta partecipate. Di quali organismi parliamo esattamente?
Mah, le settanta partecipate non sarebbe male ridurle a sei. A monte si tratta per gran parte di sovrapposizioni. La strategia di questi anni è stata una strategia di spesa, perché il Comune ha ricevuto tanti fondi dallo Stato e dal Fondo per lo Sport. E quindi si sono create tante agenzie per la loro gestione. Se continuano a rimanere in piedi drenano le risorse della macchina pubblica e comprimono l’aspettativa di fare cose interessanti da parte degli assessorati. Si pensi al caso dell’Assessorato al Turismo che si vede portar via il lavoro da Turismo Torino. Io allora credo che sia meglio integrare le agenzie. E questo è un aspetto di ridimensionamento e razionalizzazione della spesa. D’altra parte, ciò è valido anche nell’ambito delle partecipate: occorre razionalizzare. Penso a Smat e Amiat, che non vedo perché debbano essere separate. Il circuito rifiuti-acqua è un circuito unitario. E poi servirà dismettere molte partecipazioni per risanare il debito, perché comunque non possiamo più scherzare…

Si immagina che cosa succederebbe? Mezza Torino sul piede di guerra.
Posso immaginare, ma se non lo fa un candidato indipendente e liberale chi deve farlo?

Infine la leva fiscale. Come prevede di usarla? E’ vero che il Sindaco può fare poco, ma ci sono le aliquote ICI e le tariffe rifiuti…
Io vivo in un Paese in cui il prelievo totale sul cittadino va oltre il 60% del reddito. Su di me calcolo che su 100.000 che guadagno me ne tengo meno di 40.000, a seconda delle tecniche che uno deve adottare per pagare un po’ di meno. E’ un Paese fondato cioè sull’abilità di giocare con le regole fiscali. Incomincio ad essere stufo di un Paese gestito da un commercialista. Mi piacerebbe un Paese in cui non c’è necessità di rivolgersi ad un commercialista per fare la dichiarazione dei redditi. Sono in totale sintonia con Luca Ricolfi per quanto riguarda il decreto sul federalismo. In questo modo si dice ai Comuni che possono fare ulteriori prelievi. E allora meglio usare la retorica dell’“essere cattivi per essere onesti”. Bisognerà cioè dire che certi quattrini non li spendiamo più. D’ora in avanti il Comune non può più sponsorizzare migliaia di eventi, da Halloween a Cioccolatò. Come detto, per garantire nuove entrare al Comune, pensiamo al pass per entrare in città, che è una tassa, ma di scopo. L’importante è dire per cosa vengono usate le singole tasse. Ed è quello che il Comune non ha mai fatto in questi anni.

Una delle proposte che mi ha fatto storcere un po’ il naso è quella del wi-fi free. Sulle pagine del Sole 24 Ore Alberto Mingardi metteva in guardia dallo Stato che rientra dalla finestra nel mondo della telefonia. Qual è la sua idea?
Io non parlo di wi-fi free ovunque, ma di cento hot-spot per la città. Io penso che il Comune debba sostenere una maggiore liberalizzazione della rete. Il wi-fi dovrebbe essere concepito come uno strumento che, nei musei, negli uffici pubblici, in alcuni parchi consente alla gente di collegarsi. E si potrebbe pensare che le persone si comprino una carta. A quel punto, mi auguro si possa aver generato un effetto di emulazione da parte dei caffè, dei ristoranti e via di seguito. Peraltro, io non credo che il servizio debba essere per forza gestito dal Comune, ma si potrebbe fare un bando di gara aperto alle società di telecomunicazioni per ciascun hot-spot.

Un’ultima battuta sulla campagna elettorale. Se si dovesse arrivare al ballottaggio, ipotizza qualche apparentamento?
No, non credo. Al momento non ci sono punti di convergenza sul programma da parte dei due principali candidati, che sono entrambi dediti alla declamazione. Fassino è garante della continuità, mentre di quel che propone Coppola nessuno ha ancora capito nulla. Mi pare anzi che Coppola sia più statalista di Fassino. Sono quelle persone vissute a lungo dentro le pubbliche amministrazioni, che hanno poca base culturale dal punto di vista politologico, che alla fine dicono le cose per sentito dire. Io vorrei dire le cose dei liberali.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

2 Responses to “A Torino si candida il liberale Musy: ‘Coppola e Fassino sono due statalisti’”

  1. Davide scrive:

    Io vedrei con chi si allea FLI, in c’è libertiamo, a Latina.

    Testuali parole

    Ma gli strali partono contro tutti: cita a memoria versi del quinto canto dell’Inferno di Dante per paragonare il governo Berlusconi alla lussuria di Semiramide. «I traditori del fascismo sono quelli che stanno con Claudio Fazzone e con Berlusconi» conclude chiamando in causa anche Gasparri: «Nella divisione dell’asse ereditario a noi è toccato il senso dello Stato, l’unità della Patria e della nazione, le bonifiche e lo stato sociale. A voi sono rimaste le leggi razziali e le guerre perse».

  2. Latina è una realtà locale del tutto diversa e particolare. E’ significativo invece che FLI appoggi un liberale come Musy, un candidato di tutto rispetto: mi sembra un segno importante per riflettere sul tasso di liberalismo di FLI, che mi pare piuttosto alto.

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