– “It’s the economy, stupid!” (ma è l’economia, stupidi!) era la frase-tormentone della campagna di Bill Clinton contro George Bush padre. E’ l’economia che ha fatto crollare i consensi del presidente repubblicano, che pure aveva appena vinto, in modo spettacolare, la Guerra del Golfo e scritto la parola fine alla Guerra Fredda. “It’s the economy, stupid!” è la frase ripetuta, in continuazione, in tutte le elezioni, in tutte le loro lingue, dagli elettori europei. Adesso tocca alla Finlandia esprimersi così. La vittoria dei “Veri Finlandesi”, la formazione nazionalista che ha conquistato il 19% dei consensi nelle ultime elezioni parlamentari, è una sfiducia all’euro e alla politica economica europea.

Perché è inutile andare a cercare la causa del successo nella crescita dell’estremismo di destra: i finlandesi non sono mai stati fascisti. Il partito dei Veri Finlandesi di Timo Soini è discendente del Partito Agrario, formazione populista contadina, tradizionalista, ma mai ideologica.
Inutile anche cercarla nell’immigrazione. Il partito è contrario all’immigrazione sin dalla sua fondazione nel 1995. Vuole anche eliminare l’obbligo di imparare lo svedese nelle scuole, nel momento in cui quella svedese è la seconda lingua più diffusa nel Paese. Ma il 19% dei finlandesi lo ha votato per paura degli immigrati o per non imparare più lo svedese?

La Finlandia, contrariamente alla vicina Svezia, non ha problemi di jihad da importazione, non conosce le durezze del multiculturalismo. Nel 2011 sono stati censiti 140mila stranieri in tutto il Paese, appena il 2,7% della popolazione. La comunità musulmana non arriva alle 1000 unità. Il grosso della popolazione straniera arriva dalla Russia, ma negli anni 2000 è anche immigrazione di lusso, dei nuovi ricchi che vanno a comprare le loro ville nella Finlandia orientale.

Un po’ di date e di percentuali aiutano a capire meglio che il successo dei “Veri Finlandesi” è dovuto esclusivamente all’Europa e alla crisi economica. Il partito di destra esiste sin dal 1995. Fino alle elezioni parlamentari del 2007, il partito di Timo Soini non ha mai preso più del 4%. E’ solo con le europee del 2009 che ha raddoppiato di colpo i consensi, arrivando al 9,8%. Nel momento in cui tre Stati europei, quali Grecia, Irlanda e Portogallo falliscono, nel pieno del dibattito sugli aiuti economici a quest’ultimo, i Veri Finlandesi hanno ottenuto il loro 19%, agganciando il partito socialdemocratico (19,1%) e il partito conservatore Ncp (20%) in un incredibile testa-a-testa-a-testa che rende incerta la formazione di un governo stabile. Sull’Unione Europea, il programma dei Veri Finlandesi parla chiaro: la Finlandia deve uscire. Punto. Chiaramente la formazione di Timo Soini è contraria a qualsiasi aiuto al Portogallo.

Se c’è qualcosa che accomuna tutti i movimenti di destra, in crescita in tutta Europa, dunque, è questa volontà di “tornare a casa”. L’Ue ha istituzioni lontane, è poco democratica, impone una moneta unica che alza i prezzi e, al momento del bisogno, non serve a proteggere i popoli europei dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Anzi, dal 2010 l’Ue chiede i soldi ai Paesi virtuosi (come la Finlandia) per cercare di salvare gli Stati che hanno fallito a causa del loro cattivo comportamento, come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo. In ogni Paese vengono date risposte politiche diverse: il nazionalista Front National in Francia o il libertario Geert Wilders in Olanda, il neofascista Fpo in Austria o il thatcheriano Ukip in Gran Bretagna, lo xenofobo Jobbik in Ungheria o il liberale Partito Democratico Civico (Vaclav Klaus) nella Repubblica Ceca. Ma la richiesta dell’elettore è sempre la stessa: basta con l’utopia dell’Europa, pensiamo a salvare casa nostra.

Un liberale non dovrebbe stupirsi di fronte a questa tendenza. Tutti i classici, a partire da Friedrich August von Hayek, avevano visto i limiti del progetto europeo, sin dalle sue origini. “Chi potrebbe immaginarsi” – scriveva Hayek ne “La via della schiavitù” (1944) – “che esista qualche comune ideale di giustizia distributiva tale da indurre il pescatore norvegese a rinunciare alla prospettiva di un miglioramento economico per aiutare il suo compagno portoghese, o l’operaio olandese a pagare di più la sua bicicletta per aiutare il meccanico di Coventry, o il contadino francese a pagare più tasse per sostenere l’industrializzazione dell’Italia?”

Ma un liberale classico dovrebbe gioirne? Solo in parte. C’è una risposta sana all’utopia dell’Unione Europea, che è quella del ritorno alla realtà del mercato libero. E’ la risposta che viene data da formazioni euroscettiche liberiste come l’Ukip in Gran Bretagna, il Partito della Libertà di Geert Wilders in Olanda, il Partito Democratico Civico nella Repubblica Ceca. C’è invece una risposta malsana all’utopia dell’Unione Europea, che è quella del ripiego sull’altra utopia: quella della nazione. Ed è purtroppo la più diffusa. Il partito dei Veri Finlandesi rientra in questa categoria. Vuole il ritorno di un vecchio socialismo nazionale che non segue la realtà dei tempi: più tasse sui redditi, ritorno all’imposta progressiva, centralismo amministrativo e fiscale, tasse sulle fondazioni, introduzione di una “imposta sui ricchi”.

In confronto l’Ue è una ventata di freschezza libertaria.