di DIEGO MENEGON – Oggi, in Senato, si chiuderà definitivamente il capitolo-nucleare. Dalla ‘semplice’ sospensione dell’efficacia delle norme che prevedevano il ritorno all’atomo si è passati ad una linea più radicale, che implica l’abrogazione dell’intera disciplina in materia. A suggerire questa scelta sono le stesse ragioni che avevano condotto alla precedente moratoria. Anche se il nucleare (nel senso degli impianti) non è più insicuro di prima, dopo Fukushima è aumentato il rischio politico del nucleare (inteso come opzione di governo).

Oggi l’esecutivo aggiunge un dispositivo giuridico che accoglie, di fatto, le abrogazioni referendarie. Da un certo punto di vista, così saggiamente evita, dopo Fukushima, di trasformare il referendum – sarebbe la seconda volta, sul nucleare, accadde anche nel 1987, dopo Chernobyl – in una sorta di Halloween antinucleare o di esorcismo collettivo. Da un altro punto di vista furbamente disinnesca  la bomba referendaria, con un occhio soprattutto al quesito sul legittimo impedimento.

Comunque, ex malo bonum. Politicamente, il rapporto costi/benefici di questa operazione ci sembra favorevole. Non perché eviti un “giudizio popolare” sull’ultimo e peggiore berlusconismo, ma perché evita che i temi sottoposti a referendum siano usati strumentalmente, in vista di altro. Comprendiamo e condividiamo le ragioni di chi vuol chiudere il quasi-ventennio berlusconiano e voltare pagina. Ma per far questo non pensiamo sia utile, per fare un altro esempio, votare sì ad una proposta che in nome dell’acqua pubblica restituisce la gestione dei servizi idrici ai sindaci maneggioni, facendone “cosa loro”

I fatti di Fukushima hanno suscitato interrogativi che l’Europa intera si deve porre: una riflessione condivisa si rende necessaria per evitare che sciagure del genere si ripetano. L’Italia è l’unica delle sette più grandi potenze industriali a non ospitare centrali nucleari nel proprio territorio e, anche per questo, è il Paese che paga l’energia più cara, importando quella nucleare dai propri vicini. È giusto che segua con serenità il dibattito in corso, mettendo da parte le polemiche casalinghe che tanto l’attuazione del decreto nucleare, quanto l’imminente campagna referendaria, porterebbero con sé.

In Giappone il disastro nucleare ha interessato un impianto degli anni Sessanta, che doveva essere smantellato già da qualche mese, e una zona ad alto rischio sismico, non paragonabile a quello con cui convivono gli europei. Per questo le prime contromisure dei paesi europei sono state limitate e hanno messo in discussione solo le proroghe recentemente accordate alla vita utile delle centrali più vecchie. Ciononostante, la posta in gioco impone un esame più attento dei rischi per la sicurezza che le tecnologie moderne comportano.

In queste settimane sono state aggiornate numerose statistiche sulla sicurezza delle diverse fonti energetiche. Il macabro, ma necessario, computo delle vittime dirette o indirette di incidenti accaduti nelle centrali nucleari, idroelettriche e termoelettriche continua a dar ragione all’atomo, sia per quanto riguarda le morti dirette, sia per quelle indirette (che comprendono quelle causate da patologie conseguenti all’esposizione a radiazioni ed emissioni inquinanti). Anche ipotizzando ripercussioni future a Fukushima tali da raddoppiare la conta delle vittime, l’ordine di grandezza è sempre ragguardevole. Parliamo di 0,08 decessi per TWh del nucleare contro gli 1,4 dell’idroelettrico, i 4 del gas e i 161 del carbone.

Ma queste sono considerazioni che andranno meglio elaborate nel dibattito in corso; dopotutto una minaccia “concentrata”, per quanto remota, è politicamente e socialmente meno accettata; di questo i governi devono tener conto ed anche per questo occorre dare le migliori garanzie di sicurezza sulle tecnologie impiegate.

Quello che più dispiace sentire sono le lezioni di economia rivisitata del Ministro Tremonti. Fino a ieri spiegava al Paese che la rinuncia al nucleare ha rappresentato il nostro handicap competitivo e che il ritorno all’atomo sarebbe stato il volano della crescita. Oggi, invece, smentisce se stesso e mette in dubbio la validità dei calcoli economici finora fatti e diffusi dal Governo, affermando la necessità di più approfonditi ragionamenti di natura economica per valutare l’opportunità del progetto nucleare.

Sul minor costo dell’energia nucleare ad oggi ci sono pochi dubbi. Il futuro, invece, è aperto a più scenari. Solo il gioco della concorrenza, che mette in competizione tra loro anche le fonti energetiche, può dare la soluzione. Vale la pena, quindi, in questo quadro, ricordare che dal 1999 la produzione di energia elettrica è libera e che gli operatori del settore sono soggetti privati, che rispondono ai propri azionisti delle proprie strategie di investimento.

Cari politici, prendetevi tutto il tempo per verificare l’adeguatezza degli standard di sicurezza, valutare la possibilità di migliorarli o, se è il caso, di gettare la spugna. Ma i conti, almeno, lasciateli fare a chi ci mette i soldi.